Storie

Pretty Nice Girl – XV – Champagne!

di Michela Villani

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Alle sette e mezza sono finalmente a casa con tutti i miei acquisti. Tra i sacchetti sbuca quello lungo, color arancio con il monogramma nero di Hermès: alla fine ho preso una cravatta e Zoe mi ha aiutata a sceglierla. Non ero mai entrata da Hermès e ho ancora i brividi per la gentilezza e l’aplomb del commesso che ci ha servite: dopo buoni tre quarti d’ora di indecisione, ho scelto una cravatta rossa (che mi è sembrata un’idea natalizia) con un motivo di staffe grigie intrecciate, davvero bella. In quei 45 minuti, il commesso non ha fatto una piega e ha continuato paziente ad allungarmi sul tavolo cravatte di tutti i colori e le fantasie immaginabili. Ah, sono nata per fare acquisti in posti del genere.

Bene, ho mezz’ora, giusto il tempo per una doccia e cambiarmi, posso farcela, devo solo concentrarmi e non disperdere il tempo.

Nascondo i regali nell’armadio, mi spoglio, mi lego i capelli e mi infilo nel bagno. Dieci minuti e sono fuori, infilo un paio di pantaloni neri e una camicia verde acqua con il colletto coreano e motivi orientali ricamati in oro: erano mesi che aspettavo l’occasione giusta per indossarla.

Sono una giapponese perfetta, se avessi solo un po’ più di tempo potrei anche provare a farmi una di quelle pettinature elaborate…sembrerei una raffinata geisha. Ma non ho tempo, ovviamente, e devo accontentarmi di uno chignon alto. Mentre infilo l’ultima forcina, suona il citofono: sono un genio della puntualità.

“Scendo!” Grido alla cornetta.

Mi infilo un corto cappotto nero, la pashmina rossa (è quasi Natale!) e scendo. Non ho fatto in tempo a cambiare la borsa – sai che novità – ma non è un problema perché per il resto sono riuscita a fare tutto a tempo di record.

Colin è in macchina, appena mi vede scende e mi viene incontro sorridendo.

“Sei bellissima” Mi dice accompagnando l’affermazione con un bacio che mi predispone alla serata con più entusiasmo di quanto già non abbia.

“Brrrr, che freddo!” L’interno della macchina però è caldo e partiamo chiacchierando allegramente, sulle note del più travolgente Frank Sinatra che abbia mai ascoltato.

I love you, just the way you look tonight…

“Non pensavo che i trentenni rampanti ascoltassero questo genere di musica.” Esclamo divertita.

“Stai scherzando? Ogni uomo degno di chiamarsi tale ascolta Frank quando si prepara ad una serata galante!”. Mi risponde ridendo.

“Quindi, questa sarebbe una serata galante? Avresti dovuto dirmelo, però…avrei annullato l’appuntamento che ho dopo…”.

“Stai scherzando? Non aspetto altro!”

“Chi ha detto che l’appuntamento dopo sia con te?”

Guardo fuori dal finestrino, divertita e andrei avanti con questa ridicola scenetta, anche perché stasera mi sento un po’ nervosa, ma Colin sposta la mano dalla leva del cambio fino a posarla sulla mia e, all’improvviso, non riesco più a dire una parola. Credo anche di essere diventata rossa…dev’essere la fame ma mi ritrovo a pensare che questo ragazzo è quello che ho aspettato per 25 confusi anni, senza rendermene conto. Penso che è talmente perfetto da non sembrare nemmeno reale e penso che…ommioddio, passare con lui il resto della mia vita non mi dispiacerebbe affatto.

Pensieri pericolosi, da dissimulare in fretta. Mi volto di nuovo verso Colin e lo guardo adorante. Gli farei qualche complimento sulla macchina o su come guida, pur di compiacerlo, ma davvero non ho intenzione di rendermi ridicola, stasera: non devo.

“Siamo quasi arrivati.” Credo voglia tranquillizzarmi ma io vorrei che non arrivassimo mai, dopotutto è una macchina comoda, nonostante sia così bassa…non l’avrei detto. Ho sempre pensato che stare tanto più in basso rispetto alle altre macchine, rendesse i viaggi claustrofobici, invece…

“Non c’è problema…sto bene qui.”

Lui distoglie per un momento gli occhi dalla strada e mi regala uno sguardo che mi rimette in pace con l’intera categoria degli scapoli belli, ricchi e privilegiati.

Almeno, finché esco con uno di loro.

Il ristorante è elegante, tranquillo. Ci fanno sedere ad un tavolo basso, su dei morbidi cuscini rossi e neri.

Ho la sensazione che il menù sia già stato deciso perché non accennano a portarci la lista delle pietanze ma iniziano subito con una serie di piccole portate deliziose. Si mangia solo con le bacchette ma non c’è problema perché, modestia a parte, con i bastoncini ci so proprio fare. Colin sembra molto a suo agio, mentre ceniamo mi spiega che lui ammira molto la cultura orientale e ama il Giappone in modo particolare: mi descrive i piatti e i vari ingredienti, mi spiega come si salano le prugne umeboshi, come si guarniscono gli onigiri, mi istruisce sulla preparazione del brodo per i ramen e sui disparati usi del miso

È strano, perché ora che ci penso, mi accorgo che anch’io amo molto quasi tutto quello che viene dal Giappone: basta fare un salto a casa mia per capirlo, ho diversi capi di abbigliamento che sono chiaramente di stampo orientale, in cucina ho un poster con l’onda di Hokusai, oltre a un servizio da tè in stile tipicamente giapponese. Adoro l’estremo oriente, decido mentre assaporo i manicaretti che ci hanno portato e sorrido a Colin, forte di questa nuova provvidenziale consapevolezza.

La serata prosegue impeccabile e si conclude degnamente. Io e Colin ci addormentiamo abbracciati e a me il Natale che si avvicina non è mai sembrato così pieno di amore e buoni sentimenti. Non mi preoccupa nemmeno il tradizionale, agghiacciante pranzo con i parenti.

E mentre rifletto su quanto sto bene e mi lascio andare al sonno con un sorriso beato stampato sulle labbra sono quasi sicura che l’aver passato il viaggio di ritorno a cantare con Frank Sinatra It had to be you, c’entri qualcosa.

Ok, mancano due settimane a Natale, posso farcela, quest’anno posso gestire le Feste. Lo so, me lo sento: con la certezza di avere Colin posso affrontare qualsiasi avversità, Robert non esiste, il cenone del 24 nemmeno, sono la regina del mondo.

Tra l’altro, Robert non esisterà davvero per un periodo spudoratamente lungo, visto che il 24 parte per l’Egitto e non si ripresenterà in ufficio prima del 9 gennaio.

Il 9 gennaio, capite?! Nemmeno quando ero alle elementari facevo tante vacanze!

Ovviamente io e Max lavoreremo entrambi dal 27 al 31 e ci dovremo alternare nella prima settimana di gennaio ma non è un problema: l’azienda sarà deserta e noi faremo i nostri comodi, cioè nel mio caso molte telefonate intercontinentali a Matt e qualche partita a scarabeo su Internet.

Intanto, però bisogna lavorare e dare importanza a Robert che si affanna a chiudere gli ordini della campagna invernale prima di partire.

Durante la settimana io e Colin ci sentiamo spessissimo, due, anche tre volte al giorno e un paio di sere lui viene a cena da me e si ferma a dormire. Una sera ordiniamo della pizza e la sera successiva mi prepara il suo famoso pollo al curry che non viene particolarmente bene ma credo dipenda dal fatto che io odio il curry e che cominciamo a mangiare che è quasi mezzanotte.

Colin lavora tantissimo, la mattina alle sette è in ufficio e non lo fa certo per giocare ai videogames. Lui ed il suo team preparano documenti necessari al cliente americano che stanno seguendo e, appena i newyorkesi sono operativi, cioè verso le tre di pomeriggio, lavorano in videoconferenza, costantemente in contatto. Di sicuro, a gennaio Colin dovrà ritrasferirsi a New York. La sera esce che sono quasi le dieci e quando mi ha cucinato il pollo, poverino, ha dato fondo alle sue energie…o quasi, insomma…non potevo rovinare tutto dicendo che non amo il curry alla follia.

Adoro dormire con lui, sono nata per dormire con un uomo come Colin, un uomo che mi lascia addormentare accovacciata sulla sua spalla e non allontana allarmato i miei piedi gelati quando ci infiliamo sotto le coperte e poi è così premuroso: la mattina quando ci svegliamo all’alba mi ha portato per due volte il caffellatte a letto e si è offerto di usare il bagno per primo così che poi io lo trovassi caldo di vapore. E mi riempie di fiori e di attenzioni e…io sono così innamorata che fatico a trattenermi e un paio di volte ho anche rischiato di dirglielo.

Fortunatamente mi sono fermata in tempo.

Il sabato Colin mi propone di accompagnarlo alla cena di compleanno di un suo amico del circolo di canottaggio e io accetto con entusiasmo: mi fa uscire con i suoi amici, è senz’altro un buon segno!

Alla fine salta fuori che la cena è più un dopo cena in un locale molto di grido, quindi mi preparo scrupolosamente per buona parte del pomeriggio perché, insomma, non ho nessuna intenzione di sfigurare vicino a qualche top model dell’entourage dell’esclusivo circolo che frequenta Colin. Per non sbagliare, vado a fare la piega dal parrucchiere e prima di cena chiamo Zoe per un rapido contraddittorio su quello che ho deciso di indossare.

Quando risponde, Zoe ha una voce davvero malandata.

“Ehi, stai male? Hai una voce…”

“Sono molto raffreddata, credo di avere anche un po’ di febbre…è stata una settimana pesante.” Mi risponde costipata.

“Quindi immagino che stasera tu e Will guarderete un filmino con una tisana fumante…quasi quasi ti invidio: non ho molta voglia di farmi fare la radiografia dagli amici di Colin. Speriamo siano simpatici…”

Zoe non risponde per un attimo, poi mi chiede.

“Insomma, cosa hai deciso di metterti?”

“Mah, avevo pensato al tubino nero ma Colin l’ha già visto e il vestito che ho indossato all’inaugurazione del Flagship Store con Becky non mi sembra adatto…non vorrei risultare troppo…originale.” Concludo.

“Giustissimo” Approva Zoe, e sorrido perché ero sicura che sarebbe stata d’accordo con quest’ultima considerazione. “Quindi cosa ti metti?”

“Ecco, ci stavo arrivando: sono in bilico tra due opzioni. Una è il vestito anni settanta verde e nero di Custo…”

“Quello con la stampa optical?”

“Precisamente, che dici? Sennò mi metto il tailleur pantalone nero tipo smoking con sotto qualcosa di moderatamente trasgressivo…”

Zoe sembra riflettere un momento.

“Cos’è, un compleanno?”

“Credo di sì…”

“Allora vai con il tailleur nero e sotto mettici qualcosa di spiritoso…che ne so, quella camicia sbracciata con le ruches sul davanti e il collo arricciato…” Incredibile, pensavo proprio a quella!

“Zoe, siamo telespastiche!” Esclamo. “Avevo pensato esattamente a quella…pazzesco…”

Sento Zoe che ride all’altro capo del telefono.

“E, mi raccomando: tacchi alti. Non vuoi sembrare appena uscita dall’ufficio. Ricorda, i pantaloni non sono un pretesto per essere sciatte.” Se non fosse chiaro, Zoe ha una leggera preferenza per gonne e vestiti.

“Scherzi? Ho i sandali con la farfalla di strass…”

“Bene, allora sei a posto. Divertiti e domani esigo un resoconto dettagliato.”

“Ovvio! Tu riguardati e salutami Will. Ti chiamo domattina.”

Attacco e vado a finire di prepararmi.

Alle nove e mezza sono pronta: truccata alla perfezione (o almeno spero), con il mio smoking stirato e i tacchi a spillo. Faccio in tempo anche a trasferire portafoglio e cellulare nella pochette di cavallino nera con la chiusurina di Swarovski prima che Colin citofoni. Mi guardo nello specchio e agito un po’ la testa per ammirare i miei capelli vaporosi: andrà bene. Ultimamente sto diventando ottimista. Prendo il cappotto e scendo.

Il locale è una specie di acquario trasparente: le pareti, sia interne che esterne, sono trasparenti, il pavimento è trasparente e il soffitto pure, così come i tavoli e le sedie, tutto in plexiglass. Ho fatto bene a mettermi il tailleur perché Colin è in giacca e cravatta; mi chiedo perché non mi abbia specificato che si trattava di una serata particolarmente elegante. Non so se devo esserne lusingata (ha fiducia del mio buon gusto e sapeva che non avrei sbagliato abbigliamento) o se mi devo sentire infastidita, visto che ho rischiato di presentarmi in jeans e camicia ad una serata che ricorda gli eventi mondani le cui foto finiscono nelle ultime pagine dei periodici economici.

Va bene, forse non sarei venuta in jeans, però anche il miniabito verde non sarebbe stato adatto.

Mentre rifletto su quale sia lo stato d’animo più appropriato alla situazione, Colin mi guida verso un gruppetto di persone che stanno sorseggiando vino ghiacciato.

“Ciao Col!” Esplode un tipo alto con una massa di capelli rossi e la dentatura di un candore abbacinante.

“Cal…come va bello?!”

Col? Cal?

Dopo aver assestato una pacca sulla spalla del ragazzo con i capelli rossi, Colin mi sfiora delicatamente la schiena:

“Ragazzi vi presento Ophelia” Poi si volta verso di me.

“Phi, loro sono Edward, Flora, Charles e,ovviamente, Caleb.”

Ovviamente.

“Questi ragazzoni – tranne Flora, è chiaro – fanno tutti parte della squadra di canottaggio del glorioso Imperial!” Questa, l’esaltata presentazione di Colin.

“Ciao Ophelia, io sono Caleb.” Il rosso mi stringe la mano con vigore scoprendo i dentoni. Charles ed Edward lo seguono.

Flora mi rivolge un sorriso freddo e porgendomi la mano a sua volta. Indossa un abito nero di lana con maniche lunghe e inserti di pelliccia, è abbastanza semplice in generale ma sembra molto costoso.

Di nuovo, sono contenta di aver optato per lo smoking.

Dopo qualche battuta, i ragazzi iniziano a rivangare episodi di quando andavano a scuola e Flora si unisce a loro; Colin sembra davvero allegro e a suo agio, io mi sento un po’ a fuori contesto ma è normale, dopotutto non conosco nessuno.

“Vuoi bere qualcosa, Trish?” Mi chiede Edward interrompendo i miei pensieri.

“Oh.” Colin sembra ricordarsi che ci sono anch’io. “Sì, scusami tesoro, vuoi che ti prenda qualcosa?”

Al “tesoro” arrossisco violentemente, spero non si noti troppo anche se mi sembra di cogliere il movimento ascendente del sopracciglio di Flora.

“Grazie, ehm, se Edward mi accompagna…” Sorrido a Ed che mi guarda attraverso gli spessi occhiali squadrati.

“Te la rubo, eh?” Rivolge un sorriso a Colin, che però sembra già distratto da una nuova ex compagna di classe, e mi porge il braccio.

“E così, di cosa ti occupi, Trish? Sei anche tu un terribile avvocato?”

Mentre un cameriere mi prepara un cocktail guardo Edward: è alto e allampanato con un’accentuata stempiatura a minacciare i corti capelli castani, con quegli occhiali ha l’aria da primo della classe ma il suo sorriso simpatico mi fa rilassare un po’.

“No, io ho studiato economia…mi occupo di Marketing.” Ecco, anche stasera, servita la solita risposta jolly. Edward non sembra intenzionato ad approfondire i dettagli della mia carriera ed io rilascio il respiro.

“E tu cosa fai, invece?”

“Sono un medico, sono specializzato in medicina d’urgenza.”

“Wow, lavori al pronto soccorso…deve essere un lavoro impegnativo!”

“Lo è.” Edward annuisce e prosegue “Ogni anno vado in Africa per due mesi con un’associazione umanitaria.”

Sono sinceramente stupita.

“Accidenti, Edward, sei davvero in gamba…beh, voglio dire, io non ti conosco ma tra gli amici di Colin sei senz’altro il mio preferito.” Gli rivolgo un ampio sorriso e brindiamo con i due cocktail che abbiamo appena recuperato.

La conversazione prosegue per qualche minuto ancora, poi Colin ci raggiunge per andare a fare gli auguri al festeggiato, Wolfgang, un tipo biondo e atletico che sfoggia una vaga somiglianza col fidanzato di Barbie e che, non a caso, tiene per mano il clone, alto quanto lui, della sua plastica fidanzata.

La serata procede abbastanza noiosa ed io, abbandonato Colin con un gruppetto di amici (o forse dovrei dire abbandonata da Colin per un gruppetto di persone accomunate dalla scuola che hanno frequentato e dal fatto che, indipendentemente dal sesso, mi superano in altezza per non meno di 20 centimetri), gironzolo un po’ per il locale.

L’ambiente è ampio e diviso in due grandi sale: questa specie di lunge bar che a quanto pare è stato riservato per la festa e, accanto, il ristorante, minimal chic, con tavoli quadrati di legno scuro, mini tovaglie e piatti enormi su cui troneggiano verdurine solitarie dispettosamente innaffiate da qualche salsa acida. Mentre mi libero del bicchiere vuoto, sostituendolo al volo con una flûte di champagne, lancio una sbirciata alla gente seduta ai tavoli. Ok, non si può dire che questo sia il posto ideale per me, ho già detto di non amare molto questi locali ultra di tendenza, pieni di manager rampanti e privilegiati, spiritualmente sciatti, però, voglio dire, in fondo Colin è un po’ uno di loro…a parte l’approssimazione intellettuale, intendo. Quindi per una sera posso anche sacrificarmi.

Bradley sarebbe morto qui dentro.

Il pensiero arriva automatico, senza che possa fare niente per evitarlo, ed è subito seguito da una sgradevole fitta allo stomaco ma prima che possa interrogarmi sul perché del mio malessere, riconosco tra le teste che affollano i tavoli del ristorante, un profilo conosciuto.

Jack?! Cosa ci fa qui e…di chi è quella massa di ricci tinti…

“Amanda!”

Temo che la voce mi esca un po’ più stridula di quanto non avrei voluto e anche un po’ troppo forte perché Amanda Pitt, la brand manager della Global si volta verso di me.

Non mi riconosce, però, a riconoscermi è Jack sul cui viso si dipinge un’espressione orripilata e io mi paralizzo. Che faccio, mi avvicino e li saluto (il mio capo e la sua fidanzata segreta, nonché collega) o fingo di non vederli (quando invece è chiaro che li ho visti perché, proprio ora li sto fissando ed ho appena strillato come una banshee il nome di lei)?!

Oddio, ecco come mi gioco la carriera, penso mentre cerco di arretrare di un passo, finendo dritta nelle braccia di Colin.

“Ehi, dove eri finita? Ti stavo cercando…” Oh, caro, mi cercava! E riconosco che tra tutti questi giganti deve essere stata un’impresa…

Ma non è il momento per le smancerie: devo dileguarmi prima che l’eventualità che Colin incontri Jack e scopra che sono una stagista sfigata e non una manager brillante diventi più concreta di quanto non sia in questo disgraziato momento.

Mi giro verso Colin gettandogli le braccia al collo e baciandolo con foga, un po’ per creare un diversivo, un po’ perché…beh, insomma, mi stava cercando…

“E questo per cosa?” Mi sorride mentre ricambia l’abbraccio.

“Beh, mi sei mancato.” Mi avvicino a sfiorargli di nuovo le labbra. “Col, quand’è che ce ne andiamo?”

Mi lancia un’occhiata delle sue. “Presto, Phi, anzi…ora, vuoi?”

“E me lo chiedi? Questo è il tipico posto mondano…troppo mondano per una ragazza di provincia come me!” Ridacchio mentre ci avviciniamo di nuovo a Wolfgang e alla sua fidanzata top model per salutarli.

Pericolo Jack scampato…almeno per questa sera, rifletto mentre mi stiracchio per baciare la valchiria, ma temo sia qualcosa con cui mi toccherà fare i conti prima di quanto speri.

 

Photo by Janayara Machado on Unsplash

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