Storie

Pretty nice girl – XIV – Sorprese e regali

di Michela Villani

Pubblicato il

Il resto della settimana passa senza eventi particolari: il mercoledì, durante il fantomatico incontro, il direttore del personale fa velatamente capire a Barbara che, se i rapporti con i colleghi non riassumono una connotazione civile, la sua carriera in Global potrebbe risultarne  seriamente compromessa. Quando me lo racconta, registro l’informazione con una relativa indifferenza di cui mi vergogno ma, ora come ora, confesso che mi sento meno disponibile verso le stranezze della mia buffa amica.

Colin ha iniziato a telefonare con una certa regolarità e le nostre conversazioni, seppur brevi, sono piuttosto soddisfacenti; Matt mi spedisce un paio di e-mail in cui descrive sinteticamente e con una grammatica discutibile i preparativi per l’inizio del suo progetto di ricerca: è molto eccitato e io mi riprometto di rispettare l’impegno e andare a trovarlo in primavera.

Nel frattempo, Bradley è scomparso e, anche se a volte penso che sia una situazione inaccettabile, non faccio niente per tentare di riavvicinarlo. Natale, intanto, si avvicina e io devo ancora anche solo pensare a tutti i regali: ho deciso che dedicherò il prossimo sabato allo shopping e cercherò di concentrare gli acquisti.

Venerdì sera riesco ad arrivare a casa alle sette e mezza passate. Dovrei andare al cinema con Zoe e Rebecca e alcune loro ex compagne di scuola. La prospettiva non mi attira neanche un po’ ma mi sono fatta convincere in un momento di poca lucidità e ora mi sembra brutto dare buca.

Oltre al fatto che non ho altri programmi.

L’appuntamento è alle dieci e mezza in un multisala del centro: mi viene sonno solo a pensarci. Mentre mangiucchio un po’ di insalata pensando svogliatamente a cosa indossare, suonano alla porta.

Oddio, adesso chi è? Non hanno nemmeno citofonato…Siccome sono una fifona conclamata, prima di alzarmi per andare ad aprire lascio passare qualche secondo riflettendo sulle diverse tipologie di maniaci e ladri che potrei trovare sul pianerottolo.

Seconda scampanellata.

Forse è Bradley, penso mentre mi alzo. No che non è Bradley! Perché devo sempre pensare che sia Bradley, quando non mi aspetto che arrivi qualcuno e poi arriva? Che nervi!

“Chi è?” Dico in tono minaccioso cercando di scrutare dallo spioncino. Porca miseria, non si vede niente, magari dovrei decidermi a dargli una pulitina.

“Mi fa entrare, signorina?”

Oddio, è un pazzoide veramente! E adesso che faccio? Trovato, so che è la farsa più vecchia della storia, ma…

“Luuuke, c’è qualcuno alla porta, puoi venire qui un attimo?” Grido sperando che il pervertito ci caschi e intanto mi fiondo ad afferrare il telefono. Sto sudando freddo.

“Luke?” La voce oltre la porta sembra perplessa. “Come sarebbe a dire “Luke”? Parto per meno di un mese e tu mi rimpiazzi così?!”

È Colin!

“Colin!” Grido e inizio a levare i catenacci con cui mi sono trincerata.

“E chi sennò?” Dalla soglia, Colin mi sorride tutto scarmigliato con in mano un piccolo bouquet di orchidee. Sembra stanchissimo e io sono incredula: non è nemmeno passato a casa, è venuto direttamente qui! E mi ha anche preso dei fiori…

“Oh, che meraviglia…” Gli butto le braccia al collo e lo trascino dentro.

“Aspetta, ho il trolley…”

Richiudo la porta e lo aiuto a togliersi il cappotto.

“Allora, chi sarebbe questo Luke?” Scherza lui.

“Ma dai, mi hai fatto prendere uno spavento…non riconoscevo la voce…” Sorrido imbarazzata.

“Beh, ma Luke…potevi chiamare qualcun altro, che ne so…me?!”

Scoppiamo e ridere e lui mi abbraccia facendomi fare una mezza giravolta.

“Mi sei così mancata…”

Il tono in cui lo dice, che sembra quasi che stia sussurrando, mi commuove e lo stringo forte.

“Mi sei mancato anche tu!”

Dopo qualche minuto di coccole improvvisate, riacquisto la mia prontezza di spirito. O perlomeno ho questa impressione.

“Quando sei arrivato? Hai mangiato? Sarai stanchissimo…”

Lui annuisce sorridendo.

“Se non svieni nei prossimi dieci minuti, ti cucino qualcosa. Perché intanto non vai a farti una doccia? Io vedo di allestire qualcosa…”

“Grazie, anche se…non ho vestiti comodi con me”

“Non c’è problema!” Esclamo e, guidandolo in camera, lo rifornisco di asciugamani puliti oltre a dargli i pantaloni di una vecchissima tuta che Bradley ha abbandonato da me quando mi ha aiutato a ridipingere l’appartamento e una maglietta oversize con la S di Superman che ho comprato a Six Flags qualche estate fa e che uso per dormire.

“Grazie, davvero…ho bisogno di una doccia. Allora, vado…”

“Vai!”

E, lasciatolo in bagno, corro in cucina a frugare nella dispensa.

Colin è venuto subito da me, non ha nemmeno pensato di riposarsi un momento, questa consapevolezza mi fa vibrare d’orgoglio. Ora, è chiaro che non mi va di rifilargli qualcosa di surgelato, ma potrei preparare? La mia assoluta mancanza di talento culinario è rinomata quasi quanto la mia goffaggine…decido di cimentarmi con un semplice piatto di pasta: poche pretese per una pietanza genuina. Già mi vedo con la cuffietta e il grembiule a fiori che stendo la sfoglia all’uovo in un giardino di girasoli, mentre metto sul fuoco una pila d’acqua e inizio a lavare qualche pomodoro per preparare del condimento fresco sugo: in fondo credo di essere portata per fare la massaia, mi sento così a mio agio ad inventare una cena semplice e gustosa con pochi ingredienti e poco tempo a disposizione…

Quando Colin mi raggiunge in cucina in tenuta da clown gli sorrido raggiante.

“È quasi pronto…”

Lui si pizzica i pantaloni della tuta e li allarga (sono decisamente sformati).

“Questi non voglio nemmeno sapere da dove provengano”

“Stai benissimo! Ti piace la salsa di pomodoro?”

Colin si avvicina ai tegami e scruta nella pentola dove ribolle il sugo, con uno sguardo concentrato. “Mmmmm, sì…direi di sì.” Poi alza gli occhi e mi guarda allegramente. “Mi piace molto la pasta al pomodoro!”

“Ottimo, allora vai a sederti che mangiamo.” La pasta non è male, lo sapevo, ho un talento naturale! Mentre mangiamo Colin inizia a raccontarmi di New York e del lavoro.

“Sai, è venuto mio fratello la scorsa settimana…” L’ho interrotto mentre raccontava di un cavillo del caso di cui si stanno occupando. Non è che non mi interessi starlo ad ascoltare, è che è un po’ troppo dettagliato nelle sue descrizioni e iniziavo a perdermi. Lui sembra disorientato per un attimo.

“Scusami, ti ho interrotto…”

“No, no, figurati” Si riprende. “Mi lascio un po’ trasportare quando parlo di lavoro. Tuo fratello è quello che studia negli Stati Uniti?”

“Sì!” E inizio a raccontargli del progetto di tesi di Matt…o almeno di quello che mi ricordo della descrizione che ne ha fatto. Credo di essere succinta ma efficace perché Colin sembra molto impressionato.

“Allora, quando devi ripartire, stavolta?” Mi informo cautamente, non voglio sembrare opprimente.

“Penso che mi fermerò fino a Natale…abbiamo raccolto un po’ di materiale e possiamo iniziare a lavorarci anche da qui. Quelli dello studio di New York, intanto, andranno avanti con le procedure formali: te l’ho detto, si tratta di un caso lungo.”

“Bene! Così potremo stare un po’ insieme, finalmente!” Evvai!

“Sì, anche se con molta probabilità dovremo lavorare sul fuso di New York, il che significa che i miei orari saranno leggermente sfasati.”

“Ah, per questo non c’è il minimo problema: con gli orari che faccio alla Global anch’io confondo spesso il giorno con la notte!”

Colin mi accarezza la mano, sul tavolo e poi la stringe. Mentre lo guardo negli occhi sento i battiti del mio cuore che iniziano ad accelerare e…

“Oddio!” Esclamo.

“Che c’è?!”

“Le ragazze, dovevo uscire con loro e mi sono scordata di avvisarle! Scusa…” Mi alzo e schizzo in salotto a prendere il cellulare.

“Zoe?”

“Trish! Si può sapere dove sei? Il film sta per cominciare…”

“Zoe, perdonami, perdonami…non posso venire, mi sono scordata di chiamarvi…”

“Che ti è successo?”

“Domani ti spiego, niente di grave, comunque…scusa…”

“Non farmi preoccupare…”

“No, sul serio, non è una cosa brutta…domani ti chiamo e ti spiego. Scusami con le ragazze…”

“Va bene, ma aspetto una telefonata domani all’alba!”

“Promesso, ciao.” E attacco.

Quando torno in cucina, Colin è appoggiato allo schienale della sedia e mi guarda sorridendo.

“Sono piombato all’improvviso e ho scombinato i tuoi programmi per la serata…”

“Scherzi? Non dirlo nemmeno; oltre al fatto che non volevo veramente andare al cinema.”

“Ah, allora ti ho fornito un bel pretesto.” Sembra divertito.

“Ma no…voglio dire…sono davvero contenta che tu sia piombato qui all’improvviso…” Arrossisco un po’ e abbasso lo sguardo.

“Mi sei davvero mancata. L’ho già detto, vero?”

Colin ha un tono dolce ma il suo sguardo è serio e il mio rossore aumenta.

“Sì, ma…non mi offendo se me lo ripeti.”

Lui si alza e viene verso di me poi mi solleva il viso delicatamente mi bacia.

Ed è chiaro che, per quanto squisita, stasera non finiremo la pasta.

 

La mattina dopo ci alziamo tardissimo.

Dopo colazione Colin va a casa per sistemare le sue cose e io rimango a poltrire a letto senza riuscire a decidere di vestirmi.

Devo andare a comprare i regali, lo so ma più ci penso e meno ne ho voglia.

All’una meno dieci, chiamo a raccolta tutta la mia forza d’animo e mi infilo nel bagno. Alle due sto pranzando con un panino in un bar del centro, in attesa di immergermi nella bolgia del sabato pomeriggio.

Gironzolo un po’ tra i negozi super lussuosi di Knightsbridge, prima di infilarmi in un bugigattolo dove vendono sciarpe e cappelli di lana coloratissima. Ne esco dopo una buona mezz’ora con due deliziosi pacchetti pieni di nastri: ho preso una strepitosa sciarpa super lunga nelle tonalità del rosa e dell’arancio per Rebecca e un coordinato di guanti sciarpa e zuccotto blu con trafiletti azzurri per mio padre.

Ah, niente dà più soddisfazione dell’aver messo a segno ben due regali con tale sofisticata precisione.

Decido, come premio efficienza, di concedermi un sacchetto di cioccolatini nella prestigiosa cioccolateria Rococo e, una volta dentro, prendo anche una costosa confezione di tartufi assortiti per mia nonna.

Ho speso un po’ però sono già a quota tre regali e non sono nemmeno le quattro e mezza!

Per Zoe mi serve qualcosa di elegante e un po’ ricercato ed è comunque difficile regalarle qualcosa che lei non abbia già. Decido di tenermi sul classico e le prendo un set di bagno schiuma e crema per il corpo della stessa marca del suo profumo: non è molto originale ma a me farebbe piacere riceverlo, credo. Per Will vorrei prendere un libro, come per mia madre, ma una volta arrivata davanti alla libreria mi accorgo di non avere la minima voglia di entrare e correre il rischio di incontrare Brad o Penelope. So di comportarmi in maniera ridicola ma giro sui tacchi ed entro in un negozio di dischi underground dove prendo un dvd per Will (non sono sicura che apprezzerà) e il cofanetto di un gruppo punk per Emma.

Mentre mi dirigo verso Country @ Home per prendere qualcosa per la casa a mia madre, mi squilla il cellulare. È Colin.

“Ciao, comprati i regali?”

“Quasi…mi manca quello di mia madre. E il tuo!” Aggiungo in fretta.

“Io il tuo regalo l’ho preso a New York…”

Wow!

“E cosa mi hai comprato?”

“Scherzi?! Dovrai aspettare ancora un paio di settimane.”

E saranno due settimane di indagini approfondite.

“Senti, questa sera ti va di cenare insieme?” Ovvio che sì.

“Certo” Cerco di non sembrare troppo in sollucchero ma in realtà sono proprio entusiasta: le cose stanno andando trooooppo bene!

“Bene, allora passo da te verso le otto. Non metterti troppo in ghingheri, non sarà un posto come quello dell’altra volta.”

“Dove andiamo?”

“Ti piace la cucina giapponese?”

“La adoro!”

“A dopo allora. Un bacio.”

“Ciao.”

Evviva, io impazzisco per la cucina giapponese e anche l’atmosfera dei ristoranti giapponesi…non vedo l’ora che sia stasera.

Ora però devo concentrarmi su questi ultimi due regali.

A mia madre prendo un meraviglioso coordinato per la tavola per sei con tovagliette, tovaglioli e sottopiatti di paglia con decori verdi e giallini che, se non costassero così tanto, sarei molto tentata di prendere anche per me. Adesso non mi resta che trovare qualcosa di adeguato per Colin.

Chissà cosa mi ha preso lui…non voglio esagerare, ma non voglio nemmeno correre il rischio di sfigurare con un regaletto micragnoso.

Vediamo, potrei prendergli una cravatta in uno di quei negozi di lusso, oppure dei gemelli originali, o una cintura…Mentre sono lì che penso, squilla di nuovo il telefono. Ahi, stavolta è Zoe: dovevo richiamarla e mi è del tutto passato di mente!

Rispondo timida e cerco di anticipare una sua, eventuale, sfuriata.

“Scuuusa…Zoe, mi sono completamente dimenticata di richiamarti, stamattina…”

“Figurati, ero solo in pensiero per te.” È una frecciata che è una cosa insolita per Zoe, ma la incasso senza protestare.

“Fa qualche differenza se dico che ti ho appena preso un bellissimo regalo di Natale?”

“Non fare la vigliacca: la differenza puoi farla solo vuotando il sacco su ieri sera. A proposito, dove sei?”

“Belgravia, vuoi raggiungermi?”

“Volevo andare in palestra, però…senti, vediamoci al Mandarin tra mezz’ora, ti va?”

Non posso certo rifiutare un tè a Zoe dopo averla così trascurata.

“Perfetto, ci vediamo tra un po’!”

Il bar Boulud del Mandarin è, naturalmente, un posto chic, servono infusi provenienti da tutto il mondo e dolci tipici che variano su base giornaliera, preparati da un maitre chocolatier (o come si chiama) basco che figura in più di una guida gastronomica. È il tipico posto che piace a Zoe, per la sua atmosfera esclusiva, la clientela selezionata e le leccornie confezionate e i prezzi alti. Inoltre, riesce sempre a farsi riconoscere e a guadagnarsi un tavolo privilegiato perché quando sua madre è in città, organizza spesso lì gli incontri del suo comitato di dame di vattelappesca.

Quando raggiungo la vetrata d’ingresso, lei è già lì davanti che mi aspetta in un cappotto di cammello svasato e con una sciarpa bordeaux drappeggiata sulle spalle. Io non riesco proprio a spiegarmi come riesca ad essere sempre così puntuale e impeccabile ma, francamente, ho smesso di chiedermelo poco dopo averla conosciuta.

Mi sorride e non sembra seccata per la mia dimenticanza di stamattina.

“Entriamo, fa un freddo cane…!”

Ci infiliamo nell’ingresso rivestito di legno, arredato con poltrone di morbida pelle e pochi minuti dopo siamo comodamente sistemate in un tavolo defilato, accanto ad una maestosa vetrata con vista. Zoe indossa un tailleur di tweed ed è molto elegante.

“Scusa, ceno con mia madre…”

“Figurati, stai molto bene. Io sono stravolta…”

“No, anzi, ti trovo molto in forma: il fuori programma di ieri sera deve averti giovato, dopotutto.”

Arrossisco leggermente.

“Non ci crederai, ma ieri sera Colin è tornato da New York ed è venuto diretto nel mio appartamento.” Lo dico guardandola appena perché sono, anche se non capisco bene perché, un po’ a disagio.

“Oh cielo, Phi…questa sì che è una notizia! Di sicuro, è una scusa valida per non essere venuta al cinema con noi!”

Avvicino la tazza di tè sencha alla ciliegia e ne prendo un piccolissimo sorso.

“Già…”

“Phi, cos’hai? Mi sembri un po’ distratta.” Zoe assaggia uno spicchio della sua arancia zuccherata e mi rivolge un’occhiata strana.

“No è che…sai, più ci penso più ho la sensazione che Colin sia un ragazzo davvero perfetto e, insomma, mi chiedo cosa ci trovi in me.”

Zoe smette di masticare e mi fissa pensosa.

“Non fraintendermi, non voglio fare la vittima a tutti i costi, però la sua perfezione mi inquieta un po’, è come se mi aspettassi che da un momento all’altro possa rendersi conto che non sono niente di speciale per tornare da qualche avvocatessa brillante e top model…”.

“Phi, stai diventando paranoica e non frequenti Colin da nemmeno un mese!” Zoe ha un tono vagamente duro. “Cerca di non rovinare questa storia con le tue dietrologie strampalate.”

La fisso allibita: lei non è certo una tipa tenera, però non mi aspettavo un commento così severo. Credo che il mio sguardo le suggerisca che ha un po’ esagerato e la vedo giocherellare con la tazza di porcellana candida.

“Scusa Phi, sono orribile: è normale che tu sia un po’ insicura nei confronti di Colin, in fondo lo conosci così poco…”

Prende un sorso di tè e posa la tazza nel piattino, aggiungendo: “Sono un po’ nervosa, ultimamente…”

In effetti, ora che la osservo meglio, mi accorgo che, nonostante il trucco impeccabile, il suo viso sembra affaticato.

“Cosa succede, hai problemi al lavoro?” Butto lì.

Zoe scuote la testa e mi rivolge un sorriso un po’ triste.

“Credo che ci sia qualcosa che non va con Will, ultimamente trovo particolarmente difficile intrattenere un qualsiasi rapporto con lui.”

La guardo senza capire: Will e Zoe sono praticamente anime gemelle. Ricchi allo stesso modo, snob nella stessa misura, amanti della campagna, della caccia e di tutte quelle piccole formalità che costellano in misura più o meno pressante e fastidiosa la vita di ogni individuo (alcuni più di altri). Amano persino le stesse razze di cani…e poi, Will è ambizioso e Zoe non chiede altro che sostenerlo nella sua scalata professionale, cosa ci può essere che non va tra di loro?

“Forse siete tutti e due un po’ stressati…” Azzardo.

“È quello che continua a ripetermi lui, che è sotto pressione per il lavoro e…sai, pare abbiano preso un grosso caso con un cliente americano…”.

Annuisco, probabilmente Will è nel gruppo di lavoro del cliente di cui si sta occupando anche Colin.

“È solo che lo trovo strano, mi sembra diverso dal solito…” Prende un altro sorso di tè e rimane in silenzio per un attimo. Poi sorride di nuovo.

“Ma forse sono solo mie paranoie. Piuttosto, raccontami di Colin.”

“Beh, non c’è moltissimo da dire…o almeno non più di quello che sai. Stasera andiamo a cena insieme e…ha detto che mi ha già comprato un regalo per Natale. A New York…”

“Wow, allora fa sul serio!” Zoe sembra sinceramente entusiasta. “Tu cosa pensi di prendergli?”

“Non ne ho idea. Non voglio esagerare…in nessun senso, capisci?”

“Perfettamente.” Quando si parla di regali opportuni, Zoe sembra tornare completamente padrona di sé stessa.

“Ricordo che il primo regalo che feci a Will, quando ci frequentavamo in via ancora informale, fu un paio di guanti per andare a cavallo di Red&Blue…erano magnifici, lui non la finiva di ringraziarmi.”

Valuto per un istante la possibilità di regalare a Colin un paio di guanti di pelle ma la escludo a tempo di record.

“Non credo che sia un regalo adatto a Colin. Io pensavo, piuttosto, ad una cravatta…”

“Beh, allora pensavi ad una cravatta di Hermès …” Mi sorride con partecipazione e io non posso fare altro che rispondere al suo sorriso.

Ero sicura che Zoe avrebbe capito.

 

Photo by Caley Dimmock on Unsplash

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