Storie

Villa bianca dei ciliegi

di Marianna Vitale

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Non so come sia arrivato qui, nel mio girovagare in quest’alba d’estate.

La città è ancora addormentata ma la luce del sole nascente illumina le case, tentando di risvegliarle. Davanti a me, la villa bianca uscita dal mio passato riposa, imponente e silenziosa, prigioniera dentro la sua rete. Ha custodito per tutti questi anni il segreto, proprio come me.

Non riesco a scacciare dalla mente le immagini di allora, che investono i miei pensieri facendomi desiderare di essere ancora quel ragazzino ingenuo.

Decido di scavalcare il cancello per poterla ammirare da vicino, per vedere i ciliegi che la circondano e la caratterizzano. Tutto intorno a me ha un sapore antico, di qualcosa di perduto e mai più ritrovato.

Mi accorgo subito che la villa è ormai disabitata, e basta una leggera spinta perché il portone si apra. Entro con la stessa eccitazione velata di paura con cui ho sempre varcato quest’uscio. Il silenzio che mi avvolge è agghiacciante.

Guardo la mia immagine riflessa in controluce nel grande specchio in stile liberty e mi rendo conto che troppo tempo è passato dall’ultima volta che mi sono soffermato qua davanti. Avevo solo sedici anni e non sapevo ancora cosa fosse la vita.

 

Clelia attendeva il suo giovane studente come una bestia feroce aspetta per catturare la sua preda.

Aveva quasi cinquant’anni ma era ancora una bella donna, con i suoi capelli tinti di biondo e il suo sguardo penetrante. Non si era mai sposata, e la solitudine era ormai diventata una condizione permanente per lei.

Ogni tanto, impartiva ripetizioni di latino, perché i ragazzi le tenevano compagnia e le ricordavano i tempi in cui era stata come loro, immatura e spensierata, libera da quella paura di invecchiare che ora l’accompagnava.

Carlo suonò il campanello con un po’ di incertezza.

Era la prima volta che vedeva la signora dei ciliegi e pensò che sarebbe stata un’insegnante alquanto noiosa, di quelle che pretendono una precisione minuziosa. Entrò in silenzio, timido e impacciato com’era, e lo colpì la propria immagine riflessa nel grande specchio del salone, l’immagine di un adolescente dai capelli arruffati e gli occhi carichi di inesperienza.

Clelia lo fece accomodare e condusse come sempre una lezione piatta e rigorosa, conquistandolo però con la sua voce grave e pacata. Carlo la trovò tediosa come previsto, eppure tornò da lei tutte le settimane, i libri sottobraccio e il medesimo spirito svogliato.

Finché un pomeriggio, inaspettatamente, trovò Clelia ad attenderlo in giardino, con due bicchieri colmi di Champagne. Gli disse che era il suo compleanno e che desiderava che lui brindasse alla sua salute.

Bevvero insieme, Carlo posò i libri sul tavolo accanto alla bottiglia ormai vuota. Quindi la donna si sedette sul divano dannunziano che troneggiava nel salone e lo invitò ad accomodarsi al suo fianco. Il ragazzino, intimorito, obbedì, ammaliato da quella signora bionda che lo faceva sentire diverso, più grande e più maturo, ma allo stesso tempo più ingenuo.

Carlo rimase immobile, gli occhi sgranati e i battiti accelerati, mentre avvertiva due mani estranee su di lui. Tra il piacere e il terrore, lasciò che la signora dei ciliegi giocasse abilmente col suo corpo, senza opporre resistenza.

Quel passatempo crudele si ripeté ogni volta, fino alla fine dell’estate. Divenne un appuntamento irrinunciabile, dopo i compiti di scuola, e tuttavia terminò troppo presto.

Quando non ci fu più bisogno di prendere ripetizioni di latino, Carlo smise di frequentare la villa e Clelia non lo cercò: per lei era stato un gioco, per lui un primo amore.

 

Mi domando dove sia lei ora, mi soffermo davanti a quel divano damascato e mi sembra di risentire la sua mano, così come il sguardo, su di me.

Ho avuto molte donne in questi anni, eppure nessuna è mai riuscita ad eguagliarla. In tutte ho cercato invano un riflesso della signora bionda dei ciliegi e della vita vissuta con lei.

Respiro un’ultima volta la sua essenza racchiusa tra queste pareti ed esco. Accarezzo i ciliegi come se fossero lei e poi volto le spalle alla villa. Lasciando definitivamente in questo luogo ogni ricordo, riprendo la strada di casa.

 

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