Storie

Pretty Nice Girl – V – Penelope

di Michela Villani

Pubblicato il

La mattina dopo mi sveglio che è quasi l’una; mi sento uno straccio, puzzo di fumo e mi fa male la testa. Metto su il bollitore per un tè e mi infilo sotto la doccia, oggi devo assolutamente riuscire a procurarmi del cibo sano. Mi intreccio i capelli per evitare di perdere tempo ad asciugarli lisci ed infilo una bella tuta comoda: destinazione supermercato.

Prendo la macchina e guido fino ad uno smisurato megastore fuori mano. Una volta dentro, riempio il carrello con tutto quello che il mio budget mi consente di arraffare: cerco sempre di ridurre al minimo le uscite (fisiche, non monetarie) per la spesa alimentare. Prendo una quantità di scatolame, pietanze precotte, latte uth, verdure surgelate, qualche bottiglia di vino, una bottiglia di martini, olive, pane parzialmente cotto che è pronto con 3 minuti di microonde, uova, frutta, salumi per i prossimi giorni, due bistecche, spiedini, pannocchie, coca light, birra, pasta, caffè solubile, un delizioso tè al mandarino, biscotti per diabetici (quindi in pratica dietetici perché sono senza zucchero), sughi pronti, qualche varietà di formaggio, detersivo per i piatti, ammorbidente, balsamo per i capelli, un sacchetto di patate, gomme da masticare, Pringles, tovaglioli di carta, sacchetti per l’immondizia e il necessario per preparare il dolce di Brad.

Alla cassa pago un’enormità ma mi sento infinitamente sollevata: può pure scoppiare una guerra, almeno per la prossima settimana non avrò bisogno di niente. In effetti non è un pensiero che definirei  politically correct

Trascino le buste fino alla macchina e poi fino a casa e, solo per sistemare tutto, ci vuole quasi mezz’ora. Preparo un paio di toast e mi butto sul divano accendendo la televisione: il sabato dopo pranzo ci sono sempre programmi molto educativi. Sono le quattro quando decido che è arrivato il momento di fare la pace con Bradley. Lo chiamo a casa ma non mi risponde nessuno. Starà giocando a tennis con qualche amico; decido di anticiparmi e cominciare a preparare il dolce. Uova, farina, mele, zucchero, burro: la torta con le mele rappresenta la massima espressione del mio genio culinario. Alle cinque e mezza un profumo quasi commovente ha invaso il mio appartamento. Provo a ritelefonare a Brad ma non mi risponde ancora: dove si sarà cacciato?! Per evitare di stare a deprimermi in attesa faccio un salto in libreria a vedere se c’è qualcosa di nuovo. Prendo la borsa ed esco: sono ancora in tuta, ma non c’è problema, stasera ho intenzione di fare il bbq e di invitare Bradley, così faremo pace degnamente, affitteremo un film e poi avvieremo un forum bevendo tè al mandarino. Un autentico spasso. Aspetto l’autobus per un secolo e quando finalmente arrivo in libreria sono quasi le sette.

Appena dentro, mi dirigo verso la sezione giardinaggio perché mi sono ricordata che dovrei potare i bonsai e questa è un’eccellente occasione per scroccare le istruzioni. Mentre sto lì che spulcio un manuale di filosofia zen applicata alla coltivazione delle piante, mi arriva all’orecchio una risata familiare. A pochi metri da me, vedo una ragazza mora con i capelli cortissimi che indossa la maglietta arancione della libreria e chiacchiera con Bradley. Ma, che ci fa Brad in libreria di sabato pomeriggio? Lui non lavora mai di sabato…Mi avvicino timidamente, in fondo non abbiamo ancora fatto pace, e tossicchio.

“Ciao Brad, che ci fai qui?”

“Ah, Ophelia…” Ha un’aria un po’ infastidita, ma forse è solo un’impressione

“Ti ho chiamato a casa due volte ma non c’eri…come mai sei qui?”

“Adesso il sabato lavoro, non te l’avevo detto?”

No, non me l’aveva detto e so che è assurdo rimanerci male, perché…chi se ne importa di che orari fa Brad in libreria. Però non riesco a risparmiarmi un’espressione avvilita e mi odio per questo perché mi rendo conto che qui tira una grossa aria di figura meschina. Ammesso che la mia tuta, la mia aria imbronciata e la treccia non abbiano già colpito nel segno.

“Ah, sì, beh…devo essermene dimenticata. A che ora stacchi?”

“Alle otto. Phi, tu conosci Penelope?”

“Ciao!” La ragazza con i  capelli corti mi sorride.

“Ciao.” Le stringo la mano. “Sì, forse ti ho visto qualche volta qui in libreria.” Dico sbrigativamente. “Brad, ho la proposta del secolo!”

Che esordio patetico…

“Stasera barbecue da me. Ho anche fatto un dolce!” Sorrido ebete.

“Mi spiace Ophelia, stasera andiamo al concerto dei Sultans’ Project.” Guarda Penelope perplesso “Non ti avevo detto che ero riuscito a trovare i biglietti?”

Cos’è, il gioco del Non te l’avevo detto?! La situazione comincia a farsi imbarazzante, perché io ho di sicuro le guance rosse, visto che le sento andare a fuoco, questa tizia che mi scruta mi sta facendo innervosire ed essere costretta a questo teatrino mi urta nel profondo…insomma, sembro un’innamorata respinta!

Però, cavolo, ho già preparato il dolce, ho fatto la spesa, ho pure messo la birra in fresco…e poi non mi ero programmata nient’altro per questa sera ed è sabato…Brad non mi può dare buca! Se mi dà buca passerò la serata ad avvilirmi, già lo so.

Oddio, sono fatta proprio male.

“Bè, Phi, noi dobbiamo tornare a lavorare.” Bradley fa finta di annuire ad una cliente alle mie spalle. “Mi dispiace per il barbecue, facciamo un’altra volta, ok?”

Penelope mi sorride rapida e si allontanano.

Mio dio, come mi sento umiliata. La cosa che mi mette più in crisi, poi, è che non me l’aspettavo e sono rimasta ad incassare come una cretina, treccia, tuta e tutto. Mi precipito verso l’uscita, sperando di non trovarmeli davanti durante il tragitto fino alla porta, e mi avvio un po’ stordita alla fermata dell’autobus. Lo so che sono egoista, in fondo Bradley non è il mio giocattolo, però…avevo passato tutto il giorno a pianificare la serata…

 

Comincia a piovigginare e io, chiaramente, non ho l’ombrello; mentre cerco di ripararmi sotto la pensilina della fermata mi guardo intorno. C’è traffico di macchine e di pedoni, tutta gente che aspetta il sabato per fare compere e invadere il centro. Ecco, domani è già domenica e lunedì dovrò tornare in ufficio a scaricare dati e a sopportare quel mediocre di Robert, che tristezza. Che tristezza incredibile, mi sento quasi soffocare. All’improvviso, è come se dentro mi si aprisse una voragine di disperazione e buio che mi risucchia. Credo di essere una maniaca depressiva latente: esagero tutti i miei stati d’animo. Forse dovrei trovarmi uno psicanalista: mi farebbe sfogare, tirerebbe fuori i miei traumi infantili e alla fine, dopo qualche anno di terapia, sarei una persona felice, sicura e realizzata.

Ma no, lo so, è un momento: l’unico modo per superare le delusioni è annullarsi per il tempo necessario, non pensare e lasciare che il corpo faccia le cose che fa di solito, quelle che sa di dover fare, senza che il cervello possa ingigantire l’abisso di tristezza che sembra investirmi. Tanto, è solo una questione di tempo: ore, giorni, poi ci si abitua, o meglio, ci si dimentica dell’emozione che, appena vissuta, quasi ci ha tolto il respiro.

Arrivo a casa tardissimo, non ho la minima voglia di cucinare ma ho una fame tremenda visto che a pranzo ho mangiato solo dei toast.

Vado in cucina e, senza pensare (sono proprio brava), attacco la torta di Bradley. Prendo la bottiglia del latte e mi butto sul divano con la televisione accesa, pronta a sorbirmi qualunque squallido programma del palinsesto serale. Verso mezzanotte, di fronte ad una cartomante che, su una rete privata, dispensa strategie vincenti per il gioco del lotto, mi addormento: che week end schifoso!

Domenica mattina mi sveglio presto, fuori il cielo è nero ma non piove. Decido di fare una corsa in bici perché l’idea di stare ancora chiusa in casa mi fa venire il soffocamento. Infilo la tuta di ieri e mi carico in spalla la bicicletta che tengo sepolta tutto l’anno nel balcone della camera da letto. Mentre pedalo verso il parco mi sento già in pace. La musica dell’i-pod e le strade sgombre mi rilassano la mente e il freddo è solo un dettaglio: va bene così, sul serio. È il momento migliore delle ultime 36 ore.

Anche se sembra che debba venire giù un diluvio da un momento all’altro, il parco è pieno di gente che corre, va in bicicletta o porta a spasso il cane. Ci sono anche quelli che pedalano con il cane che gli trotterella accanto. Non sono ancora le dieci, quindi il grosso della folla è ancora a casa, ma qui non corri davvero il rischio di sentirti un alienato a svegliarti presto la domenica mattina per fare un po’ di moto, nonostante il tempo inclemente. Imbocco il mio solito sentiero, uno un po’ isolato che porta ad una specie di vecchio abbeveratoio, e mi concentro sull’album che sto ascoltando, canticchio anche un paio di canzoni.

Il sound è vagamente jazz e mi viene in mente Emma: dopo venerdì non ho più avuto sue notizie, chissà se si è calmata e se ha fatto la pace con le ragazze. Decido di chiamarla, non appena rientrata, e di invitarla a pranzo, in fondo è parecchio che non ci facciamo quattro chiacchiere. E poi penso a Bradley e alla sua nuova amichetta, Penelope. Chissà come è andato il concerto ieri sera. Il pensiero di Bradley che si diverte mentre il mio progetto di barbecue sfuma tristemente in latte e torta davanti al mago Atlas mi fa provare un lieve spasmo allo stomaco: non so se sono ancora dispiaciuta perché mi sento abbandonata o se sto semplicemente rimuginando sul fatto che lui possa essersi divertito mentre io mi annoiavo.

Mentre imbocco l’ultima curva prima della fonte avverto alcune timide gocce di pioggia che iniziano a cadere.

“Accidenti…” Giro la bici in tutta fretta e inizio a pedalare più forte che posso verso l’imbocco del parco. Ovviamente la pioggia aumenta e in pochi minuti mi trovo sotto IL diluvio. All’improvviso, il parco sembra un deserto di mangrovie, è incredibile come poche gocce d’acqua abbiano fatto dileguare tutti alla velocità del suono. Mentre mi rendo conto che intorno a me non c’è più nessuno, un tuono fragoroso si fa spazio, prepotente, attraverso la musica.

La musica? Oddio, l’i-pod…si sta fradiciando! Con una mano sul manubrio, nel sentiero che è diventato una palude di fango, cerco freneticamente di infilare il lettore che tengo appeso al collo, sotto la felpa di pile. Che stupida, dovevo portare un k-way…

Uno scroscio d’acqua più intenso e una ventata gelida mi fanno chiudere gli occhi e aprire la bocca contemporaneamente e, mentre mi sforzo di formulare un improperio adeguato alla assurdità della situazione, un sasso enorme, vigliaccamente sistemato in mezzo al sentiero, fa sbandare la mia bici e in un attimo mi ritrovo a faccia in giù nel fango.

“Ma porca…” Non ci posso credere, sono completamente coperta di melma marrone, le scarpe, i pantaloni della tuta, la giacca di pile, le mani, l’i-pod…Mi rialzo, non senza scivolare un paio di volte all’indietro, con il sedere in una pozza, e tiro su la bici. La ruota anteriore è a terra, se non voglio deformare il cerchio, non posso risalirci. Penso che ne approfitterò per piangere, nel frattempo: non posso credere che in dieci minuti sia successo tutto questo casino e non posso credere che in questo stupido parco non ci sia nessuno per darmi una mano.

Per un momento, mi balena l’idea di ripararmi sotto un albero e aspettare che spiova un po’ ma quando ero piccola qualcuno mi ha detto che gli alberi attirano i fulmini, quindi mi carico la bici in spalla e mi avvio, più in fretta che posso, lungo il sentiero. Arrivata al ponticello, mi accorgo che il ruscello che di solito è poco più che un rigagnolo è parecchio cresciuto con l’acqua di questi giorni. Io, nel frattempo, sono esausta e appoggio un attimo la bici per riprendere fiato mentre l’acqua continua ad inzupparmi, inclemente. Mentre me ne sto lì, accucciata sotto il diluvio, vedo una sagoma avvicinarsi tra la pioggia.

D’improvviso, l’idea che il parco sia deserto assume risvolti più inquietanti che scomodi. Mi rialzo e agguanto la bici e mentre sto per montarci sopra e scappare, infischiandomene del cerchione, una voce familiare mi arriva alle orecchie.

“Ophelia! Ophelia, sei tu?”

È Bradley, anche lui fradicio fino al midollo, a quanto pare.

Non riesco a crederci.

“Brad…che cosa ci fai qui?”

Ultimamente sembra sia destinata a non chiedergli altro!

“Sono passato alla panetteria sotto casa tua a comprare una baguette e Mrs Sloane (la panettiera) mi ha detto che ti aveva vista uscire in bici. Ho pensato che fossi venuta qui, e dato che stava per venire giù il diluvio, sono venuto…beh, a cercarti…” Allarga le braccia, brandendo la forma di pane ormai molliccia.

Avrei voglia di buttargli le braccia al collo e baciarlo, ma sono un pupazzo di terra e…beh, lui è Bradley.

“Oh, Brad, non so cosa dire…”

“Non dire niente, sbrighiamoci!” Afferra la mia bicicletta e mi guida verso l’uscita. Un quarto d’ora di pioggia dopo siamo a casa sua.

Appena varcata la soglia, Britney ci salterella intorno scodinzolando: “Togliti i vestiti, e buttali qui per terra, altrimenti sporcheremo tutto…Vado a prenderti un asciugamano” Bradley mi fissa per un attimo, ho incrostazioni di terra anche in faccia “Forse è meglio se fai subito una doccia…”

Ci giriamo di spalle e sento che lui si sfila i vestiti. Dopo qualche secondo torna in accappatoio e mi lancia un asciugamano: “Mentre tu ti spogli faccio una doccia anch’io, sono congelato. Non ti preoccupare, ci metto due minuti.” E sparisce.

Britney annusa diffidente i miei vestiti lerci ammucchiati sul pavimento, mentre aspetto che Bradley liberi il bagno. Lui riappare poco dopo, sempre in accappatoio e con un’aria più rilassata. “Sbrigati, altrimenti stavolta prendi una polmonite…” Gli sorrido grata e lo supero verso il bagno.

Mi infilo sotto la doccia e lascio che l’acqua calda mi scorra addosso per qualche minuto. Bradley è il mio angelo custode, è incredibile come riesca ad apparire tutte le volte che ho bisogno di aiuto; è chiaro che sono gelosa delle ragazze con cui esce, Brad è un ragazzo d’oro e tra tutte le sue ex fidanzate non ce ne è stata una che lo meritasse veramente. È il migliore amico che si possa desiderare.

Quando riemergo dalla doccia, il bagno è invaso dal vapore. Mi asciugo in fretta e agguanto una sua vecchia tuta per raggiungere Bradley in cucina: sta preparando il pranzo, petti di pollo con formaggio e spinaci, li adoro. Gli giro intorno battendo le mani dalla gioia, la mattinata è stata decisamente movimentata e il mio appetito è a dir poco poderoso, poi il pollo agli spinaci è uno dei miei piatti preferiti. Allungo una mano cercando di carpire uno dei cubetti di formaggio ordinatamente impilati nella ciotolina accanto al tostapane.

“Smettila, Ophelia…ti rovini l’appetito!” Brad mi sgrida per finta ma ha un’aria piuttosto soddisfatta: gli piace ricevere complimenti su come cucina.

Io faccio l’offesa e scoppiamo a ridere. C’è un che di innaturale però, oggi, quasi di imbarazzato nei nostri gesti; probabilmente Brad è dispiaciuto per come mi ha trattato negli ultimi due giorni. Mentre lui finisce di cucinare io apparecchio e faccio un po’ di feste a Britney che, poverino, se ne sta in un angolo ostentando trascuratezza. Metto un cd di musica africana, Brad è pieno di questa roba. Arriccio il naso, non è il mio genere.

“È inutile che fai quella faccia, questa musica è sublime! Abbassa un po’e vieni a tavola che si fredda.” Sto per avventarmi sul pollo quando sento un rumore inatteso: POP. Alzo gli occhi: Bradley ha appena stappato una bottiglia di vino rosso. A pranzo è una vera rarità e poi Brad non ha quasi mai vino a casa, al massimo beve birra, e sono sempre io che lo porto quando mi invita a mangiare da lui. Me ne versa un bicchiere e solleva il suo: “Vorrei fare un brindisi.”

Wow, che emozione. Sorrido senza capire e alzo il mio bicchiere.

“Alla mia migliore amica che oggi è quasi affogata mentre andava in bicicletta.” Sorride “Mi dispiace di aver fatto lo stupido l’altra sera, Ophelia.”

Sono commossa e arrossisco, sono in assoluto le scuse migliori che abbia mai ricevuto. Il vino è ottimo e mi riscalda. “Ti dispiacerà ancora di più quando saprai che la torta che ti avevo preparato ieri era decisamente una delle migliori che avessi mai preparato in tutta la mia vita!” Esclamo servendomi una generosa porzione di pollo.

“Già, la torta anche…ho un sacco di cose per cui scusarmi…”

“Però guarda che avresti potuto aspettare anche che il sole sorgesse per venire ad offrirmi il calumet della pace: ti sarai svegliato all’alba per passare da me così presto…”

Fa una faccia strana e ho l’impressione che sotto la barba un po’ lunga, le sue guance diventino improvvisamente rosse.

“Ecco, questa è un’altra cosa di cui ti vorrei parlare…”

“Cosa?” E inforco un lungo spinacio.

“In effetti, mi sono svegliato molto presto, ma sono passato sotto casa tua mentre tornavo a casa”

“Sei andato a comprare il giornale?” Continuo a masticare imperturbabile: è incredibile, comunque, non l’ho mai visto leggere un quotidiano da che lo conosco.

“Veramente…tornavo a casa perché non ho dormito da me.”

Lo fisso di stucco “Stanotte sono stato da Penelope”.

Confesso che, nonostante conosca Bradley da parecchi anni e abbia ascoltato pazientemente molti resoconti delle sue serate con ragazze nuove, questa volta rimango un po’ troppo sorpresa.

“Scusa…non sapevo che vi frequentaste…Ma, la conosci da molto? Non me ne hai mai parlato…”

“Al contrario, la conosco da pochissimo. O meglio, ha cominciato a lavorare in libreria da qualche mese, però non facciamo gli stessi turni quindi ci incontravamo di rado. Ieri è stata la prima volta che siamo usciti insieme e anche lì è stato tutto casuale: se non avessi deciso di lavorare, ieri, non avrei scoperto che aveva due biglietti per i Sultan’s Project e che un’amica le aveva dato buca…Ophelia, è fantastica!”

Ecco spiegato perché non sapevo niente dei biglietti. Sembra veramente emozionato ed io, da brava amica, non posso che incoraggiarlo a parlarmi di questa nuova fantastica ragazza.

Salta fuori che Penelope ha appena compiuto 21 anni, che suo padre è spagnolo e lei ha vissuto a Barcellona fino a due anni fa, quando, dopo essere superato un’audizione per  entrare nella Royal Ballet School, si è trasferita qui con il fratello, a quanto pare, un modello scavezzacollo che è quasi sempre in giro. Quindi, Penelope trascorre la maggior parte delle sue giornate ballando e il sabato lavora nella libreria di Brad per arrotondare.

Appena sento che è una ballerina penso con invidia a tutti i miei balletti improvvisati davanti ai dvd di Flashdance e Central Stage, però devo sforzarmi di non mettermi al centro di tutti gli argomenti: ora si parla di Bradley e della sua nuova ragazza.

“Wow, Brad, in effetti sembra davvero in gamba! Sono curiosa di incontrarla…”

“Sul serio? Mi piacerebbe fartela conoscere, Ophelia: è una vera forza!”

“Già, e…ieri sera il concerto?”

“Ah, il concerto è stato grandioso!” Dio, è talmente entusiasta che mi sta salendo la pressione a sentirlo parlare.

“E il bello di Pen è proprio questo: sembra tutta elegante e delicatina, invece è una fan sfegatata dei Sultan’s: ieri sera era scatenata, non riuscivo a tenerla ferma!”

“Avete dormito insieme…alla fine in qualche modo la devi aver fermata.” Sorrido inacidita.

“Sì, beh, in realtà abbiamo fatto tardissimo perché dopo il concerto abbiamo raggiunto dei suoi amici in un locale. Dei tipi a posto, tutti ballerini. Non avrei detto che i ballerini fossero delle persone così simpatiche! Quando l’ho riaccompagnata a casa erano quasi le cinque e…sono salito un attimo e ci siamo addormentati sul suo letto”

“Avete dormito, quindi…” Lo guardo scettica.

“Sì, ti assicuro! Sembra un angelo quando dorme…”

Ragazzi, questa sì che è una cotta! Dopo solo una volta che ci è uscito; questa ragazza deve essere veramente qualcuno.

Finiamo di pranzare e ci trasferiamo sul divano. Fuori ha smesso di piovere e, dopo aver vegetato un po’ davanti alla tv, saluto Bradley e torno a casa mia.

Probabilmente dovrei avere la sensazione che, dopotutto, il fine settimana si sia risollevato. Eppure, un vago disagio, mi fa rimanere distaccata. Forse, con tutta l’acqua che ho preso, sto covando un’influenza.

Photo by Jamie Mink on Unsplash

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