Storie

Achilles Heel

di Andrea Ion Scotta

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Achilles HeelUn ponte gli conferiva riparo, almeno il tempo per girarsene una. Senza nemmeno accorgersene il tabacco era nella cartina, le dita lo amalgamavano mentre i cassetti dei pensieri sbattevano dentro di lui. Una goccia interruppe il rituale, impregnando la sigaretta. <<E che cazzo.>> Sbuffando, fumo uscì dalla sua bocca, ma non quello che gli dava pace. Tirò su il cappuccio appena in tempo per rimettersi sotto il temporale. Attraversò la strada solcando le sole strisce bianche. Una frenata lo fece sussultare: un’anziana signora sfidava la pioggia ed il traffico, cercando di attraversare la strada al massimo della velocità concessa dalle borse della spesa. Non abbastanza per il  guidatore. <<Non prendertela così con calma, vecchia, non sai quanto ti rimane da vivere!>> sbraitò il giovane sulla sua BMW. Schifato dalla scena, si tirò giù il cappuccio, lasciando strisciare la pioggia giù per i lunghi capelli corvini fino alla barba. Doveva aver fatto colpo, l’avvenente giovanotto si era rintanato in macchina distogliendo la vista dal suo sguardo. <<Dia a me signora>> e senza indugiare la signora ritrovò sollievo alle sue mani per qualche momento concedendosi al suo aiuto. <<Grazie di cuore caro, Dio ti benedica!>> salutò la signora. <<Ne ho bisogno.>> borbottò guardando la signora allontanarsi lentamente. Una goccia precipitò lungo la schiena, era zuppo. Attraversò la strada, dirigendosi a passo svelto verso il sottopasso. Solo un cancello lo separava dal riparo, ma la chiave gli garantì l’accesso. Una mano si immerse nella bagnata chioma cercando di riordinare i pensieri, l’altra verso l’interruttore per illuminargli  la via.

Un lungo corridoio correva sotto i palazzi, aprendosi di tanto in tanto verso alcuni garage. <<327, ci siamo.>> con tutte quelle chiavi, azzeccarla alla prima era difficile, ma erano mesi ormai che rimetteva piede in quella cantina e non ci mise molto tempo per far scattare la serratura. Seguendo il cigolìo della porta entrò nel buio della cantina. Chiudendosi, la porta portò via con sè la luce del corridoio per concedergli quella di una nuda lampadina. <<Ancora mi domando come fa a funzionare.>> disse squadrando la luce. Ancora lì, ancora in quella situazione, ma ora si stava realizzando tutto quello che non voleva. Le mani gli anticiparono il comando, tirando a se un armadio. La luce illuminò una vecchia scala arrugginita che in posizione attiva tremava sotto il suo peso. Il tetto di perline scheggiate gli si avvicina ad ogni gradino, mostrando l’imperfezione tra le giunture. Sospirò e spinse, scoprendo una botola. Si issò nell’appartamento, vicino alla porta murata. L’odore di chiuso si fece largo nei polmoni e la poca luce naturale di quella giornata era placcata da grosse tavole di legno che ricoprivano la finestra. La pioggia aveva smesso di tamburellare sulle finestre, lasciando che il silenzio abitasse di nuovo la casa. Fece il primo passo, ma uno scricchiolìo lo fece girare di scatto. Il suo sguardo incontrò però solo il  muro. Il rumore proveniva da un’altra direzione. Il collo si mosse piano, lo sguardo seguì la canna di una pistola rivolta verso di lui. Le mani erano bianche, strette e decise sul calce.

<<Cristo, vuoi farmi prendere un infarto Levante?>> da dietro una barba incolta, un sorriso si tirò a stento da un lato. <<Non ti sei annunciato e non è oggi che dovevi venire qui Edoardo.>> Gli occhi azzurri lo squadrarono da testa a piedi.  << Togliti quei vestiti, stai imbrattando tutto!>>

<< E tu toglimi quella cazzo di pistola dalla faccia.>> Levante con un gesto si scostò lasciando libero Edoardo. <<Vuoi un caffè? Ah, a proposito. Prossima settimana lo devi riportare, sta finendo… e quando ti deciderai a portarmi dei vestiti decenti?>> Edoardo seguì Levante all’interno della cucina. Mise la giacca su una sedia vicino al cucinino a gas.

Edoardo si sfregò le mani sul fuoco, cercando di riconquistarne la normale temperatura. Levante sbirciò il mondo fuori dalla finestra. Con i denti estrasse una Lucky Strike dal pacchetto e l’accese. <<Lascia stare quel tabacco, fumatene una vera.>> Levante lanciò il pacchetto sul tavolo ed Edoardo ne prese febbrilmente una. <<Dovrei dire grazie a me stesso. Oltre ad averti salvato il culo ti mantengo anche..manco fossi la mia ex moglie!>> disse Edoardo accendendosi la sigaretta dalle fiamme blu. <<Io ho più tette!>> disse Levante.

I due risero, ma la realtà piombò tra quelle mura. <<Edo, ho delle novità rispetto all’omicidio di Marco.>> Edoardo non alzò lo sguardo da terra. <<All’interno di quella casa di cura c’erano fantasmi di persone scomparse. Poco prima di morire, Marco ha parlato con qualcuno, un ragazzo. >> Edoardo concesse uno sguardo a Levante- Il suo viso era sempre più teso e scavato, ma come poteva non esserlo dopo essere stato marchiato con l’anatema della solitudine. Ma Levante continuò, senza badare allo sguardo preoccupato di Edoardo, indicando il muro dietro la cucina a gas. <<La tua apparecchiatura è fenomenale, sono riuscito a mappare la voce di un video di quel telefono ritrovato sulla scena del crimine dell’assistente sociale con quella della registrazione inviata da Marco. Corrisponde. >>

Edoardo non si scompose. <<Bruno, ascolta.>> ma Levante non gli diede retta. <<Marco aveva fatto centro e secondo me potrebbero essere quelli che hanno inscenato la mia morte.>>  Levante si avvicinò ad Edoardo. <<Credo anche che a quello stesso ragazzo si sia stato applicato un bel lavoretto mentale da quel simpatico psicopatico, il Dottor Campoli. “Nella gioia del crepuscolo, morirete tutti.” Non può essere farina di un ragazzo normale.>> La sigaretta di Levante scoppiettò sotto un lungo tiro. <<Qualcosa però non ha funzionato, forse perchè non è diventato come lo stesso che abbiamo preso, Stefano.  Per questo forse è stato ucciso?>> Edoardo si scompose solo quando ormai la sigaretta bruciava vicino alle sue dita.

<<Beh?>> Incalzò Levante. <<Dov’è il tuo senso critico da infiltrato speciale? Dovresti sentire…>> Edoardo alzò la mano. Una goccia gli scivolò dalla tempia, perdendosi nella barba. <<Bruno, Ilaria non è più in ospedale.>>

Il silenzio gridava in quella stanza. La moka gorgogliava, sbuffando caffè sul fornello. <<Che..cosa?>> Il volto di Edoardo perdeva colore. <<Sono tre giorni che non si presenta in pronto soccorso. Ho sempre fatto come d’accordo e regolarmente sono andato per due mesi a sorvegliare tua moglie.>>

Piccoli spasmi mossero la bocca di Levante prima di aprirsi. <<Tre giorni? Tre cazzo di giorni? Cosa diavolo aspettavi a dirmelo?>> Levante lasciò la cucina a grandi passi, afferrando la giacca dall’appendino. Edoardo si gli si piazzò davanti, impedendogli il passaggio. <<Dove cazzo credi di andare? Eh? A farti ammazzare sul serio? A farvi ammazzare tutti e due?>> La stazza di Edoardo copriva quella dell’ispettore, ma la rabbia repressa di Levante lo faceva più grande. <<Mia moglie! Quella donna sta piangendo un marito morto, e lo stronzo è ancora vivo, ma per il suo bene non si è mai fatto vivo da lei>> il petto di Levante si alzava velocemente, digrignava di rabbia.

<<Senti Levante, adesso ascoltami>> Edoardo posò le mani sulle spalle tese dell’ispettore. << ho parlato con una sua collega.>> Conquistò l’attenzione di Levante  <<E quindi, parla!!>> disse furioso Levante.

Edoardo cercò di mantenere la calma, ma  le sentiva la voce tremare. <<Mi ha detto che tre giorni fa un signore non molto alto con dei baffi originali si è presentato a lei.>> Levante era furibondo <<Campoli>> Edoardo annuì. <<La collega di Ilaria mi ha detto che sono andati a pranzo insieme. Al suo ritorno, le ha raccontato che Campoli aveva chiesto referenze all’ufficio personale dell’ospedale per una nuova assunzione e che lo stesso ufficio lo aveva indirizzato su di lei. Così le ha offerto un lavoro, più tranquillo del pronto soccorso e ben più remunerato. In una casa di cura.>> la mano di Levante si infranse nel muro. <<Figlio di puttana. Vuole farmi uscire allo scoperto.>>

<<Devi calmarti Levante! Senti, quando dalla registrazione di Marco ho sentito che eri in una sparatoria sono immediatamente venuto a cercarti. Quando sono entrato da quella finestra e ho visto con i miei occhi quella..cosa..>> Le mani di Edoardo cercarono sfogo sull’accendino, l’euforia si mischiava alla paura in bocca, impastandola. <<Non è più questione di guardie e ladri, qua ci sono in moto forze che non sappiamo contrastare.>> Gli occhi di Levante erano in fiamme, ma il suo viso era diverso, consumato dalla rabbia e dalla solitudine. <<Non puoi fare cazzate. A loro lei serve per farti uscire. Se la uccidono..>>

<<Io farò loro altrettanto>> finì Levante. Edoardo provò ad aprire bocca, ma Levante prese in mano il telefono. <<Che stai facendo?>> domandò Edoardo. Levante non lo ascoltava, continuava a pigiare i tasti del vecchio Nokia 3310. <<Che cazzo fai!>> urlò Edoardo. <<Ora siamo in tre a sapere che sono vivo. Tagliaferro: lo conosco e sono sicuro che, dopo essere venuto al mio funerale, avrà deciso di continuare le indagini.>> Edoardo gli strappò il telefono dalle mani. <<Ancora quel vecchio?>> ringhiò. <<Non mi fido di lui, non voglio morire per quel maledetto traditore.>> Ma come poteva infierire, sul suo ispettore, il suo amico.  Un uomo che ha dedicato la sua vita per la giustizia, costretto a vivere nell’ombra senza alcuna possibilità di poter dire al mondo la verità. Le parole morivano in gola, mentre le lacrime di Levante facevano capolino.

<<Mi dispiace Bru. Oggi resterò qui, così se quel vecchio pazzo ti scrive, possiamo metterci al lavoro.>> Una fievole scia di luce rosata attraversava la finestra, uno spicchio di sole si era fatto largo tra le spesse nuvole temporalesche. Era il tramonto, il tramonto di un uomo.

<<Grazie.>> disse Levante, avvicinandosi alla finestra per guardare un pò di cielo da quella sua prigionia.

<<Quando sarà il momento…>>disse Edoardo, raggiungendolo.

<<Avrò giustizia.>>

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