Storie

Susy

di Marianna Vitale

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Roma era la sua città, ma già non le apparteneva più.

Susy la osservava scorrere via dallo specchietto retrovisore della vecchia Topolino, e non ne sentiva nostalgia. Era felice. Stava per cominciare la vita che sognava, all’insegna delle cose che più desiderava fare: viaggiare, cantare, amare.

Rick era andato a prenderla con l’auto carica di strumenti, raggiante e bello come un dio. «Abbiamo le date!» le aveva detto soddisfatto, e lei gli aveva gettato le braccia al collo e lo aveva baciato con passione, come era solita fare tutte le volte che erano soli.

Lui aveva ricambiato la stretta. «Susy …» le aveva sussurrato, accarezzandole i lunghi capelli dorati «Dimmi come faccio io ad amarti …» e intanto la ricopriva di dolci effusioni «Io suono il valzer ogni sera … e a casa ho un’altra donna che mi aspetta …».

Lei lo sapeva, e ogni volta fingeva che non fosse vero. In fondo era tutto un gioco, come la musica.

La passione che l’aveva portata a cantare era tanto forte quanto quella che provava per quel bassista di Rock’n Roll, conosciuto casualmente in un locale di provincia.

Susy era giovane, bella, e la sua voce trascinava come un fiume in piena. La collaborazione con Rick era fondata su una complicità che nessun altro poteva vantare. Lo spettacolo al quale avrebbero dato vita era qualcosa di unico e forse la loro carriera sarebbe decollata.

«Canta per me.» le chiese Rick, alla giuda della sua auto sgangherata.

Susy lo deliziò con la sua voce avvolgente, mentre lui le accarezzava le mani, gli occhi fissi sulla strada.

Il viaggio durò diverse ore, i sedili erano scomodi e l’aria particolarmente afosa in quella giornata di primavera. Eppure i due amanti, elettrizzati dalla nuova avventura, non sentivano la stanchezza.

Arrivarono a Napoli carichi di speranze e aspettative. Si fermarono in un alberghetto di periferia, l’unico che potessero permettersi, e subito uscirono per esplorare la nuova città, il suo fermento e i locali che li attendevano.

Ogni cosa aveva una luce diversa, ora che tutto sembrava combaciare perfettamente.

Quella notte fecero l’amore e i loro occhi si dissero che tutto ciò che desideravano era lì.

Il giorno seguente iniziarono i preparativi per il loro debutto. Rick era nervoso, Susy al contrario non aveva preoccupazioni, sapeva che sarebbe andato tutto per il meglio. E così fu: lei cantò divinamente e lui dimostrò la sua indubbia abilità con le corde della chitarra e del basso.

Erano ormai diverse sere che ripetevano la stessa performance con successo quando il destino si presentò loro sotto forma di una donna, l’altra donna. Susy non l’aveva mai vista e, nel momento in cui la trovò ad attenderla dentro al camerino, pensò che fosse un’ammiratrice che le chiedeva gentilmente un autografo. E dunque acconsentì, lieta.

Si sedette e trascrisse il suo nome su un pezzo di carta, ma non fece in tempo a completarlo, perché l’altra donna con un rapido taglio la stava privando di una ciocca dei suoi lunghi capelli dorati.

Susy non trovò la forza di reagire, spiazzata e incredula rimase a fissare i suoi piedi, sui quali continuavano a cadere i boccoli che fino ad un momento prima erano il simbolo della sua bellezza.

Quando alzò lo sguardo e vide nello specchio gli occhi dell’altra donna, carichi di odio e gelosia, realizzò ciò che stava accadendo. Ma era tardi.

Capì che se non fosse entrata in camerino quella sera avrebbe avuto ancora i suoi capelli dorati, lunghi fino al mandolino, e guardando la propria immagine riflessa le scese sul volto una lacrima solitaria. L’altra donna se n’era già andata, portando via con sé ogni illusione.

Susy tornò in albergo e fece i bagagli in silenzio. Uscì prima che Rick tornasse e potesse vederla.

Roma la riaccolse a braccia aperte, qualcuno avrebbe avuto sicuramente bisogno di una cameriera di bella presenza.

Lui non seppe mai cos’era successo, e ben presto trovò una nuova cantante sul punto di sbocciare.

Nessuno udì più la voce di Susy, fatta eccezione per i clienti del bar nel quale prendeva le ordinazioni, né lei permise più ai suoi capelli di raggiungere la lunghezza che tanto amava. Solo in questo modo poteva essere certa che non si sarebbe mai più sentita tanto umiliata come quella fatidica sera in cui era entrata dentro al camerino.

 

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