Storie

Abyssus abyssum invocat

di Andrea Ion Scotta

Pubblicato il

Trauma, illustrazione di Giulia Repetto

Trauma, illustrazione di Giulia Repetto

Credo di aver aperto gli occhi, ma il buio mi separa dalla realtà. Sono a terra? L’aria mi lacera la gola, come se ad ogni respiro ciocchi di vetro entrassero nei polmoni. Il pensiero mi è nascosto, sovrastato dal cuore che mi pulsa nei timpani. Sento le mie dita intrecciate come in preghiera, incapaci di separarsi, ma contro la loro volontà le stacco. I miei capelli sono pregni, ma non d’acqua. Devo aver battuto il capo, la ferita si estende dalla nuca all’orecchio, non ne percepisco il dolore, c’è solo un brivido costante che mi pervade. La vista si abitua e strani contorni si proiettano vicino a me. Questo doveva essere un quadro: la tela è strappata, ma la cornice scivola liscia ed ondulata sotto la mia mano. Le incisioni sul retro mi congelano, mi sembra di sentire il coltello di mio padre che incide il legno. MCMLXXVIII, mille… novecento…settantotto. Allora questa è la mia casa.

Mai è stata più veloce la scelta di alzarmi quanto lenta la realizzazione. Scricchiolano le ossa sotto il mio peso, mentre la mente non mi concede tregua, vorticando furiosamente in un oceano di immagini. La vista non migliora, ma riconosco il corridoio che mi si para davanti ed è automatica la reazione verso l’interruttore. Scatta invano il circuito, forse un guasto. Il lampo del ricordo mi folgora: dov’è la mia famiglia? <<Alessandra, Lidia!>> I vetri stridono in gola.

L’angoscia mi abita, calpesta le budella e si arrampica strattonandomi la trachea. Non lo sopporto: il calore della bile mi ustiona la lingua, schizza incontrollata fuori dalla bocca. Ma cosa è successo? Percorro le crepe nel muro che guidano il mio passo verso la fine del corridoio. Suoni mai sentiti si diffondono nella mia mente, ma non sento le loro voci, quasi non le ricordo, l’urlo del silenzio mi rende sordo. Mi attrae quella luce che debole si fa largo nell’oscurità, sfilando da sotto una porta dando forma ad un oggetto scuro, rosso. Tra le dita ne acquisisco il ricordo e riconosco la fattura del pettine di mia figlia. <<Lidia>> ma è l’eco del dolore l’unica risposta.

La luce di una candela mi svela, sotto lo strepitio dei cardini della porta. Svelte si stringono le palpebre che abbracciano i miei occhi, tenendoli al riparo, ma devo sapere. Gli oggetti nascondono la natura del pavimento mescolandosi insieme: libri, vestiti, tutte le nostre cose sono sparse nella camera da letto. La foto della gita al lago è ancora qui, sorridiamo noi tre mentre Sam si rotola nel prato. Il giorno del mio quarantacinquesimo compleanno, reso unico dalla mia famiglia. Alessandra mi abbraccia e Lidia spazzola la sua bambola di pezza, comprati quasi un anno fa, quello stesso giorno. Mi stacco da quel momento, immortalato da uno scatto spontaneo. Una lacrima segue l’altra piovendo d’agosto, come un temporale senza tuoni. Entrano le mie lacrime nel mare di ricordi che inerti giacciono sul pavimento, lo sgomento inibisce il canale. Un brivido mi sconvolge, sento occhi leggere le mie paure. Il collo si muove da solo, ma le vista sulla porta è sfuocata. <<Ale?>> Una fitta di dolore mi trapassa la testa, lo specchio mi rivela l’entità della lesione. Il fantasma di me stesso si riflette, Giacomo non ti riconosco più. Vengo ancora trafitto, ma questa volta una lama colpisce al cuore. Effluiscono ricordi che affogano la mia anima: il divorzio, il licenziamento, l’affido, i disegni di Lidia.

I polmoni bramano più ossigeno, non gli importa del dolore che provo, si gonfiano facendomi annaspare. Il materasso mi accoglie risparmiandomi al pavimento, ma non mi da conforto e la candela sta morendo. I reni e le braccia mi concedono un momento per mettermi seduto, ma il collo non resiste questa volta e mi costringe a guardare in basso, verso quel miscuglio di vita che calpesto. Cola inesorabile la cera, non ho molto tempo. Il mio telefono giace a terra e la speranza mi restituisce la forza per afferrarlo, ma il mio riflesso si disperde nelle crepe dello schermo. Con uno sbuffo, la candela si spegne iniettandomi di nuovo nel buio, strappandomi via la maschera della logica, deformando la trama della mia natura. Le mie debolezze si animano dentro di me, inghiottendo ogni speranza. La mano guizza in tasca, mossa dal mio vizio, trovando fortuna nell’accendino. La fiamma mi sorregge, ma le ombre mi divorano pezzo dopo pezzo, passo dopo passo.

La luce si disperde in un antro, troppo buio per poterlo illuminare. <<Ale?>> Il buio incombe sulla fiamma che surriscalda il metallo del mio Zippo, ma non ne sento l’inferno. La cucina è vuota. Le mie gambe incontrano un ostacolo che cigolando si allontana da me. La luce cerca la verità mentre il sudore mi segna il viso. La carrozzella di Lidia, come può ora reggersi in piedi senza di essa, è ancora presto. La porta in fondo al corridoio mi aspetta, facendo arrampicare il suo cigolio sotto la mia pelle. Al primo passo la luce precipita e la terra mi cede sotto i piedi.  Acqua? Su cosa sono scivolato? Oscurità. La pietra focaia dello Zippo scatta rapida e la fiamma danza ancora, specchiandosi nel pavimento tinto di rosso. Anche il costato della vasca e la sua tenda sono coperti di sangue. Devo sapere. <<Ti prego>> mi scivola tra i denti, mentre sposto la tenda, come il sipario di uno spettacolo che mi terrorizza. Scuro, troppo scuro. Le forme mutano sotto la luce, ma più mi avvicino più inalo il miasma che inesorabile si inerpica nel naso. Le budella fanno a botte per uscire, ma tutto si congela quando la luce mi rivela il finale. Due occhi neri mi ricambiano lo sguardo, brillando incastonati nel muso del mio cane. Il cuore vuole scappare, lo sento in gola. <<Sam, no.>> Cosa gli hanno fatto, il suo corpo è spezzato. Inconsapevole la mia mano si perde nel pelo scuro. Gocciolano le lacrime in quel mare di sangue e viscere. Uno sciame imprigiona la mia testa, un ronzio continuo che rimbomba. Perchè lo sto accarezzando, ormai non può più sentirmi. Il suo sguardo mi giudica, non sono riuscito a salvarlo.

Cos’è stato? I miei nervi non reggono più. Il buio mi segue, incombe dietro di me, reclamandomi sussurrando il mio nome. Una scia di sangue mi precede e passa lesta sotto la porta della sala. Perdo la presa sulla maniglia che scivola dalla mano insanguinata, non riesco ad aprire. Il freddo mi attanaglia eppure sto sudando. Lo sciame non tace. <<Siete qui dentro?>> Rispondete. Devo spingere ancora un pò, si sta aprendo. La barricata si scosta, finalmente uno spiraglio. Passo a mala pena, ma non ho più forza per spingere ancora. Precedo la luce, ho paura di illuminare i ricordi di quella stanza, la disperazione anima quei muri. La scia di sangue continua sotto ai miei piedi, arriva sino alla poltrona illuminata da deboli raggi di luna. Abbandono la fiamma dello Zippo sul mobile, vicino ad una strana dagida di pezza, che ci fa in casa mia? Ora riesco a vedere.  C’è qualcuno seduto. Alessandra. <<Alessandra?>> non controllo il respiro. Le mie mani sono come incollate, non stacco più le dita, non le controllo più. Il dolore mi divora, amore sei tu. La luna mi rivela il volto di mia moglie. Anche il suo sguardo mi giudica, come Sam. Rispondimi <<Ti prego>>. Il vestito è squarciato . <<Non ti ho protetta>>. Una lacrima rossa le scivola dalla bocca, da quelle labbra che mi hanno fatto innamorare vent’anni fa. La mia mano non mi permette più di sentire la morbidezza dei suoi capelli, non so cosa fare. Aiutatemi. Lidia. Dov’è mia figlia. Le lacrime mi offuscano la vista, ma, attraverso quel velo, distinguo un movimento, qualcuno si sta alzando da terra, vicino alla porta. Lo Zippo si chiude e l’ingresso torna cieco. La manica della camicia asciuga le lacrime. È reale la presenza davanti a me, sento il suo respiro. I raggi lunari si intensificano, illuminano il suo vestito celeste maculato di sangue. Le sue gambe si contorcono attraverso la stanza, verso di me. I miei pensieri cadono come foglie, volano via insieme allo sciame. La mia vita è cancellata da quest’attimo, rimane solo il mio terrore che si rispecchia nel riverbero degli occhi più rossi che abbia mai visto. << Sei tu.>> ride <<Ora ricordo.>>

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8 commenti per “Abyssus abyssum invocat

  • Cinzia ha detto:

    Spero di poter leggere altri articoli di questo scrittore talentuoso.

  • Laura ha detto:

    Sono rimasta con gli occhi incollati allo schermo e con il fiato sospeso, hai saputo catapultarmi all’interno della storia in quella stanza ho sentito il cuore accelerare… Bravo complimenti è quello che mi aspetto di provare leggendo,”essere nella storia “

  • Francesca ha detto:

    Bravissimo, mi ha tenuta incollata fino alla fine, ero davvero curiosa di sapere come evolvesse la storia! Le descrizioni ed emozioni sono talmente realistiche che sembra di sentirle sulla propria pelle!

  • rosemarie agostino ha detto:

    Ciao Andrea,
    Letto…che stile!
    Tutto dettagliato con in più lo suspens, mi piace molto, continua.
    Fammi sapere prossime uscite

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