Storie

Io?

di Andrea Ion Scotta

Pubblicato il

Io? illustrazione di Giulia Repetto

Io? illustrazione di Giulia Repetto

La musica cessò lasciando che l’attesa riempisse l’auto. <<E ora?>> domandarono dai sedili posteriori. Facendo scattare il sedile, il guidatore si spinse indietro. <<Levante, era necessario portare questo qui?>> la risposta fu data dall’accendino e dal fumo danzante della Lucky Strike. Il guidatore sorrise, un silenzio che valeva più di mille parole. L’orologio da polso di Levante scattava inesorabile e la gamba di Edoardo ne seguiva il ritmo forsennato. Con la coda dell’occhio, Levante squadrò il volto disteso del guidatore, a suo agio in una situazione ai limiti dell’assurdo. La giacca di pelle si stirava appena ad ogni suo respiro. Non mi resta altro che dar fiducia a quest’uomo pensò rabbrividendo Levante.

Le prime persone iniziarono a popolare il vicolo, vociando davanti al Blue Moon. <<Occhi aperti Edo.>> disse Levante aprendo la portiera dell’auto. <<Rilassati ispettore, sei così teso che con lo sfintere potresti trasformare il carbone in diamanti.>> sbuffò il guidatore, concentrando però la vista alla coda che prendeva forma fuori dal locale. I due uomini si allontanarono dal veicolo, prendendo strade diverse sotto un velo stellato. L’insegna lampeggiava ipnotica, attirando a sè i più variopinti tratti del genere umano: creste colorate, minigonne vertiginose finivano incastonate nel vicolo che ospitava il locale.

Una palla rotolò via dalla massa, stuzzicando l’attenzione del guidatore. Dalla distratta folla, sbucò un bambino che correva lesto per raggiungere il suo gioco. I piedi scalzi si infrangevano sull’asfalto, le braccia erano tese verso il suo pallone che finalmente interruppe la sua corsa in mezzo alla strada. Un sorriso sdentato spalancò il magro viso del bambino, ma dopo un instante due fari lo raggiunsero, troppo in fretta. Il guidatore lasciò che l’istinto gli fece chiudere gli occhi, ma alla loro riapertura, il bambino era ancora lì in piedi, sorridente con la sua palla tra le braccia. È salvo, pensò il guidatore mentre osservava i contorni del Porto Antico mutare ed il tramonto squarciare la notte.

Un cavernoso richiamo fece voltare il bambino verso le roulotte. Il silenzio lasciato da quel verso si faceva strada tra le viscere del guidatore. Senza concedere alcuna possibilità di fuga, dalle tenebre un pugno rovinò sul piccolo che, pietrificato, difendeva il suo gioco. Dopo aver riacquistato l’equilibrio, un uomo brandì ancora la sua mano verso quell’innocente tempia. Il bambino lasciò la presa dalla sua palla, ma non in tempo, poichè il viso si scontrò con la terra battuta. La porta della roulotte dietro di loro si spalancò accompagnata dall’eco di un pianto.

L’uomo sollevò di peso il bambino lasciando che il sangue segnasse il suo destino. Gli occhi vitrei dell’uomo ne studiavano il corpo mentre la mano ne sentiva l’innocenza. Il grido di una donna lacerò l’aria, i palmi del guidatore lo barricarono al sicuro da quella scena, mentre la violenza lasciò spazio al silenzio. Dopo qualche istante, il guidatore si rivolse ancora a quello scempio, ma questa volta l’immagine non prese forma stabile, ma riconobbe i lineamenti dei bagni della scuola media. Piccole piastrelle bianche e nere erano incastrate a casaccio, formavano strani disegni. Chissà se qualcuno le ha mai contate, pensò il guidatore. Davanti ad uno specchio crepato, un giovane si specchiava, immobile come se cercasse qualcosa nel nero suoi occhi.

<<Ecco dov’era il terrone!>> un gruppo di ragazzi irruppe nel bagno, costringendo il giovane a voltarsi. <<Pensi di nasconderti schifoso?>> il ragazzo non rispose, lasciava che i raggi di un pallido sole illuminassero imparziali la sua umiliazione. <<La capisci la mia lingua o dovrei grugnire per farmi capire?>> schernì uno dei bulli, provocando risate alle sue spalle. Senza trattenersi, il più grosso dei tre si accanì sul ragazzo, spingendo la sua vittima contro i mattoni del muro <<Sporco terrone, devi stare nella merda dove sei cresciuto.>> Mentre gli sputi raggiungevano le lacrime del ragazzo, i suoi persecutori gli fecero rovinare il viso a terra, su quelle figure contorte che disegnavano il pavimento. Mani e piedi infuriavano su di lui, ancora e ancora. Uno, due, tre, quattro <<cinque, sei, sette!>>

Una nebbia fitta cancellava la vista del guidatore, ma qualcosa si animava al suo interno. Le facce di quei persecutori lampeggiavano straziate dal terrore, in un miscuglio di grida e sangue, mentre strane figure nascevano da quella farragine. Demoni alati si contorcevano mentre si nutrivano di corpi spezzati. Ogni urlo che effluiva proiettava un’immagine sulla nebbia, di quando lo sentiva entrare dentro di lui, quando lo soffocavano fino a svenire, spogliato di ogni dignità alla ricerca di una carezza disperata.

<<Figlio del demonio.>> Una mano si liberò dalla morsa insanguinata, tirando a sé un corpo dilaniato. I lunghi capelli stringevano un volto disperato. << Na vota passa Gesù Cristu davanti a porta, ma non pe mia.>>  Lo sguardo impazzito di quella donna era fisso sul guidatore, ma l’angoscia che si aspettava di provare tardava ad arrivare. Incuriosito, il guidatore guardava la donna donandole un sorriso mentre riprendeva il posto in quella immane bolgia.

L’oscurità lavò via tutto, ogni bagliore eliminato dal mondo. Poi una luce gialla di un neon stanco, dava i contorni ad una stanza sorta davanti al guidatore. Alte gabbie d’acciaio erano disposte in cerchio di fronte ad una sedia occupata. Qualcosa abitava le gabbie, una melodia distorta ne fuoriusciva: uomini e donne che si specchiavano nelle loro grida. Un uomo era incatenato alla sedia, costretto ad assistere a quello spettacolo, ma la sua risata sovrastava tutto. <<Ora tocca a te. È stato difficile catturarti, ma ora non hai più via di scampo.>> disse avanzando dalla penombra un uomo. La fioca luce non arrivava al suo volto, faceva brillare solo sul carrello di metallo e un camice bianco. D’improvviso, l’inferno si avvicinò alla pelle dell’incatenato <<Il momento della marchiatura.>> disse con un fremito l’uomo con il camice e, senza preavviso, la pelle iniziò a cuocere sotto la sua presa. Gli sguardi che lo circondavano erano penetranti, fissi sul fumo che si innalzava dal collo dell’uomo incatenato. L’eccitazione si arrampicava sulla pelle del guidatore.

<<Il tuo tormento è la mia forza>> disse l’uomo con il camice bianco. <<Ora sentirai una leggera..scossa!>> Il silenzio divenne eterno, le bestie nella gabbia smisero di reclamare la loro umanità. Una risata profonda effluì dall’uomo. Le narici gli si allargarono, assaporando ogni istante. <<Fa pure.>> ringhiò voltandosi verso l’uomo con il camice. <<Ti accorgerai troppo tardi di aver preso per le corna il toro sbagliato.>> sotto i baffi, un ghigno malsano gli rispose mentre una leva dietro di lui scattò.

<<Reaper, che cazzo fai! >> il locale era quasi pieno ed il vicolo lasciato solo. <<Vedi di svegliarti, il nostro bersaglio è arrivato.>> Il guidatore guardò Levante, inalando la tensione che aveva portato, come un predatore attratto dalla paura della sua preda.

<<Bene signori>> disse Reaper uscendo dall’auto. <<ora lasciate fare al lupo cattivo.>>

 

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