Storie

Alla baita di montagna

di Marianna Vitale

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Nel momento stesso in cui Lucia appoggiò le valigie sul pavimento di legno della baita di montagna capì che avevano fatto bene ad andarci.

Non le importava se per un paio di giorni di vacanza avrebbe dovuto rinunciare a qualche piccolo lusso nei mesi successivi, era certa che fosse esattamente ciò di cui avevano bisogno in quel momento.

Carlo entrò nella stanza subito dopo, trascinandosi dietro il borsone con le tute da sci.

«E così è questo il posto.» disse soltanto, guardandosi intorno.

Lucia annuì. «Non è bellissimo? Possiamo fare un sacco di cose qui. Di sotto ci sono la piscina idromassaggio, la sauna e un caminetto sempre acceso. Poi domani possiamo andare a sciare…»

Carlo si sdraiò sul materasso. Lo trovò comodo. «Possiamo fare tutto quello che vuoi, amore.»

Lucia salì sul letto e gli diede un bacio leggero sulle labbra. «Magari dopo.»

Si sfilò il golfino bianco di lana e si mise a cavalcioni su di lui.

Fecero l’amore lentamente e senza parlare.

Alla fine Lucia si sdraiò al suo fianco e insieme rimasero qualche istante a fissare il soffitto. Era spiovente, con le travi a vista e un piccolo lucernario da cui si poteva vedere il cielo bianco. Forse più tardi avrebbe nevicato.

«Avevi ragione tu. È stata una buona idea venire qui.» disse Carlo prendendole la mano, mentre cercava di ricordare l’ultima volta che i loro corpi si erano sfiorati.

Lei gliela strinse. «Lo pensi davvero?»

«Certo, tesoro.»

«E pensi che sia una cosa coerente?»

«Che vuoi dire?»

«Niente, mi stavo solo chiedendo se siamo persone coerenti, noi due. Perché per me è importante.»

Prese fiato e decise di lasciar fluire del tutto i suoi pensieri. «Sai, quand’ero piccola mio padre fumava moltissime sigarette. Ogni volta che mi prendeva in braccio l’odore di fumo che aveva sempre appiccicato addosso mi soffocava. Più lui mi stringeva a sé e più quell’odore mi entrava nelle narici e mi bruciava in gola. Un giorno gli ho detto che non lo avrei più abbracciato perché puzzava di fumo e lui si è messo a ridere, come se avessi fatto una battuta. Ma io avevo preso la cosa molto sul serio e così ho iniziato a evitarlo. Non lo baciavo, non lo abbracciavo, gli rivolgevo a malapena qualche parola. Ero davvero testarda da bambina.»

Carlo sorrise. «Lo sei ancora.»

«Aspetta, fammi finire. Un giorno mio padre si presenta con una camicia pulita e profumata e l’alito che sa di menta. Mi dice: Tu sei la cosa più preziosa che ho, per te posso anche smettere di fumare. Io gli ho creduto. Solo crescendo mi sono resa conto che in realtà non aveva mai smesso. Non faceva altro che cambiarsi la camicia e mettersi in bocca una mentina. E a un certo punto non si è neppure più curato di nascondermelo.»

Carlo le accarezzò i capelli e glieli baciò.

«Mio padre è sempre stato un uomo così rigoroso, così onesto, scoprire che mi aveva mentito per tanti anni è stato come rendermi conto che tutte le sue parole erano solo una bella favola.»

«Lucia, tesoro, forse te la sei presa troppo a cuore questa cosa. In fondo, non si smette di fumare da un giorno all’altro, probabilmente tuo padre voleva solo evitarti un dispiacere.»

Lei scosse la testa e si girò, dandogli la schiena.

«Vado a farmi una doccia, va bene?»

Lucia non rispose. Quando lui uscì dal bagno, con addosso l’accappatoio dell’albergo, la trovò accovacciata sul letto, con le ginocchia al petto e la testa bassa.

«Copriti, prenderai freddo.» Raccolse da terra il suo golfino e glielo porse.

Lei lo prese senza alzare lo sguardo e lo posò sul materasso. «Forse abbiamo sbagliato a venire.»

«Lucia, non ti capisco.»

«È proprio questo il problema.»

Carlo sospirò. Le si sedette accanto e propose: «Ti va di andare a fare un bagno idromassaggio? Aiuterà a distendere i muscoli.»

«Vai prima tu, magari ti raggiungo.»

Rimasta sola in camera Lucia si abbandonò a un pianto silenzioso. Poi si asciugò gli occhi con il golfino e si infilò sotto la doccia. Si strofinò la pelle come se dovesse cancellare il proprio odore. Si avvolse nell’accappatoio, si pettinò i capelli e iniziò a truccarsi con cura. Scelse dalla valigia un vestito elegante e le scarpe con il tacco alto.

Scendendo le scale incrociò Carlo e disse che lo avrebbe aspettato in sala da pranzo.

Cenarono in silenzio. Lui la fissava stupito e resisteva alla tentazione di farle un complimento per paura di turbarla. Lei sorrideva in modo complice.

Tornati in camera fecero di nuovo l’amore, questa volta in modo quasi violento. Quando ebbero finito, Lucia scoppiò a piangere. Lui la strinse a sé e così si addormentarono.

Il giorno seguente quando Carlo si svegliò il letto era vuoto. Lucia era scesa a fare colazione senza aspettarlo e aveva già preparato le tute da sci.

La trovò davanti al camino, con il viso truccato, la camicia sbottonata e le gambe piegate sopra al divano. Le dita sottili stringevano una tazza piena di caffè.

Aveva uno sguardo così sicuro, quando alzò gli occhi su di lui, che Carlo capì di non averla mai desiderata tanto ardentemente. La baciò con passione, stringendole il volto tra le mani, e quasi senza riuscire a lasciarla le sussurrò: «Sei così diversa.»

«Le persone non sono mai come crediamo che siano.» rispose Lucia, fingendosi compiaciuta. Poi prese le sue mani e le allontanò dal proprio corpo. «Peccato che io non sia davvero così.»

Posò la tazza sul tavolino davanti a sé, si strofinò via il rossetto con il palmo della mano e se ne tornò in camera.

 

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