Storie

Non esisti

di Andrea Ion Scotta

Pubblicato il

Non esisti, illustrazione di Giulia Repetto

Non esisti, illustrazione di Giulia Repetto

L’eco di un tintinnio lo richiamò alla realtà. La vista era sfuocata, mischiata ad azioni confuse. Levante vi si aggrappò, cercando di carpirne il senso, capire se non stesse sognando. Il muro di una palazzina gli faceva da scudo da quelli che gli sparavano addosso. Due colleghi morti, i rinforzi che non arrivano. Ecco di nuovo quel tintinnio: un lacrimogeno rimbalzò fino ai suoi piedi. Davanti a lui la morte portava una maschera antigas. Il grilletto esplose l’ultimo colpo senza fortuna. Annaspava cercando di respirare attraverso la camicia, ma l’aria era poca, troppo poca. Le ginocchia incontrarono l’asfalto. La morte si fermò a guardarlo, mentre qualcuno gli tolse i vestiti. Un sacco gli nascose la vista, sentiva solo parole strane, un accento lontano, mentre veniva trascinato via. Uno sportello di un auto si chiuse, lasciando alle spalle il rumore di esplosione.

Era stato rapito. La consapevolezza lo assalì come un pugno allo stomaco. Le immagini si fecero chiare, per quanto possibile. Il condizionatore perdeva, gocciolava nervosamente. Solo due fioche luci a muro, niente finestre. Cercava di trovare qualcosa di familiare, ma i muri riflettevano bianchi. Le mani immobili,  strette con forza l’un l’altra. Ad ogni movimento la corda scavava i polsi. La testa frizzava, formiche sottopelle pizzicavano.

<<Ben svegliato, Ispettore.>> una voce melensa fece capolino dalla porta. La penombra gli nascondeva il viso, solo il camice bianco era illuminato.

<<E’ il servizio in camera?>> sfidò Levante. Una risata forzata fu la risposta. <<Hai esagerato questa volta.>> disse l’uomo, prima di rivelarsi. <<Ti dona il camice. Possiamo darci del tu? Ma certo che si. Sono il Dottor Leone Campoli, psicoterapeuta. Radiato dall’albo per i miei metodi poco standard.>> Non mentiva, riconobbe la faccia squadrata e quei baffi tremendamente hitleriani. <<Poco standard, dottore?>> rispose Levante. <<Indurre al mancato sonno i suoi pazienti…credo che questo non sia presente nel programma universitario.>> Campoli tirò a se una sedia, sorridendo la strisciò di fronte a Levante. << Ah, le voci che circolano sul tuo conto non mentono. Sai parecchie cose su di me, hai fatto bene i tuoi compiti.>> I loro sguardi non si staccarono. <<Devi essere proprio un bel tipo, ma un pò troppo curioso per i suoi gusti.>> Levante cercò di non perdere la concentrazione, anche se le energie iniziavano a mancare.

<<Suoi? Quindi non sei tu che mi hai fatto rapire?>> domandò l’ispettore. Questa volta la risata riempì la cella. <<Ti avevo sopravvalutato, sei un idiota come gli altri. No, Ispettore, io sono solo uno psicoterapeuta dedito alla scienza. La persona che ti ha fatto rapire è la stessa che ha inscenato la sparatoria.>> Le sue parole uscirono da dietro le mani intrecciate. <<Ma di che cazzo stai parlando? Sono morti due agenti in quella sparatoria!>> urlò Levante, ma lo scatto costò tagli sui suoi polsi. <<Oh si Levante, e non sono gli unici. Comunque tu sei ancora vivo per una ragione.>> Campoli si alzò, arrivando a sfiorare il naso dell’agente. Levante era fuori di se, rabbioso assestò una testata al dottore, provocandosi ancora più confusione di quella che la sua testa riusciva a sopportare. <<Figlio di puttana, mi hai fatto male. Per tua informazione, sappi che non c’è colpo che non rendo.>> Levante ebbe solo il tempo di alzare lo sguardo, prima di vedere le nocche del dottore infrangersi su di lui. La testa rimase a ciondoloni, i sensi stavano scivolando via insieme al sangue.

<<Cosa fai svieni? No, no mio caro. Abbiamo appena cominciato.>> Levante sputò rosso ai piedi del dottore. <<Prego allora, avvicinati ancora, così posso romperti quella testa di cazzo.>> Campoli rise, ma non si avvicinò. Estrasse una sigaretta, la mise in bocca a Levante e l’accese. <<Lucky vero? Non mi sono sbagliato.>> Il fumo gli percorreva il viso accarezzandolo. <<Bene, intanto ti faccio le condoglianze.>> La cenere cadde in terra, insieme a tutti i pensieri di Levante. <<Cosa vuoi dire?>> rispose. <<Beh, diciamo che il tuo amichetto alla clinica ha fatto quello che non doveva. Ficcanasare negli affari degli altri non è proprio educato. Non poteva uscirne vivo, l’hai mandato a morire. >> disse Campoli, specchiandosi compiaciuto nello sguardo atterrito dell’ispettore. Levante non rispose, sputò la sigaretta a terra. Doveva farlo da solo, doveva morire lui. Era un caso troppo grande, il vecchio mi aveva avvertito, pensò. Il vecchio. Non troveranno anche lui?

<<Gli abbiamo trovato una trasmittente addosso, ma, ovviamente, non possedeva le registrazioni. Questo ti ha prolungato di qualche ora la vita.>> Accavallò le gambe per scivolare di poco sulla sedia. <<Dove, Levante. Collabora e forse decideranno di non ucciderti.>> Levante sorrise. <<Fai il poliziotto con un poliziotto? Non essere ridicolo. Secondo te parlerò?>> Levante rise, ma un altro pugno gli negò di nuovo la vista.

Il dolore trapassava lo zigomo per piantarsi nel cervello. <<Risposta sbagliata. Abbiamo seguito i vostri passi, sentito alcune telefonate. Non pensare che non abbiamo i nostri mezzi ispettore. Ora parla, non sarò così clemente come i miei collaboratori. >> Non c’era via d’uscita. Me l’aveva detto di farmi i cazzi miei, pensò.

<<Senti Dottore, non puoi spararmi così la facciamo finita?>> Questa volta il dottore si alzò bruscamente, facendo cadere all’indietro la sedia. <<Levante dove sono quelle cazzo di registrazioni?>>

<<A casa mia.>> rispose con uno sbuffo Levante. <<A casa tua.. e tu credi che non abbiamo già perquisito ogni angolo di quel buco che chiami casa? Levante non ho molta pazienza.>> Ancora un pò disse fra se e se Levante. <<Non è l’unica casa che ho, sai quella dove mi scopo tua..>> un altro pugno violentissimo gli spaccò il labbro.

<<Levante, so per certo che non eravate solo in due. La polizia non collabora alle indagine sul nostro conto.>> Levante cercò di mettere a fuoco Campoli, incredulo. <<E tu come lo sai?>> domandò. Campoli gli diede le spalle, mentre iniziò a girare in circolo intorno alla sedia.<< Sei un ingenuo, ma non spetta a me istruirti oltre. Quello che devi sapere è che la nostra missione è incompresa da voi falsi perbenisti. Non posso permettere che altri ci mettano i bastoni tra le ruote.>>  Levante alzò il capo, facendo scivolare il sangue giù per la gola. <<Sei uno squilibrato e complice di omicidi. E levati quel sorriso di merda dalla faccia. >> ma il dottore, non ne aveva l’intenzione. <<Perchè dovrei? Sai la cosa divertente? Nessuno ti verrà a cercare perchè sanno dove sei e in questo momento..>> si riflesse nell’orologio dorato <<dovresti essere all’obitorio, beh quello che resta di te. Oh si, hai capito bene. E presto ci sarà un bel funerale di Stato! I tuoi vestiti e il tuo portafogli sono l’unica cosa che sono riusciti a ricostruire dopo l’esplosione della palazzina. Già, proprio quella che hai fatto sequestrare alla mafia. Un regolamento di conti, perfetto no? Come ci si sente ad essere dimenticati Ispettore?>> la risata fu più grassa e gustata.

<<Se non vuoi parlare con me, i miei ragazzi saranno più contenti di fare un pò di pratica. Non temere, implorerai di parlare,>> disse Campoli passandosi la lingua sui baffi. << Portatelo di sopra.>> Due enormi infermieri entrarono, diretti verso la sedia di Levante. Erano stati loro ad uccidere Marco? Di gli venne coperto il volto, ancora accenti lontani. Le domande tempestavano i suoi pensieri, ma le risposte erano fumo da prendere a mani nude. La testa gli doleva, compressa in una morsa di paura e angoscia. Una serratura scattò, annunciando l’apertura di una porta. La pressione alle sue spalle lo fece cadere, non ebbe il tempo di rialzarsi che la porta era già stata chiusa.

Si riuscì a scrollare dalla testa il cappuccio, ma anche senza, il buio lo sovrastava. Una cantilena  gli fece alzare la pelle da sotto il camice. Le mani non riuscivano a trovare la libertà, la prigionia esterna si ripercuoteva nella sua mente. Non esisteva più, nessuno sarebbe potuto accorrere in suo aiuto. Il lamento si faceva più vicino, una melodia malsana aleggiava nel buio, nutrendo la sua paura. Da dove proveniva? Prima si faceva lieve, poi grave e vicino. Mosse le gambe senza incontrare ostacoli, quando passi veloci gli passarono accanto.

Un lampo si fece breccia nel buio, illuminando una porta aperta. Il buio tornò con l’esplosione di un tuono. Mosse le labbra, ma il sangue e la saliva le tenevano serrate. Seguì la direzione della porta fino a sbatterci dentro. <<Sta cazzo di corda>> gli lacerava i polsi. Finalmente la maniglia, il meccanismo reagì sotto la pressione. La luce dei lampi trapassava una finestra, colpendo una persona davanti a lui. Il cuore gli martellava in gola. Se raggiungeva la finestra forse poteva scappare. La figura intonò una ninna nanna, rotta solo da singhiozzi. Un lampo ne rivelò il volto rigato dal pianto. Una ragazza. Un lungo camice la vestiva, con le spalle coperte da lunghi capelli. Levante era vicino, la poteva sentire tremare. Cercò la forza per parlarle, ma fu lei la prima.

<<Mi dispiace.>> disse con voce tremante. Levante deglutì. <<Di cosa ti dispiace?>> la ragazza si girò illuminata da un lampo. <<Io..io ho ucciso. Ma me lo ha detto lui.>> iniziò a singhiozzare mentre la pioggia ticchettava sul vetro. << I-io posso aiutarti>> continuò Levante.<< Devi solo slegarmi.>> Ma i singhiozzi mutarono, liberando una risata. <<Ho ucciso e mi piace!>> La ragazza non stava tremando, il suo corpo si contorceva, come se una violenta corrente elettrica la attraversasse. Levante indietreggiò, ma altri passi presagivano un arrivo, era vicino. Con forza venne scaraventato a terra. Mani gli erano sulla faccia, premevano il cranio contro il pavimento. Poteva sentirne solo le urla e la puzza di necrosi che lo pervadeva. Un fulmine glie ne diede la vista, illuminandone la faccia deturpata, occhi ricolmi di sangue. Era umano? Non poteva finire così: Levante affondò i denti nella mano della creatura, facendogli allentare la presa. Con un calcio allontano il suo aggressore.

Si  appoggiò al muro, facendo scattare involontariamente l’interruttore della luce. La ragazza lo attendeva. La lingua saggiava il freddo acciaio di un coltello. <<Ora devi morire, per i tuoi peccati!>> Levante vide la lama calargli sul viso. Non volle più vedere, ma un urlo feroce gli fece riaprire gli occhi. La creatura teneva per la testa la ragazza. e, mentre si dimenava, i denti dell’aggressore le si stringevano sulla trachea. Il coltello le cadde dalle mani: Levante disperato lo raggiunse e cercò di tagliare le corde, ma il panico dominava i suoi movimenti. Il cadavere della ragazza venne lasciato cadere al suolo nella pozza del suo stesso sangue, ma non bastava, la creatura continuava a mordere, graffiare, strappare il corpo della ragazza. La lama gli tecideva le mani, ma il dolore sembra distante, non sentiva più niente. Non c’era tempo, la corda non si tagliava. La creatura si voltò studiando  la sua prima preda. Il sangue gli colava dalla sua bocca, gli occhi ne desideravano ancora. Era un uomo.

Un urlo prima del salto, in un balzò Levante si ritrovò a terra, incapace di respirare. Stava morendo, questa volta davvero. Non lottava, l’incubo era quasi finito. Il vetro sopra di lui esplose, ma non riuscì a capirne il motivo. Le urla della creatura gli risuonavano nelle orecchie. La pressione sul collo di Levante era troppa. Tentò di muoversi, ma invano. Immobile. Chiuse gli occhi, attendendo che  la sua anima lasciasse il corpo, inerme e pieno di sangue. Ma la presa si fece meno dura, lasciando passare di nuovo aria. Aprì gli occhi. La creatura non urlava più. Una lama gli passava il cranio, da parte a parte. Levante vedeva solo degli stivali neri, ma chiunque li stesse indossando fece rotolare via il cadavere dal suo corpo. Senza la sua volontà venne messo supino. La pressione gli fece calare la vista, lo stomaco si contorse facendo effluire la tensione con un getto.Cerco di aggrapparsi alla realtà con le ultime forze rimaste. Chi sei, voleva dire, ma la bocca non si mosse. Il passamontagna gli copriva il volto. << Meno male che sei duro a morire.>> disse una voce di uomo.

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