Storie

Pretty Nice Girl – VI – La cena

di Michela Villani

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A casa telefono ad Emma. Risponde Zoe e mi dice che Emma non è rientrata la notte prima.

“Credo abbia un nuovo ragazzo, però non oso chiedere…sai quanto è permalosa.”

Mi informo se la tensione di venerdì si sia un po’ dissolta.

“Non so cosa dirti, Phi, Emma è sempre stata strana e in questo periodo lo è ancora di più. Deve avere qualcosa per la testa ma non riesco a capire cosa e ti confesso che starle dietro è decisamente troppo faticoso per me. Ma, cambiando discorso…” Assume un’aria cospiratrice “Hai programmi per questa sera?”

“No ma tanto non esco: domattina si ricomincia e mi aspetta la solita alzataccia” Che strazio, il week end è già finito e io sono esausta più di venerdì.

“Noi vediamo prima di cena alcuni amici di Will, perché non vieni?”

“Non lo so, Zoe…poi con questo tempaccio…”

“Si tratta solo di un aperitivo, Phi, non fare la pigra, non posso credere che sia stato un fine settimana così stancante da non poterti permettere un aperitivo nel tardo pomeriggio!”

In effetti, non ho combinato niente questo sabato. Uscire non può che stimolarmi: ultimamente mi sono un po’ chiusa e ora che Brad ha una nuova fidanzata (più normale di quell’attrice schizzata che frequentava prima) dovrò trovarmi qualcosa di nuovo da fare per impegnare le serate: ho idea che, almeno per qualche tempo non ci saranno cenette e bbq per noi. Dio, che bel pensiero costruttivo.

“D’accordo, vengo.”

“Ottimo, ci vediamo alle sei e mezza al Globe”

Lo sapevo: il solito posto da fighetti tipico di Zoe e Will.

“Ah, e…Phi?”

“Sì?”

”Mettiti carina!” E attacca.

Mettiti carina? E che vuol dire?

Io mi metto sempre carina quando esco e non vado da Brad. Almeno ci provo…

Sono da poco passate le quattro, ho ancora un sacco di tempo per prepararmi. Prendo un libro e sprofondo nel divano: il pensiero che domani sia lunedì mi butta davvero giù, forse dovrei approfittare di quest’ora libera per mandare in giro qualche cv ma non ne ho la minima voglia. Mi immergo nella lettura e rimando: c’è sempre tempo per fare cose noiose.

Un’ora e mezza dopo, sono immersa nella contemplazione del mio armadio aperto: fuori è già buio e la prospettiva di vestirmi ed uscire mi attira quanto le riunioni del venerdì con Robert. Però, so che si tratta solo di sforzarmi e varcare la soglia: sono sicura che, una volta in mezzo alle persone, sarò contenta di non essere rimasta a casa, in tuta, a bere brodo davanti alla tv.

Dunque, vediamo…“mettiti carina”…

Rifletto cercando di individuare una mise adatta all’occasione: in fondo un aperitivo con Zoe, Will e i loro amici snob non mi sembra un avvenimento che richieda una “carineria” particolare…comunque, alla fine tiro fuori dall’armadio dei jeans neri di Patrizia Pepe, un top stile impero di morbida seta rosa pallido con le perline argentate sullo scollo che mi ha regalato Zoe lo scorso Natale e il chiodo di pelle con le zip sulle maniche. Nello specchio cerco di valutare il risultato: l’effetto è un po’ in tiro e non sono sicura che mi vada di passare per quella che si è tutta apparecchiata per un aperitivo con degli insipidi figli di papà, ma almeno uso il chiodo (da quando l’ho comprato – in saldo – l’ho messo forse una volta) e mi faccio vedere da Zoe con il suo regalo indosso, che è sempre una cosa carina. Infilo dei sandali neri con una farfalla di Swarovski e un tacco esagerato e prendo una pochette dorata di Tory Burch. Mentre mi osservo nello specchio, dopo aver raccolto i capelli in uno chignon alto, mi chiedo ancora una volta il perché di tutto questo daffare. Però, concludo, non si può negare che mi sia messa carina.

Quando arrivo al Globe sono le sette passate e dentro c’è l’inferno. Fortunatamente intravedo Zoe, di spalle e mi dirigo subito al suo tavolo.

Anche lei è elegante, non c’è che dire: ha un vestitino nero di seta taffettà che fruscia quando si alza per baciarmi.

“Ophelia, finalmente! Siediti, ti ho tenuto il posto” e sposta una baguette rosa chiaro dalla sedia accanto alla sua. Sorrido a Will e rivolgo un saluto generale, congratulandomi con me stessa per non aver rinunciato ai sandali di Swarovski .

“Scusate, ragazzi, per strada c’è il caos…”

“Non c’è problema, però ora corri il rischio di digiunare: la ressa del buffet ricorda lo smistamento di aiuti umanitari in un paese del terzo mondo.” Mi volto e riconosco, accanto a me il ragazzo che ho incontrato venerdì sera alla festa dello studio di Will.

“Buonasera, Miss Schneider.” Mi sorride.

“Oh…” Devo avere un’espressione esageratamente stupita mentre cerco di ricordare il suo nome: lui me lo ricordo, uno così carino non si dimentica facilmente e mi ha fatto pure il baciamano…ma l’altra sera ero talmente confusa.

E sì, in effetti, anche un po’ sbronza.

“Colin Padmington, ci siamo incontr…”

“Sì, Colin!” Esclamo “Cioè…mi ricordo di lei è che l’altra sera ero lievemente…annebbiata.”

“Non c’è problema.” Mi sorride di nuovo ed io ho la tremenda sensazione di arrossire. “Nel locale, l’altra sera c’era parecchio rumore.” Si guarda un momento intorno. “In effetti, c’è parecchio chiasso anche qui: sembra che siamo destinati ad incontrarci in posti modaioli ed affollati”

“Già…” Mi guardo anch’io intorno, delusa.

“Hai qualche appuntamento, dopo, Ophelia?” È Gloria, una vecchia amica di Zoe, credo che fossero vicine di maniero da piccole “Quei sandali sono troppo eleganti per un semplice aperitivo tra amici…” Occhieggia ai miei piedi, ammiccando.

Ora che mi ricordo, Gloria la odio: è una vipera saccente e presuntuosa.

Non vado da nessuna parte, dopo, strega: ho sfoggiato dei sandali di Dolce e Gabbana solo per venire in questo stupido bar!

“No…in effetti no” Sorrido di rimando ai suoi occhioni sgranati. “Sai, domani lavoro…”.

Mi sento una disadattata, perché non ho nessun appuntamento chic, dopo questo aperitivo?!

“E comunque, anche tu sei molto elegante, per non parlare di Zoe…” Mi volto verso la mia amica che sta chiacchierando con il ragazzo che le siede a destra.

“Oh, grazie Phi, io e Will andiamo a teatro dopo perciò mi sono messa in ghingheri con un certo anticipo.”

“Ah, andate al Wyndham? Ho sentito che lo spettacolo è bellissimo. Volevo andare anch’io ma Mark non è riuscito a prendere i biglietti e…” Gloria si lancia in un’arringa pro-teatro contemporaneo ed io tiro un sospiro di sollievo: almeno il discorso sulle mie scarpe è archiviato.

Ordino un martini (il vino, non il cocktail!) e mi guardo intorno: è incredibile quante persone siano disposte a spintonarsi per uno spiedino di caprese.

“Quindi non ha impegni per cena?”

Colin Padmington mi sta di nuovo parlando.

“Ehm…no, nessun impegno.” Sorrido e alzo le spalle “Sa, io la mattina comincio a lavorare piuttosto presto…”

“Anche io vado a lavorare presto. È un bene, no? È segno che il nostro lavoro ci piace, e poi le responsabilità sul lavoro danno energia. Non trova?”

Responsabilità?

“Beh, sì…immagino sia così…”.

Come gli viene in mente che io abbia delle responsabilità? E come può pensare che il mio lavoro mi piaccia?!

“Lavorare nel marketing deve essere molto stimolante…suppongo che sia circondata di collaboratori capaci e creativi frizzanti!”

Oddio, dobbiamo proprio parlare del mio lavoro?

“Esattamente di cosa si occupa, in Global?”

Appunto.

“In realtà, io più che occuparmi della comunicazione, che costituisce la parte creativa del marketing, mi occupo di strategie.” Che sto dicendo?!

“Diciamo che il mio lavoro consiste nell’analizzare i dati delle vendite, pianificare le campagne stagionali, stabilire le iniziative promozionali…”

“Beh, addirittura!”

Lo sapevo: sto esagerando.

Per un attimo incrocio il suo sguardo e rimango con gli occhi incatenati ai suoi…mio dio quanto è carino, con i lineamenti regolari, la pelle chiara e il naso sottile…perché dovrei informarlo che sono una disgraziata stagista senza nessun invito a teatro per la domenica sera?

“Miss Schneider…posso chiamarla Ophelia?”

“Oddio, ma certo: cominciavo ad agitarmi a furia di sentirmi chiamare Miss…”

Ride e ha dei denti perfetti.

“Non volevo metterti in imbarazzo, Ophelia…”

“Lo so, Colin.”

Colin è davvero un bel nome.

“Puoi chiamarmi addirittura Phi, già che siamo in vena di sbarazzarci delle formalità.” Continuo.

“Come vuoi. Anche se trovo che Ophelia sia un bellissimo nome.” Mi strizza l’occhio. “Certo, mi rendo conto, importante…”

Sono le otto e gli altri cominciano ad alzarsi e ad andare via. Colin mi guarda.

“Se davvero non hai un altro impegno per questa sera, mi farebbe molto piacere cenare insieme…”

Wow, mi sta invitando…ed io ho anche il vestito adatto, questa è più che una semplice coincidenza, lo sento. Ma che faccio, mica posso accettare subito…tentenno.

“Sarebbe un vero peccato aver sprecato delle scarpe così eleganti per un semplice aperitivo, non credi?” Insiste.

Sorrido un po’ imbarazzata, ha assolutamente ragione e sento di aver esitato quell’attimo sufficiente a non farmi perdere la faccia.

“Beh, Colin, sarei davvero felice di cenare con te!”

Spero di non sembrare troppo disperata a non farmi desiderare nemmeno un po’.

“Bene.” Sorride. “Allora andiamo a cercare un posto…silenzioso, una volta tanto!” Mi aiuta ad alzarmi e ci avviamo verso l’uscita.

Saluto in fretta Zoe e gli altri e lo seguo, chissà cosa ha in mente, in fondo è un avvocato di successo: il giovane e affascinante socio di uno studio importante…confesso di essere un po’ agitata, come è possibile che un uomo del genere sia libero e si interessi a me? Oddio, forse è questo il punto: forse è sposato ed è un viscido traditore. Però…non ha la fede, o almeno mi sembra. Domani devo informarmi con Zoe.

Mentre ci incamminiamo verso la strada dove ha parcheggiato l’auto, un pensiero mi fulmina: magari è un pervertito, uno di quegli psicopatici che ti seducono e poi fanno girare su internet foto di te imbavagliata e legata mentre brandiscono una sega elettrica. Un tipo alla American Psycho…

“Sei silenziosa, non dirmi che ti sei già pentita di aver accettato.”

Sussulto. Ha un’aria un po’ preoccupata ed è davvero, inequivocabilmente, incredibilmente uno schianto: sto facendo galoppare la fantasia, come al solito.

Gli sorrido: “Per niente, sono contenta di venire con te. Stavo solo pensando che…beh, che è la seconda volta che ci vediamo e già abbiamo un quasi-appuntamento…” Lo guardo di sottecchi.

“Beh, tecnicamente no, perché in un certo senso ci siamo incontrati per caso…”

Ecco, lo sapevo, ho fatto una figuraccia. Ora penserà che sono una mitomane, e salterà fuori che mi ha proposto di andare a mangiare insieme solo perché voleva sottrarsi alle avances di qualcuna delle ragazze del bar…

“Tecnicamente sarebbe così.” Prosegue e sembra leggermente a disagio. “Ma ti confesso che prima di accettare l’invito di Will al Globe, mi sono accertato che ci fossi anche tu. In realtà speravo non avessi altri impegni per questa sera, quindi, tecnicamente forse questo non è un appuntamento, ma praticamente direi che lo è…se per te va bene, è chiaro!” Mi guarda con un guizzo negli occhi e io non riesco a nascondere un sorriso, perché, ovviamente, a me va più che bene, direi che mi va proprio benissimo.

È un appuntamento, ok: alla grande!

Mi sto ancora crogiolando nella consapevolezza quando passiamo davanti ad un minuscolo ristorante orientale con un portoncino dipinto di rosso illuminato da un lampione di ferro ed io mi blocco: ho sempre desiderato mangiare in questo posto ma non ho mai avuto il coraggio di provarlo: Brad l’ha sempre bocciato e non è un ristorante dove andare in comitiva ma non potevo nemmeno venirci da sola. Non riuscirei mai ad andare da sola in un ristorante…ho dei problemi anche a prendere una birra da sola al pub.

“Ha tutta l’aria di essere un posticino delizioso.” Dice Colin e io lo guardo incredula: possibile che voglia mangiare asiatico? Nessun uomo con gli attributi vuole mangiare orientale a meno che non si tratti di una tavola calda wok alla stazione.

“Ho sempre desiderato venirci ma non è mai capitata l’occasione adatta. Forse, però, tu avevi in mente qualcos’altro…” Butto lì scettica.

“No. Cioè, mi piacerebbe molto cenare qui: sembra un posto fatato e ha tutta l’aria di essere anche piuttosto silenzioso.” Sorride. “Vorrà dire che nel ristorante che avevo in mente andremo la prossima volta.”

La prossima volta?!

Scendiamo i due gradini che ci separano dall’ingresso ed entriamo. Appena varcata la soglia veniamo investiti da una nuvola di calore e profumi esotici e una ragazza, con un sari molto grazioso, ci viene incontro sorridendo.

Colin le chiede un tavolo per due e lei ci accompagna in una saletta rotonda con tappeti alle pareti e grossi cuscini colorati sparsi attorno a bassi tavolini su ognuno dei quali una candela in un vasetto di vetro proietta una luce pallida sulle tovaglie di seta rosa. Ci accoccoliamo su due cuscini.

“Non immaginavo mancassero le sedie…” Dico quasi a scusarmi “Lo trovi molto scomodo?” Chiedo indicando il cuscino.

“Al contrario, sono colpito: non avrei mai pensato che in questa strada ci fosse un posto del genere.” Si guarda intorno con un’espressione divertita “Te l’ho detto, ha un’aria un po’magica e poi questa candela fa brillare i tuoi orecchini e ti fa assomigliare ad un piccolo elfo.” Sfiora i pendenti che proiettano sulle mie guance riflessi in movimento ed io avverto un formicolio alla nuca.

Dopo poco arriva la cameriera che ci è venuta incontro all’ingresso con due tazze fumanti di infuso di fiori mescolato ad un liquore tradizionale bengalese. Non sapendo cosa ordinare, Colin chiede che ci vengano portate le specialità del Bengala e lei, con un rapido inchino, sparisce di nuovo. Il nostro tavolo è abbastanza appartato ma nel ristorante ci saranno forse dieci persone in tutto.

“Beh, allora un brindisi!”

Propone Colin sollevando la sua tazza “Alle discoteche rumorose!”

Sollevo anche il mio infuso e beviamo: è delizioso, dolce, caldo, profumato…è incredibile, avrei giurato che fosse disgustoso come il tè al gelsomino che servono nei ristoranti cinesi. Anche Colin sembra colpito, forse è vero che questo posto è speciale.

La serata passa meravigliosamente: ci servono pietanze di carni e verdure mischiate con del riso e, visto che non ci sono posate, mangiamo con le mani che è un’altra cosa che ho sempre desiderato fare. Colin ha un gran senso dell’umorismo e mi parla del suo lavoro con ironia e leggerezza. Scopro che ha 34 anni e che essere avvocato è una specie di tradizione di famiglia, lo studio infatti è stato fondato dal suo trisavolo, un giurista famoso, e da un suo compagno di università. Lui lavora lì solo da quattro anni, visto che ha preso la specializzazione a New York, facendo la gavetta in uno studio di yankee dove non avevano la minima idea di chi fosse.

Io gli racconto dei miei studi e della Global, limitandomi però a ribadire che mi occupo di marketing e accennando qualcosa sulle fissazioni tiranniche di Robert.

Tralascio di dire che sono solo in stage.

La serata passa in fretta e dopo aver tentato un po’ maldestramente di dividere una profumatissima crema a base di latte di mandorla, ci ritroviamo fuori della porticina rossa.

“Ti accompagno alla macchina.”

“Grazie…” Lo prendo a braccetto allegramente.

Il suo braccio è robusto e fermo, la stoffa del suo cappotto morbidissima ed io, grazie alle mie fantastiche scarpe, riesco anche a non sembrare troppo bassa.

Intorno, l’aria è umida ma non fa freddo anche se dalle nostre bocche, mentre parliamo, escono nuvolette di fumo e sul marciapiede bagnato si riflettono, sfocate, le luci dei lampioni. Solo quando arriviamo alla mia auto lascio il braccio di Colin e mi volto a guardarlo.

“Sono stata benissimo.”

“Anch’io, dobbiamo rifarlo.” Dice convinto.

Accidenti.

“Volentieri…certo, non so se come spettacolo sia all’altezza delle evoluzioni contemporanee del Wyndham Theatre, ma confesso che vederti mangiare la crema senza cucchiaio  è stato, a suo modo, interessante.” Sorrido.

“Ne sono sicuro, ho pensato più o meno la stessa cosa quando hai affondato le mani fino al polso nel riso per distribuire equamente le verdure…”

Ripenso alla scena e inorridisco “Beh, però le mani erano pulite…” Guardo in basso imbarazzata.

“Il riso – o qualsiasi cosa fosse – era ottimo, comunque: probabilmente perché l’hai mischiato così bene.”

Mi prende una mano e mi accarezza le dita esaminando il palmo “E poi si vede che sono pulitissime” Sorride anche lui e io sento lo stomaco che sfarfalla.

“Ti piace l’Opera?”

L’Opera? Cerco di ricordarmi l’ultima volta che ci sono andata, devono essere passati anni…Anzi, ora che ci penso, sono mai stata andata all’Opera?!

“Sìììì, io adoro la musica lirica” Beh, più o meno: quando ero piccola ho anche preso lezioni di pianoforte…ha una sua pertinenza.

“Allora magari potremmo andarci insieme!”

“Volentieri. Cioè, io sono un po’ una profana ma…diciamo che ci metto molta buona volontà”

“Lo terrò presente.” Mi lascia andare delicatamente la mano, “Ora è meglio che tu vada a casa, non vorrei si facesse troppo tardi.”

Prende le chiavi che ho tirato fuori dalla mia sottilissima borsa e mi apre lo sportello.

“Beh, allora ciao.”

Mentre lo saluto ho la mente fissa su un pensiero: non mi ha chiesto il numero di telefono e io non ho il suo.

In circostanze normali sarei ossessionata dall’esigenza di risolvere questo buco nella rete, ma qui non si tratta di una serata normale e ho la sensazione che Colin non avrà problemi a trovare un modo per contattarmi, casomai volesse davvero rivedermi.

Così, mentre lo immagino inguainato in un completo di latex nero da Batman, che proietta il mio nome sul cielo nero di Gotham City, monto in macchina e parto.

Una serata riuscita, e non ho pensato a Bradley e Penelope nemmeno per un momento.

 

Photo by Julie Johnson on Unsplash

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