Storie

Pretty nice girl – XIII – Colloqui

di Michela Villani

Pubblicato il

Il lunedì è tremendo come ogni lunedì.
Robert è nervoso e non risparmia insopportabili frecciate sulla mia salute cagionevole e le fatture da controllare sono talmente tante che mi tocca dividere il lavoro con Max. Alle dieci in punto sento Barbara tossicchiare in corridoio ed esco.
Al bar siamo entrambe piuttosto silenziose e ci limitiamo a sorseggiare il cappuccino con trasporto finché Barbara non tira fuori la bomba.
“Questa mattina sono stata contattata dall’ufficio del personale.”
Un campanello d’allarme comincia a trillare nella mia testa.
“E perché? Quando devi andare?”
Barbara scuote la testa.
“Mi hanno convocata per mercoledì alle 10 ma non mi hanno detto per quale motivo.” Resta in silenzio per qualche secondo. “Sai, inizio a pensare che i miei tentativi di risolvere i problemi con gli stronzi non siano stati compresi…”
“Già, ehm, potrebbe darsi che non abbiano interpretato nel modo giusto gli sforzi che hai fatto per risolvere le vostre divergenze.” Povera Barbara, non vedo niente di buono in questa convocazione.
“Magari hanno deciso di assegnarmi un ruolo più di responsabilità perché si sono resi conto che ho delle spiccate doti da leader…”
Oddio, non credo che sia proprio così.
“Beh…forse. Stiamo a vedere, intanto, se posso darti un consiglio, cerca di non agitarti e affronta l’incontro di mercoledì con equilibrata serenità e professionalità. Ascolta quello che hanno da dire e sii moderata in qualunque reazione…”
“In che senso moderata, scusa?” Barbara mi fissa con intensità e io inizio a sentirmi a disagio.
“Nel senso che non devi essere precipitosa, ecco…”
“Non credo di essere una persona frettolosa!” Taglia corto. Poi, con un sorso, finisce il cappuccino. “E comunque stanotte ho dormito malissimo e questa notizia mi ha fatto esplodere un mal di testa che nemmeno ti dico…”
Ecco, infatti iniziavo a stupirmi che oggi non ci fosse nessun problema sul piano fisico.
“Se vuoi ho un analgesico…” Le dico mentre saliamo le scale.
“No, per carità, non li tollero. Vabbè, ci vediamo a pranzo.” E sparisce nel corridoio.
Uffa, ora mi sento pure in colpa perché, poverina, Barbara rischia grosso, però a volte è un po’ irritante.
Ho deciso, oggi è una giornata no.
Nemmeno mi ricordo perché; in fondo, a parte l’incidente con Sergej (di cui conservo uno sfocato ricordo, nemmeno troppo spiacevole), il fine settimana è andato piuttosto bene.
Torno alla mia scrivania e mi metto ad aggiornare l’agenda con le cose fatte nel week end.
Lo so che, a rigor di logica, uno le cose dovrebbe segnarsele prima e non dopo averle fatte ma io decido sempre all’ultimo minuto e se poi non prendo appunti del mio vissuto, rischio di dimenticare avvenimenti di fondamentale importanza. Mentre trascrivo furtiva l’elenco delle attività mi cade l’occhio su domani e…ommioddio, è il 6 dicembre, ho il colloquio alla Sommers!
No, noooooo, l’avevo completamente rimosso. Ora sarà una tragedia chiedere a Robert qualche ora di permesso. Che poi, considerando che il colloquio è alle 14.30 dovrei chiedere l’intero pomeriggio, ma venerdì non sono venuta e Robert queste cose non le dimentica.
Come faccio? Come glielo chiedo?! Ecco, lo sapevo, è una giornata di merda!
Le ore passano senza che io trovi le parole giuste né il coraggio di dire al viscido che domani ho un impegno alle due e che, quindi, ho bisogno di prendermi un paio d’ore. Quando arrivano le sei e mezza decido di rimandare e di affidarmi alla creatività della scusa che riuscirò ad improvvisare domani mattina. Posso sempre giocarmi la carta del malore improvviso o quella della telefonata che ti fa scattare sulla sedia senza che nessuno osi approfondire per paura che sia qualcosa di veramente grave. Una volta mi sono fatta squillare il telefono della scrivania chiamandomi con il cellulare e poi ho finto che all’altro capo del filo ci fosse mia nonna che mi supplicava di passare immediatamente da loro perché mio nonno era caduto uscendo dalla doccia. Devo riconoscere che quella fu una grande interpretazione, se non fosse che per una settimana la gente continuò a chiedermi come stesse mio nonno, finché me ne uscii, sopra pensiero, che mio nonno è morto quando avevo tre anni.
Dettagli! Domani andrà benissimo, quindi mi alzo, raccatto la mia roba e me ne vado.

Alle 11 del giorno successivo non mi è ancora venuta in mente nessuna trovata geniale per tagliare la corda.
Le 11.30.
Le 11.45.
A mezzogiorno e un quarto penso di simulare dei conati di vomito e di scappare in bagno.
A mezzogiorno e diciotto cestino la trovata dei conati perché sono troppo agitata e perché c’è Jack che si aggira tra i tavoli il che rende l’idea di simulare dei conati un po’ imbarazzante.
Alle 12.30 passo in rassegna le catastrofi naturali che possono investire la zona della città dove abito e valuto la possibilità che l’inquilino del piano di sotto mi avverta che ho lasciato il rubinetto del bagno aperto e rivoli d’acqua stanno scendendo copiosi lungo le pareti del suo soggiorno. Oppure potrebbe arrivarmi una chiamata dai vigili del fuoco che hanno bisogno di passare dal mio terrazzino per entrare nella casa della signora che mi abita accanto e che da tre giorni non risponde al telefono…in effetti, iniziavo a sentire un certo odore…
Ma no, no, non è possibile, povera signora Jones!
Alle 12.53 sono ipertesa e inizio a sragionare: lo sapevo, lo sapevo, porca miseria, che dovevo chiederglielo ieri all’infame!
Poi, all’improvviso, alle 13.04 arriva l’illuminazione.
Alzo al massimo la suoneria del cellulare poi, con il telefono dell’ufficio, mi chiamo e faccio finta di parlare con un cliente. Lascio squillare il cellulare per un po’, di modo che tutti sentano, poi rispondo ed esplodo in un:
“Donna! Ciao…ommioddio, sono secoli (qui alzo un po’ il tono di voce) che non ci sentiamo! Come stai?” Mi guardo intorno per accertarmi che il pesce abbia abboccato e faccio un cenno a Robert per scusarmi della confusione, quindi mi alzo e vado per le scale. Rimango lì cinque minuti buoni fingendo di parlare al telefono, poi rientro in stanza e vado diretta da Robert: o la va o la spacca.
“Ehm, Robert, mi ha appena chiamato questa mia amica dell’università…non la vedo da quasi due anni, lei adesso lavora in Germania. È in città fino a stasera, riparte alle sette, mi chiedeva se non ci potessimo vedere per pranzo…per favore, Robert, alle due e mezza sono di nuovo qui, te l’assicuro!”
Non so bene come, visto che il colloquio è alle due e mezza. Ma perché non riesco mai a dire una bugia in grado di svolgere appieno il compito per cui la partorisco?!
“Ophelia…ma ti sembra il caso?” Sembra sinceramente scioccato e il suo orribile difetto di pronuncia mi brucia come veleno ma devo reggere la botta se voglio arrivare in tempo al colloquio (che, per inciso, è dall’altro capo della città).
“Oh Robert, ti prego, sai che non mi allontano mai durante il lavoro, ma è una cosa importante, sul serio.”
Dai, che ci siamo quasi…
Robert sbuffa, guarda per aria, si sistema gli occhiali infastidito ma sta cedendo, me ne accorgo dallo strano tic che gli fa contrarre impercettibilmente il labbro superiore.
“Va bene, va bene, ma tra due ore stai qui!”
“Promesso.” Mi alzo in fretta e furia, prendo borsa e cappotto e infilo il corridoio: ora a razzo verso il traffico congestionato del lungo fiume.
Alle due e venti trovo un pertugio tra due macchine: è un parcheggio irregolare perché non ci sono le strisce per terra ma, in tutta la mia vita, non ho mai visto un quartiere con tante automobili parcheggiate in mezzo alla strada.
Tra l’altro, sono parecchio distante dal palazzo in cui ha sede la Sommers quindi devo pure scarpinare con questi tacchi insopportabili che ho messo per darmi un’aria più professionale.
Quando arrivo al citofono ho perso la sensibilità ai mignoli dei piedi ma non importa, è la mia occasione e, una volta tanto, sono anche puntuale: mi faccio coraggio e suono.
L’ambiente in cui entro è piuttosto austero e fatalmente deserto, una segretaria dietro al banco della reception mi fa cenno in entrare in un’anticamera spaziosa, masticando un pezzo di panino. Cavolo, è ora di pranzo e io non ho mangiato niente: speriamo che la mia pancia non si metta a brontolare sul più bello.
Nell’anticamera ci sono due persone: una ragazza mora con spessi occhiali rettangolari e un forte accento irlandese e un ragazzo con i capelli lunghi, un po’ sudici trattenuti da un elastico logoro. Mi presento e chiedo chi ci sia oltre la porta laccata di bianco da cui provengono alcune voci. Mi dicono che dentro c’è ancora una ragazza che sta sostenendo il colloquio e che sono un po’ in ritardo sulla tabella di marcia perché loro due erano previsti per le 13.30 lei e per le 14.00 lui. Il che significa che vengono entrambi prima di me.
E questa è una tragedia perché io, ufficialmente, dovrei rientrare in Global tra meno di un’ora.
Ok, devo stare calma. Devo respirare profondamente e non agitarmi, ormai sono qui e con Robert me la sbrigherò più tardi.
Mi siedo e cerco qualcosa con cui distrarmi.
No, non ce la faccio a stare calma, quanto ci mettono a fare quest’intervista?! Come è possibile che siano così in ritardo?!
Dopo un po’ esplodo:
“E comunque trovo sia una vergogna farci aspettare così, insomma, io mi sono presa un permesso in ufficio per venire qui alle due e mezza. Non posso mica rimanere in questo cesso di anticamera fino a stanotte!”
Ecco, forse potevo evitare di dire cesso.
I due mi fissano allibiti.
“Cioè, voi non credete che sia, quantomeno, poco serio da parte loro?”
Ancora sguardi incerti; beh, almeno non devo preoccuparmi troppo della concorrenza, se il livello di combattività è questo…
“Ehm…” La ragazza con gli occhiali si schiarisce timidamente la voce. “Io ho preso il treno stamattina alle 7 e lo riprendo stasera alle 7. Mi sarebbe piaciuto fare un giretto, però…posso aspettare, ecco.”
Alle 7, eh? Bella alzataccia, penso tra me.
“La dottoressa è arrivata in ritardo, ha avuto un contrattempo…” Anche lui parla, dunque!
“Che c’entra, scusa, io in ufficio ho un sacco da fare, non posso mica permettermi di perdere tempo a fare anticamera per i contrattempi della dottoressa. È una questione di professionalità, insomma!”
Ok, sto esagerando, qualcuno mi fermi.
Grazie al cielo, qualche minuto dopo la porta si apre e una ragazza molto giovane con l’aria accaldata esce.
Al suo posto entra la moretta del treno.
“Allora, che ti ha chiesto?” Mi informo.
Lei sembra ancora un po’ intimorita.
“Mah, tutte cose strane…aveva la lettera di motivazione che ho spedito con il curriculum e sopra c’erano tutti segni rossi…più che altro abbiamo parlato di quella.”
“Che vuol dire che avete parlato di quella?” Le chiedo senza mezzi termini: la tipa freme per scappare e io devo sfilarle il maggior numero di informazioni nel minor tempo possibile.
“Beh, a quanto ho capito, la dottoressa è un’esperta di grafologia o calligrafia…insomma, non è chiarissimo ma pare che riesca ad individuare i tratti della tua personalità osservando come scrivi. Di questo abbiamo parlato.” Poi si guarda intorno. “Senti, c’è il mio ragazzo che mi aspetta da un sacco di tempo, io devo scendere” E con un sorriso smorto se ne va.
Questa cosa della calligrafia mi mette addosso una certa inquietudine, anche perché, se non ricordo male, io la lettera l’ho scritta in metro mentre andavo a fare la visita oculistica per il rinnovo della patente. Mi sembrava un po’ strano il fatto che chiedessero una lettera di motivazione manoscritta, però era il periodo che non facevo altro che spedire curricula in giro e non sono stata troppo ad interrogarmi. Speriamo bene, non mi ricordo nemmeno cosa ci ho infilato.
Mentre aspetto sfoglio una rivista ciancicata, abbandonata su una poltroncina. Le voci oltre la porta sono quasi nitide, se mi avvicinassi un po’ credo che riuscirei a capire quello che si stanno dicendo là dentro. Mi guardo intorno, l’anticamera è piuttosto ampia e ha una sola finestra. Ci sono due porte una, chiusa, è quella della dottoressa, l’altra è aperta e mostra una stanza semibuia con una scrivania ingombra di libri. La società è praticamente deserta, a parte la segretaria all’ingresso, penso che siano tutti a pranzo.
I minuti passano e il mio ritardo alla Global diventa poco a poco spudorato. Non ci devo pensare, non ci devo pensare…in fondo io sono solo in stage, non possono mica licenziarmi.
Credo.
Le tre sono passate da pochi minuti quando la porta si apre e la ragazza con gli occhiali esce. È chiaramente sudata, che schifo, ma cosa chiederà mai la grafomane?!
Il tizio con i capelli lunghi le da il cambio e la porta si richiude.
Ma questa Lewis in bagno non va mai?!
Le tre e un quarto, le voci che provengono dalla stanza sono forti, l’anticamera ora è completamente vuota. So che non dovrei, ma mi annoio molto e devo trovare un modo per distrarmi, così mi alzo dalla poltroncina e mi avvicino alla porta chiusa. Lancio un’occhiata colpevole verso la reception: niente, della segretaria non c’è traccia. Piano, piano avvicino l’orecchio alla porta…si sente tutto! Il ragazzo sta finendo di rispondere ad una domanda, poi sento la voce della Lewis.
“Ma lei perché vuole frequentare questo master?”
Lui incespica, poi si lancia in un’arringa sull’importanza del giornalismo per la tutela dei diritti e bla bla.
Nel frattempo, inizio mentalmente a preparare una risposta anch’io…vediamo, cosa potrei dire…certo non posso spiattellare che, pur di liberarmi della Global, sarei anche disposta di fare le pulizie lì alla Sommers.
Mentre rifletto, continuo a tenere la testa pericolosamente vicino alla stanza del colloquio e mi accorgo con un attimo di ritardo che la porta di ingresso, quella di fronte alla reception, si sta aprendo. È una frazione di secondo, faccio un balzo indietro e mi allontano dalla porta della Lewis ma sono ancora vicina e, peggio, in una posizione del tutto innaturale. Mi ritrovo così, completamente scoperta e agitata a fissare un uomo elegante che è appena entrato nell’appartamento. Non ha ancora chiuso la porta d’ingresso e mi guarda con occhi sbarrati, incredulo.
“Cosa sta facendo?!”
Oddio, che figura.
“Niente!” Esclamo convinta.
“Lei stava origliando!” L’uomo chiude la porta con una certa violenza e avanza nell’anticamera. Nel frattempo, io mi sono allontanata dalle voci e sto riguadagnando la mia poltroncina.
“Non è vero! Le pare che potrei origliare?!”
Ma che sto dicendo? E’ chiaro che stavo origliando. Cambio strategia.
“Senta, io avevo appuntamento alle 14.30 e ho dovuto prendere un permesso in ufficio…” Farfuglio senza pudore.
Il tipo non sembra per niente impressionato.
“Ma si rende conto che quello che stava facendo è una cosa gravissima?!”
Sento un calore mai provato diffondersi nel mio corpo, fiotti di sangue mi affluiscono alle guance e le mani iniziano a sudarmi. Desidero disperatamente scappare come un razzo dall’ufficio, dileguarmi lasciando il tizio a fissare, minaccioso, la mia poltroncina vuota.
Cosa può farmi? Si può essere denunciati per aver spiato un colloquio?
Oddio, finirò sui giornali e Robert capirà che quella della ex compagna di corso era una balla. Mi cacceranno anche dalla Global e nessuna altra azienda mi assumerà perché tutti sapranno che sono una bugiarda e una disonesta…La mia unica speranza è insistere con la linea dura.
“Senta, io davvero non stavo origliando, non so cosa si sia messo in testa lei ma io non ho tempo da perdere…” Cerco di raccattare le mie cose per svignarmela mentre il tizio, paonazzo, fa per ribattere ma in quel momento la porta della Lewis si apre e il ragazzetto con i capelli lunghi esce. Approfittando del diversivo mi infilo nell’ufficio e mi chiudo la porta alle spalle.
Ti prego, fai che il tizio non entri…
La dottoressa Lewis è una donna di mezza età con i capelli biondi raccolti in una lunga treccia. È vestita un po’ all’antica ed è austera come l’anticamera. Le sorrido timidamente e lei, dopo avermi stretto la mano, mi fa cenno di sedere.
“Signorina Schneider” Si alza. “Vuole scusarmi un attimo?” E si dirige verso la porta.
Cosa?! Proprio adesso deve andare in bagno?! Sono sicura che qui fuori c’è il vile spione che non aspetta altro che fare rapporto sul mio piccolo incidente. No, che figura…sprofondo mogia nella sedia aspettando che la Lewis rientri.
Qualche minuto dopo, lei torna e non sembra affatto turbata. Non è sconvolta, non ha un’espressione disgustata né vene che pulsano sulle tempie. Forse il tipo non ha detto niente? Forse si è fatto i fatti suoi. O forse hanno chiamato la polizia e vogliono tenermi qui buona prima di incriminarmi per violazione del segreto di…di…boh, di intervista professionale. Che figura…

La Lewis tira fuori da una cartellina quella che riconosco essere la lettera che spedii per la selezione e…è piena di segni rossi!
Per un po’ sembra esaminare la lettera poi esordisce:
“Lei è una persona soddisfatta?”
Oddio, non vorrà mica fare discorsi di sesso!
Mi schiarisco timidamente la voce, accorgendomi di avere iniziato a sudacchiare.
“In che senso, scusi?”
“Beh, si sente realizzata? È contenta di quello che fa? È soddisfatta, insomma?”
Rifletto un momento, forse vuole mettermi alla prova con domande insidiose e vedere se sono una che parla male del proprio lavoro e dei propri superiori, una perennemente scontenta, una piantagrane, una piagnona, ecco. Devo tenermi sul vago.
“Beh, sì…diciamo che, lavorando da poco, sto ancora cercando di capire quale sia la strada che fa per me. In campo professionale, intendo…” Lei mi interrompe bruscamente.
“Non parlo solo dell’ambito lavorativo, quando dico soddisfatta. Parlo della vita di tutti i giorni, delle relazioni interpersonali, del rapporto di coppia, dei sogni…”
Ma cos’è, psicoterapia?
“Glielo chiedo perché, qui, vedo queste R molto inclinate e poi le S…a volte le scrive in stampatello, a volte in corsivo…”
“Ed è una cosa brutta?” Chiedo senza riuscire a trattenere un sorriso.
La Lewis non ride affatto.
“Dipende” Mi risponde gelida. “Da queste prime righe emerge una personalità molto confusa.”
“Beh, forse un po’ confusa lo sono…” Concedo.
Lei annuisce e sembra soddisfatta di aver messo a segno il primo colpo. Io inizio a chiedermi se, alla fine del colloquio, mi darà da recitare qualche preghiera come penitenza, prima di assolvermi o mi farà una ricetta per comprare degli psicofarmaci.
“Perché lo ha fatto?” Se ne esce bruscamente e all’improvviso, io sussulto. Lo sapevo, il vigliacco qui fuori ha vuotato il sacco. Sento un terribile caldo alle orecchie, ora che le dico?
“Non lo so, in realtà non volevo neanche…è stato più per noia, non sapevo come ingannare l’attesa e mi sono mossa un po’…”
“Allora lei è una di quelle persone che mandano centinaia di curricula senza valutare se stanno effettivamente scegliendo le aziende a cui proporsi con consapevolezza?!”
Direi che ha perfettamente centrato la mia tipologia di laureata, però qualcosa, in quello che ha detto, mi fa venire il dubbio che, forse, si stia riferendo alla mia candidatura per la borsa di studio.
“Sa, io credo che…” La guardo di sottecchi e spero proprio di non stare prendendo un granchio. “Penso davvero che la passione per il giornalismo mi abbia spinta a candidarmi, anche se non ero ancora completamente cosciente delle mie più profonde inclinazioni…”
Il tono con cui pronuncio questa affermazione è talmente debole e incerto che la fa sembrare una domanda.
Mi sembra di essere tornata alle superiori quando, se non ero preparata per un’interrogazione, più che rispondere alle domande mi limitavo a lanciare degli spunti, una sorta di punti di vista creativi per affrontare gli argomenti in esame.
Il punto è che questi tentativi il più delle volte fallivano tragicamente e si tramutavano in insufficienze.
Quasi, mi aspetto che la Lewis scuota la testa indispettita e scriva un gigantesco 3 sulla mia lettera manoscritta.
Invece lei annuisce e scribacchia una serie di geroglifici su un quadernetto a righe aperto accanto al mio foglio.
“Lei cosa sta facendo in questo momento?”
“Sono in stage alla Global, nel marketing…” E inizio a descrivere quello di cui mi occupo cercando di farlo sembrare meno alienante di quanto non sia in realtà. Anzi, a sentirmi parlare, quasi mi entusiasmo per il mio lavoro.
Dopo aver dibattuto un altro po’ della possibile personalità bipolare suggerita dall’orientamento delle F e dalla rotondità delle O, mentre io resto in attesa che tiri fuori un mazzo di Tarocchi e inizi sciorinare litanie su Lune Nere e Impiccati, la Lewis mi fa un’ultima, rapidissima domanda:
“Lei percepisce uno stipendio alla Global?”
Ah, ecco, ora vuole capire se sono una sfigata che lavora senza che le venga riconosciuto il minimo compenso o se alla Global mi apprezzano e mi attribuiscono un valore.
“Certo!” Esclamo trionfante e spiego dettagliatamente i come e i perché della mia busta paga.
“Bene, penso che possa bastare. La ricontatteremo noi, casomai il suo profilo rientrasse negli standard della nostra società.”
“Grazie, per quello che riguarda la borsa di studio…” Inizio a dire quando lei mi interrompe.
“Beh, lei capisce bene che, percependo uno stipendio dalla Global, non ci è possibile prenderla in considerazione per l’assegnazione delle borse…”
Sono allibita.
“Ma…se decidessi di iniziare il master dovrei lasciare il lavoro alla Global e allora non avrei più nessuno stipendio!”
“Sì, capisco, ma queste sono le nostre regole. Al più, potremmo proporle una borsa di studio parziale che copra il trenta per cento del costo del master…”
Faccio un calcolo rapido per avere la conferma, superflua in realtà, che la borsa parziale lascia scoperte diverse migliaia di euro e rappresenta, quindi, una soluzione inaccettabile.
“Potrebbe sempre farsi aiutare dai suoi genitori…”
D’un tratto, guardo la dottoressa Lewis e mi sembra di metterla a fuoco per la prima volta: ha l’aria arcigna e furbastra di quelle cartomanti dei programmi sulle reti private. Ora è tutto chiaro, qui vogliono solo sfilarmi un po’ di soldi!
Non posso credere di aver perso tutto questo tempo per farmi rifilare una fregatura del genere. E quella scena ridicola con quell’uomo, prima…afferro la mia borsa e biascico uno strozzato arrivederci.
Non posso sprecare qui altri minuti preziosi, ora la prossima tragedia è affrontare Robert.

Rientro in ufficio che sono le cinque passate. Per un inaspettato regalo della Provvidenza, Robert non è in stanza: pare ci sia una riunione da David Drake. Comunque, è inutile che mi rilassi troppo, so che può tornare da un momento all’altro e, se pure non scendesse prima delle sei e mezza, domani nessuno mi salverebbe dalla sua vendetta. Quindi, quasi spero di vederlo spuntare dalla porta, almeno mi tolgo questo peso.
Quando però a entrare in stanza è Josh, sussulto.
Beh, ho detto che ho quasi voglia di vederlo spuntare, ma è chiaro che se non spunta per almeno un’oretta è meglio, così tiro un attimo il fiato.
Josh ha un’espressione agitata, cosa strana per lui che sembra sempre soddisfatto e rilassato. Viene verso di me, poi sembra ripensarci e torna alla sua scrivania. Forse vuole parlarmi di qualcosa di urgente.
Decido di mandargli un’email: Tutto a posto?
Lui si accorge del messaggio dopo qualche minuto e risponde: Sì, ho solo appena ricevuto una notizia…Hai da fare adesso?
Rifletto, in fondo sono soltanto stata via per quattro ore, non credo che se Robert passa per il corridoio e mi vede chiacchierare se ne avrà a male…però, chissà cosa ha in ballo Josh…
Senza pensarci batto rapidamente: Vediamoci nella tromba della scala di servizio!
E, neanche finisco di scrivere che mi alzo con un “Vado in bagno” e sparisco. Pochi secondi dopo, Josh mi raggiunge sulle scale.
“Allora, cosa ti è successo? Hai una faccia…”
“Non puoi neanche immaginarlo” Inizia Josh, passandosi una mano tra i capelli. “Non riesco a crederci nemmeno io!”
Inizio ad essere parecchio curiosa, deve per forza essere qualcosa che ha a che fare con il lavoro, Josh non si agiterebbe così tanto per niente altro.
“Ti hanno offerto una promozione?” Butto lì, a bruciapelo, anche se sarebbe strano: Josh è stato messo a fare un lavoro in Global a cui, seguendo un normale iter, avrebbe potuto aspirare dopo almeno un paio d’anni di attività. Ora, il lavoro che fa è schifoso e non ci piove (almeno a parer mio) ma un’altra promozione in pochi mesi suona davvero improbabile.
Lui mi guarda e rimane un attimo in silenzio.
“Ho ricevuto un’altra offerta.”
“Da chi?!” Sono stupita ma nemmeno più di tanto, in fondo è un ragazzo in gamba.
“Da una azienda che produce, inscatola e distribuisce carne di bovino adulto…”
“Cosa?! Carne in scatola?!”
“Esatto…la società è la Good Beef Tin, non so se la conosci…”
“Mai sentita.” Scuoto la testa.
“Lo immaginavo.”
“E cosa dovresti fare per loro, esattamente?” Già me lo immagino in jeans e cappellone a correre dietro una mandria: messa così è davvero buffa.
“Beh, questa è la parte più strana della proposta, dovrei fare il Direttore Marketing.” Impallidisco.
“Cooosa? Come sarebbe a dire…insomma, hai 24 anni, lavori da quanto? 11 mesi?”
“Lo so, anzi, lo sanno. È una faccenda un po’ complicata. In pratica il Direttore Generale è una specie di squalo dell’industria, uno che passa da una società all’altra e si ferma giusto il tempo di risistemare la situazione.”
“Cioè, si prende aziende in crisi e le rimette in carreggiata?”
“Esattamente e pare abbia la fissazione di circondarsi di giovani brillanti cui affida ruoli direttivi invece che di manager con esperienze decennali…So che sembra strano ma a chiamarmi la prima volta è stato un mio carissimo amico dell’università che ora lavora con lui.”
“Che vuol dire la prima volta?”
“Questa storia va avanti da un po’ e ora siamo agli sgoccioli: devo prendere una decisione. È per questo che sono teso, non so che fare.”
Per un lunghissimo minuto non diciamo una parola. Poi mi faccio coraggio.
“Quali sono le condizioni?”
“Beh, da un punto di vista economico sono chiaramente migliorative, anche se non si parla di cifre esorbitanti. Dovrei trasferirmi, però: gli stabilimenti della società non sono per niente vicini e questo significa che mi ritroverei catapultato dalla metropoli al piccolo centro sperduto dove si trova la sede della Good Beef Tin. Lì non conoscerei nessuno, e tutta la mia vita si risolverebbe in un lavoro forsennato…non so, la cosa mi spaventa ma al tempo stesso mi attira molto.”
“Ci credo! Però, capisco che sia una scelta difficile anche perché questa Beef Cup…”
“Good Beef Tin”
“Sì, quello che è…insomma, non credo possa reggere nemmeno lontanamente il paragone con la Global”
“Beh, è chiaro che no, però non è da sottovalutare: lo scorso anno ha fatturato quasi 30 milioni di euro…”
Ho un singulto, ma allora è una cosa grossa.
“Ma questo squalo dell’industria che tipo è? Non è che ti vuole infilare in un giro equivoco e ti ritrovi a prestare il nome per affari loschi?”
Lui sorride: “Oddio, spero di no! Comunque, devo incontrarlo il prossimo sabato: ho il volo pagato per raggiungerlo venerdì sera. Dovrei partire appena uscito da qui…”
“Beh, mi pare di capire che le cose siano un po’ avanti.”
“Già.”
“Non so cosa dirti, Josh, mi sembra comunque una proposta molto interessante. Tienimi aggiornata.”
Mentre rientriamo in stanza non riesco a togliermi dalla testa l’espressione di Robert e Jack mentre Josh gli comunica che se ne sta andando. Precipiterebbero nel panico, penso con un fremito, spero proprio che alla fine decida di accettare.
Per qualche inspiegabile miracolo, Robert non si fa vedere per il resto del pomeriggio e, scattata l’ora x, raccolgo le mie cose e me ne vado con Max.

Photo by Brooke Lark on Unsplash

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