Storie

Epifania

di Andrea Ion Scotta

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Epifania

La bile si legò al gusto di ferro in bocca. Le narici si contraevano involontarie, il suo stesso fiato gli era insopportabile. Le labbra non riuscivano a raggiungersi, la lingua si scontrò con uno straccio che lo obbligava a tacere. Il cuore pulsava sulle corde strette ai polsi. Levante cercò di aprire gli occhi, ma una fitta gli squarciava la testa ad ogni tentativo. <<Ci serve sveglio.>> disse una voce ovattata da una narcolessia malsana che gli confondeva la mente. Un’eco di tacchi fece breccia tra i suoi pensieri. <<Procedo.>> un senso di piacere fece socchiudere gli occhi a Levante quando dita fredde, avvolte dal lattice, si posarono sull’avambraccio, mentre arrotolavano la sua camicia. Sentì a malapena l’ago entrare, solo uno strano calore, sempre più forte. Una scarica si strattonò nel braccio, arrampicandosi nelle sue vene. Le palpebre si ritirarono, una furia estranea gli strisciava sotto la pelle, lo possedeva. Il tessuto del bavaglio strideva sotto una pressa rabbiosa, come l’ultimo morso di un lupo mannaro prima dell’alba. Ogni fibra si contraeva indomabile. Non si riconosceva nel suono gutturale che emetteva ad ogni respiro. Tutto era sfuocato, contorni indistinguibili di forme contorte.

<<Bruno mio caro calma.>> ancora quella voce. Lacrime calde portarono via la nebbia dai suoi occhi, ma le palpebre lo protessero dalla realtà.

Renato.

Un uomo con l’uniforme cucita sulla pelle, un esempio per tutti, per lui. La pensione lo ha reso un anziano come tanti, con lo sguardo perso davanti al mare mentre stringeva la sua coppola tra le dita. Le occhiaie troppo scavate per andar via, il segno della croce ogni domenica. Il dispiacere gli si arrampicava nello stomaco davanti all’immagine di una persona troppo forte in un corpo in decadenza. Una vita dedita alla bandiera, al prossimo, troppi dispiaceri raccolti in occhi azzurri.  Abbandonò il ricordo per rivederlo ancora, ma la realtà era un’altra. Una luce malsana storgeva lo sguardo di Renato, un sorriso mai visto gli spaccava la faccia.

La rabbia lo dominava, cuciva ogni ferita. Levante respinse in gola un conato, mentre la dottoressa gli liberava la bocca dallo straccio. <<Dove sono?>> disse Levante, contraccambiato da occhi che lo violentavano. <<L’adrenalina fa effetto!>> iniziò Renato sfregandosi le mani. <<Non hai fatto molta strada bello mio. Siamo nei nostri laboratori, all’interno dei bunker. Il tuo amico non te l’ha detto?>> domandò Renato compiaciuto. La mascella di Levante stridette sotto una violenta pressa. << Tu… come… mi hai mentito, per tutta la vita mi hai mentito! Ilaria si fidava di te, io l’ho convinta a fidarsi di te!>> ringhiò, ma con un cenno Renato lo zittì. <<Non ti sforzare, sarai confuso e spaventato. Senza contare che hai perso molto sangue per salvare Edoardo. >>

Edoardo. Ogni ricordo felice si congelò insieme al suo cuore.

<<Dottoressa per favore sarà mia cura richiamarla. Potrebbe lasciarci?>> Incontrollabile lo sguardo di Levante scattò a sinistra. Il magnetismo di occhi castani gli incatenò lo sguardo. L’assenza di luce e sonno ne aveva cannibalizzato la carne. Con un cenno del capo si congedò, prima che Levante potesse contemplarne i lineamenti. Come uno sparo ai blocchi di partenza, la porta si chiuse e Renato avviò la sua marcia.
<<Le tue guardie non le mandi via? Hai paura di un cane legato?>> Renato rise, lasciando che un paio di metri lo distanziassero da lui.

<<Cane? No. Tu sei una delle mie pecore ed io il pastore! Sei il mio risultato migliore, il mio soldato migliore! La vendetta ti ha portato qui, ma sono io ad aver guidato ogni tua scelta. Tutto perfetto. Eri senza identità, senza una vita. Io te ne dono una nuova, migliore. >> Levante scattò rabbioso verso Renato. La sua progionia era troppa, ma non per il suo sputo. <<Tu mi hai tolto tutto quello che avevo! Ora io toglierò tutto a te! Sei un…>> ma la mascella di Levante scrocchiò sotto il calce di una pistola. <<Perchè… perchè.>>

<<Fermo! Perché Bruno?>> ripetè Renato. <<Tu non capisci.. lascia che ti dica una cosa. Questo è Adam, il processo di evoluzione dell’uomo. Avviato trent’anni fa, un meccanismo inarrestabile. Abbiamo unito le più grandi menti del nostro paese per riuscirci, abbiamo investito tempo e denaro e…vite. È la svolta! Abbiamo dato vita ad un nuovo gradino della scala evolutiva dell’essere umano.>> Le mani di Renato si giunsero come un libro, i suoi occhi percorsero ogni piega, come se leggesse le pagine della sua storia <<Abbiamo provato e riprovato, fallito innumerevoli volte, ma poi… >> Levante fu costretto a leggere il finale sui palmi rivolti verso di lui . <<… il trauma. Si… riusciamo a ricostruire come vogliamo le persone distrutte da un trauma. La terapia elettroconvulsivante, la rieducazione mentale e poi l’intervento. Adam, finalmente. Non servono robot per avere dei fedeli servi. Non serve mettere una popolazione contro un’altra per avere una guerra. No! Adam uccide perché prova piacere nel farlo, gode! Cambia il processo di mutamento della sensazione di uccidere in una persona e non ci sarà appagamento più grande nel strappare la vita ad un bambino.>>Le mani di Renato plasmavano la felicità al suono della sua voce. <<Io voglio aiutarti, accetta il dono che ti sto offrendo. Che diavolo hai da ridere?>>  Le costole gli dolevano, ma Levante continuò imperterrito la sua risata. <<Un dono? La mia famiglia mi ha seppellito, mia moglie è morta davanti ai miei occhi. L’unico dono che voglio da te è la tua vita e credimi…  Me la prenderò, pezzo dopo pezzo. >>

Renato diminuì la distanza tra loro. <<Sei solo un illuso!>> gridò. <<Hai buttato via la tua vita per un paese che ti ha sempre mentito! Giuro che se non la smetti di ridere io…>>, ma la minaccia di Renato fu interrotta dallo sbattere della porta. I tacchi della dottoressa savrastarono l’ansimare di Renato. <<Signore, l’antibiotico per i morsi dei cani. Deve iniziarlo, altrimenti si innescherà l’infezione.>> Con un gesto Renato acconsensitì, recuperando fiato.
Un’altra puntura. I ricci caddero sul collo di Levante, mentre il suo sangue ribolliva.
<<Devi fermarli.>> sussurrò la dottoressa mentre i tronchesi liberarono i suoi polsi. Non ci fu il tempo per realizzare. Un colpo esplose, sfiorandogli l’orecchio, sangue caldo gli imperegnò il volto. Un’altra vittima che periva nel suo percorso. Due pistole lo minacciavano.
<<Non sparate, calma Bruno non ti muovere.>>

Le luci si offuscarono, lampeggiarono prima di spegnersi. Una voce registrata irruppe nella stanza. <<Corrente interrotta, alimentatore di emergenza attivato.>>
Comandato dall’istinto, Levante lasciò la sua prigionia, ma al suo movimento le pistole ruggirono, squarciavano il buio. Luci verdi correvano nel perimetro della stanza. Mi dispiace pensò Levante proteggendosi con il corpo esanime della dottoressa. I proiettili le divoravano la carne, proteggendo la sua vita, ma un proiettile riuscì a passare, trapassandogli il braccio. Ancora qualche metro. <<Bruno stai entrando all’inferno, loro ti troveranno.>> gridò Renato sopra gli spari. Levante lasciò cadere il corpo mutilato della donna per chiudere a chiave la porta.
Le luci di emergenza correvano davanti a lui dando forma ad un corridoio. Il cuore gli pulsava nelle orecchie. Il collo reggeva a stento il peso della testa, il pavimento sotto di lui era una nave in preda ad una tempesta.

Cercò l’appoggio del muro ma lo mancò. La mano si trasportò il corpo con sè, ma la spalla si oppose alla caduta facendo resistenza tra due sbarre di metallo. Un rumore nell’oscurità non gli diede il tempo di riprendersi dal dolore. Con tutte le sue forze si spostò dalla cella, sfiorando due braccia si ergevano verso di lui. Il buio si era svegliato ringhiando, scoccando la mascella. Lo sguardo percorse il corridoio, dove braccia bramose afferravano l’aria in attesa del suo passaggio. Levante inspirò cercando nuove forze, ma trovò solo polvere che gli lacerò la trachea. Al termine del corridoio, una portà si rivelò spalancandosi di colpo.

<<Ma che bravo sei arrivato fino a qui.>> La luce della torcia gli impediva di vederne il volto, ma quella non lascia spazio al dubbio.< <Tu, figlio di puttana! Ti ammaz…>> ma la collera di Levante fu intorrotta da uno sparo. << Se ti muovi, sei morto.>> La pistola che lo minacciava conduceva ad Edoardo.
Spilli sottocutanei spingevano nel braccio di Levante, il sangue effluiva incrontrollato. <<La tua presenza già bastava ad eccitare questi ragazzi, ma le tue ferite.. così li fai impazzire!>> disse ridendo Edoardo. <<Ecco alcune persone scomparse da vent’anni a questa parte le cui tracce a voi sbirri sono state nascoste. Da sempre sotto al tuo naso, ispettore!>> urlò Edoardo illuminando il contenuto delle celle, causandone grida disperate. Le braccia si inerpicavano esili in un corpo denutrito, bianco, come gli occhi che lo stavano bramando.

<<Sono stati qui abbastanza a lungo da dimenticarsi che sono esseri umani. Hanno abbandonato il sonno e la ragione. Questi sono solo alcuni degli esemplari sparsi per l’Italia, l’Europa. Speravo di vederci di nuovo insieme, sotto la potenza di Adam, ma vedo che non ci arrivi.>> e senza voltargli le spalle Edoardo si avvicinò all’uscita. <<Beh ti lascio giocare con i tuoi nuovi amici. >>

Con un colpo sordo, la leva nel muro aprì le prigioni lasciando la speranza alla luce d’emergenza. Contorcendosi, le creature lasciarono le loro celle. Il muro lo spingeva verso di loro, ogni via d’uscita era proibita. La rabbia si contorse in nelle sue cicatrice, pulsava in ferite ancora aperte. Con uno schiocco violento le sue nocche si infransero su una mascella, ma altre mani lo afferrarono. La vista roteo fino a quando il pavimento lo accolse. La luce percorreva i lineamenti contorti della creatura, gli occhi vitrei scavano nelle sue paure. Le gambe non rispondevano, gli erano addosso. Ogni forza del suo corpo era concetrata sulle dita incollate al collo della creatura. Schiumava di rabbia mentre cercava di azzannarlo. Con un colpo di reni riuscì a liberarsi, ma altre due creature si lanciarono su di lui, mordendo, strappando. Una luce rossa dilaniò il buio, liberandolo dall’assalto delle creture.
Un tonfo sordo esplose ai piedi di Levante. Il corpo di Edoardo giaceva immobile con la gola tagliata. <<Coraggio puttanelle, chi vuole mangiare? Sembrate così magri, a papà!>> una risata scolpì il ghiaccio dal cuore di Levante. <<Reaper!>> disse mentre un braccio lo aiutò ad alzarsi. <<Sono in ritardo? Ho fatto un bel sorriso al tuo amico?>> ghignò Reaper. Le dita delle creature si facevano largo nella carne di Edoardo, i denti ne facilitavano l’ingresso. Senza aggiungere altro, si lanciarono dietro la porta, chiudendone all’interno la mattanza. Il razzo di segnalazione avanzava davanti alla mano di Reaper, mentre il sangue creava una scia dietro di lui. <<Senza sonno! Grazie alla luce sono riuscito a fuggire da questo posto di merda. Andiamo forza.>> disse Reaper, ma la sua marcia era rallentata, ogni passo un lamento.

<<Reaper, fermati cazzo, sei ridotto male!>> Reaper sputò a terra. <<Tu dici? Ti ricordi quando mi hanno sparato?>>. Lo sfrigolio del razzo li accompagnava all’interno di un antro oscuro, nei muri correvano grida lontane, dal terreno il male inquinava l’aria. Gli alto parlanti si attivarono, facendoli sussultare. <<Stato di emergenza livello 4: sgancio dell’unità sopporiferà. Tentativo fallito.>> rieccheggiò una voce registrata negli alto parlanti.<<Merda.>> bisbigliò Reaper. <<Che succede?>> domandò Levante perlustrando il buio dietro di lui. <<Ho fatto un casino con la corrente. Ho staccato le luci, ma ho aperto anche la porta del laboratorio e le celle laggiù. Tieni, abbiamo più o meno cinque colpi a testa. >> disse Reaper affidando la sua vita nelle mani di Levante.

<<Ascoltami, c’è una porta in fondo alla sala.>> disse Reaper. <<Una volta aperta saremo nei bunker, quelli abbandonati, a pochi metri dall’uscita.>> Levante accennò consenso col capo, mentre le mani diventavano un tutt’uno con l’arma. Con un calcio Reaper aprì la porta e lanciò il razzo in mezzo alla sala. Entrarono, ma ad accoglierli fu solo il buio. <<Presto!>> intimò Reaper, ma una figura si avvicinò alla luce. I lunghi capelli coprivano il volto ed una candida veste le segnava il corpo. Levante azzardò un passo, ma la donna scatto verso di lui. Puntò la pistola, ma i singhiozzi fermarono il dito sul grilletto. Era davanti a lui, raccolta, si teneva le spalle con le mani. <<T-ti prego. Uccidimi.>> mormorò la ragazza. <<Cosa?>> rispose Levante, ma un ghignò si levò dalle lacrime, incastonato in piaghe deforme che le laceravano il viso. <<Troppo tardi!!>> rise, mentre urla riempivano la stanza. Con un grido disumano gli saltò addosso, ma il carrellò dell’arma scattò rapido. Il colpo andò a segno, scavando un solco nella fronte della donna. <<Levante alla porta, forza!!>> Passi li stavano circondando, Reaper esplose un colpo, prima di iniziare a correre dietro a Levante.

Non sono persone si ripetè Levante, mentre corpi contorti correvano verso di loro. La porta era vicina, mancava qualche passo, ma Reaper venne afferrato e gettato a terra. Con un calcio Levante lo liberò dal suo aggressore. <<Ci siamo, non ti lascio morire qui, stai con me!>> un ultimo proiettile scacciò un senza sonno. <<Forza!>> la porta si aprì facendoli ingoiare dal buio. Levante si lanciò sulla porta, ma le creature si interposero alla chiusura.
Reaper accese un nuovo razzo facendoli da scudo con il buio. La mano non conteneva il sangue che effluiva violento mentre si alzava da terra <<Levante>> inziò Reaper sputando sangue <<mi dispiace di averti mentito su Renato, ma se te l’avessi detto sarebbe andato tutto a puttane, non mi avresti creduto.>> Reaper boccheggiava esausto. <<Basta, non parlare! Spingi piuttosto.>> Reaper scosse il capo << Il sangue non si ferma e quello che ho io sulle mani non si lava via te lo garantisco. Come chi piange è inevitabile la sua trasformazione in demone. Ora è il tuo momento di indossare la maschera.>> disse Reaper sforzandosi di non perdere i sensi.

La maschera tremò sotto la presa di Levante. <<No Reaper, non ti lascio qui, ce la faremo, insieme!>> i senza sonno li reclamavano, Levante lottava contro la porta. <<Non resisteremo la fuori con questi stronzi alle calcagna. Ricordati, ti prego. Non sei l’unico a soffrire, non essere un buono che non fa nulla. Non ho paura di morire, perchè sono solo un mostro. Qualcuno di cui le persone hanno bisogno e che odiano allo stesso tempo.>> Allungò il braccio tendendo a Levante il suo cellulare. <<Il futuro non deve essere avaro di giustizia. Se puoi combattere combatti, se puoi aiutare gli altri fallo, resisti. La guerra è appena cominciata. >> Il sorriso sincero di un uomo che sta morendo si spaccò investì Levante. <<Quando è il momento chiamami al cellulare. Addio, Levante.>>

Facendo leva con il suo corpo, Reaper aprì la porta e, senza opporre resistenza, lasciò che tentacoli di mani lo trascinarono nel buio. Levante sbarrò l’entrata, abbandonandolo alla ferma sentenza della morte. Il buio gli portava via il tempo e lui non ne aveva. Graffiti maledetti lo spiavano, disegni di uomini dalla mille braccia lo fissavano. Le gambe gli dolevano ad ogni scalino, ma una fioca luce gli regalava speranza, doveva quasi essere l’alba. Il suo percorso era quasi giunto al termine. Una curva, solo una svolta ed era fuori. Ingordo di libertà, Levante sorpassò l’angolo, ma prima della fine la vista gli si oscurò. La terra battuta lo accolse, macchiandola con il sangue che scivolò via dalla fronte.

<<Tiralo su e portalo qui.>> ordinò Renato. Inerme, Levante fu marionetta, in balia di braccia forti. << Credevi di cavartela così? Dopo il casino avete fatto?>> lo stomaco si contrasse sotto la violenza di un pugno, il respiro gli si lacerò in gola.<<Vaffanculo.>> disse Levante con filo di voce <<Poteva finire tutto così, in attimo. Dovevo ucciderti subito e invece ho voluto creare la tua opportunità.>> La fredda canna di una pistola gli pressava la tempia. <<Sentimentalismi del cazzo. Quando arriverai all’inferno digli chi ti manda e scusali da parte mia per l’inconveniente.>>

Non ci fu uno sparo, ma un urlo. Levante fu sbattuto a terra e la polvere gli si conficcò in gola. L’uomo che lo stava tenendo si dimenava dietro di lui. <<Maledizione, ferme stupide creature.>> ordinò Renato indietreggiando verso l’uscita. L’odio animò la mano di Levante, facendo rovinare Renato al suo fianco. Una rabbia incontrollata lo fece rialzare. Renato esplose un colpo che affondò nella spalla di Levante, ma i suoi pugni non persero la loro intensità. Renato urlava, sputava sangue mentre le sue ossa venivano infrante. Ansimando Levante lo alzò di peso. <<Ti prego, non voglio…>> singhiozzò Renato. <<Non serve che tu sia consenziente.>> ringhiò Levante prima di lanciarlo nel buio. Un ultimo sguardo al suo passato, mentre pezzi di carne venivano staccati dalle ossa, urla di dolore si mischiavano a grida di piacere, ingoiati per sempre nel buio dei bunker.

Levante zoppicò, arrancò verso la libertà fino a che le prime luci dell’alba non lo colpirono. L’aria del mattino pungeva sulla pelle, la polvere lo faceva ancora tossire. I sensi lo stavano abbandonando, ma un pensiero lo tenette sveglio. Il telefono. La mano scattò rapida in tasca e le sue dita lo incontrarono. Compose il numero di Reaper e senza indugiare chiamò. La terra tremò sotto di lui, un boato divorava il monte. L’esplosione distrusse l’entrata del bunker, i piani inferiori. Nessun grido, solo una colonna di fumo e anime si erse verso il cielo. La mani stringevano la maschera di Reaper e gli occhi ne leggevano la storia all’interno.

Tutto era finito. Tutto era iniziato.

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