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Estopia – Capitolo XIV – Gli Eredi

di Michela Villani

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Immagine di A. Antonioni

La discesa verso la conca di Estopia fu veloce e quasi riposante: l’atmosfera era tornata leggera, l’aria era fresca ed accarezzava lievemente i corpi dei tre giovani. Freyja si stupì di quanto in fretta i suoi piedi riuscissero a camminare dopo la fatica profusa nella scalata. I due fratelli continuavano a non rivolgersi la parola. Freyja si meravigliò molto: dopo tutto non si incontravano da anni. Ma forse, rifletté, la forzata intimità dovuta ad una convivenza così stretta aveva reso superflue le parole tra di loro e, forse, persino poco gradita la reciproca compagnia.

Chissà, si chiese Freyja, se durante tutto quel tempo avevano percepito l’uno i pensieri dell’altra, avevano condiviso le stesse emozioni o se, pur costretti nello stesso involucro erano riusciti a conservare un po’ della propria interiorità. Questo pensiero la fece arrossire perché le tornarono alla mente gli episodi di vago romanticismo che aveva creduto di condividere con Luthen. Lidia, pensò, aveva visto e ascoltato tutto? Lidia, che attraverso l’Hòddmimir al suo orecchio poteva leggere la mente di Freyja e condividerne le sensazioni, aveva forse assistito allo sbocciare dei sentimenti di Freyja nei confronti del fratello?

Perché improvvisamente le sembrava così difficile avvicinarsi alla vecchia amica e stringerle la mano, sorriderle dopo tante settimane in cui il suo viso era stato nascosto da quello di Luthen? Freyja alzò la testa e raddrizzò le spalle ricordando l’esortazione che la signora Jennings le aveva rivolto ormai un secolo prima: non lasciare che niente spenga il tuo entusiasmo e adombri il tuo cuore, la tua amica avrà bisogno della luce del tuo amore forse più di quanto sarà mai in grado di comprendere ella stessa. Freyja scostò la pesante ciocca di capelli che le era ricaduta sulla spalla con un colpo secco della mano e accelerò il passo fino a raggiungere Lidia. Una volta al suo fianco, senza smettere di camminare, le sfiorò timidamente il dorso della mano. L’impulso di Lidia fu di ritrarsi ma Freyja fu più rapida e la afferrò, tenendola stretta e sorridendole. Lidia le rivolse un’occhiata sorpresa all’interno della quale, per un momento, allignò la stupita ingenuità che ci si sarebbe aspettati di trovare negli occhi di una diciassettenne qualunque nella terra di Henn.

Freyja era ben consapevole dello sguardo di Luthen, incollato alle loro spalle, ma non esitò e non si ritrasse. Sapeva che, se avesse tentennato, il primo istinto di Lidia avrebbe avuto la meglio. E lei non voleva permetterle di allargare il divario che, di nuovo, sembrava essersi aperto tra di loro.

Per un momento, solo per un momento, Freyja si stupì rendendosi conto della forza emanata dalla sua volontà: sembrava, per la prima volta da quando erano partite dal Picco di Lys, che la sua energia mentale potesse confrontarsi con quella dell’amica. Poi, sempre per la prima volta in vita sua, Freyja parlò nella sua mente ed ebbe la certezza che Lidia la ascoltasse.

“Rimani con me, amica mia, e non credere che ti abbia tradito. Ricorda che c’è un’altra via oltre a quella del buio e del dolore entro cui ti hanno allevata i fantasmi nella tua mente. Lascia che il calore della nostra amicizia riscaldi il tuo cuore nei momenti difficili che dovrai affrontare e non dimenticare mai che sono venuta con te di mia spontanea volontà. Niente mi ha costretto, nessun destino è mai stato più forte del mio amore per te. Non lasciare che nessuno ti convinca del contrario e sminuisca il legame che c’è tra noi. Non temere per me perché baderò a me stessa e non sentirti responsabile per la mia sorte, perché d’ora in poi entrambe seguiremo il percorso che ci condurrà alla meta.

“Luthen è stato parte di te a lungo e io ho sentito di amare anche lui, forse perché il confine tra le vostre anime è labile. Non so se lui provi dei sentimenti per me ma so che, d’ora in poi anche lui percorrerà il suo cammino verso la libertà.

Siamo giunte qui insieme, amica mia, non avere mai dubbi che questo viaggio sia stato il più magnifico delle nostre vite.”

La voce nella mente di Freyja tacque, Lidia continuava a fissare il sentiero davanti ai suoi piedi con occhi freddi e immobili ma la stretta della sua mano attorno alle dita dell’amica diceva che la sua mente aveva ascoltato quella preghiera a cui la stessa Freyja si stupiva di aver dato forma in maniera tanto solenne. Lentamente si separarono di nuovo e Lidia accelerò. Freyja rimase indietro, improvvisamente stanca. Luthen le si fece dappresso e la superò a sua volta: non la controllava più, non temeva più per lei forse o forse non temeva più che decidesse di tornare indietro. Forse anche Luthen sapeva che la forza che attraeva Freyja verso Estopia seppur diversa da quella che attirava i due eredi, era altrettanto irresistibile.

Improvvisamente, l’inclinazione del sentiero si fece meno marcata e la mulattiera per cui erano scesi si allargò in una vera e propria stradina che attraversava un pianoro ricoperto di erba verdissima, costeggiato da quello che sembrava il limitare di una foresta fitta e buia. L’aria era pregna di umidità ma stranamente non pioveva. Eppure, Freyja aveva visto ettolitri di acqua riversarsi nella valle ai piedi dell’altopiano da cui erano scesi.

Dopo che ebbero percorso poche centinaia di metri finalmente in pianura, Lidia e Luthen si fermarono rimanendo come in attesa: in ascolto di qualcosa. D’un tratto, dalla foresta spuntò sibilando una freccia e si andò a conficcare a pochi metri dai piedi di Luthen. Il giovane avanzò e la raccolse osservandola: la punta era di liscia ossidiana ma l’incisione di un serpente correva per tutta la lunghezza del dardo. Il giovane si volse verso Lidia e sempre senza dire una parola, si diressero verso il confine del bosco, verso il punto da cui la freccia era stata scoccata. Le due fanciulle lo seguirono e, arrivati al limitare scuro degli alberi, senza mostrare alcuna esitazione, si addentrarono nel folto della vegetazione.

Perfino Freyja varcò quel confine senza voltarsi indietro e, dentro di sé, fu una volta per tutte consapevole che non avrebbe rivisto Belafois, mai più.

Un vecchio imponente, avvolto in un logoro mantello avanzò tra i guerrieri raccolti nella radura. I capelli bianchi e sottili avvolgevano le sue spalle come una sciarpa, confondendosi con la candida barba. Sorrise, spostando il suo sguardo sui due fratelli. Guardò infine Freyja prima di accostarsi a Luthen  curvarsi in un profondo inchino. Una giovane dalla chioma fiammeggiante raccolta in una larga treccia e vestita in modo esotico gli si fece accanto, sorridendo a sua volta, a Luthen.

“Benedetto sia il momento in cui gli eredi al trono di Estopia hanno calpestato di nuovo la terra che li ha generati. Il Luogo della Tempesta attendeva da anni che i suoi legittimi pretendenti giungessero a liberarlo. Il nostro amato sovrano giace privo di sensi da settimane, nascosto nel folto della foresta. Egli aspettava solo l’arrivo del suo vero erede per compiere finalmente il viaggio fino al cospetto del Drago dalle quattro teste. Il vostro arrivo è foriero di buona sorte. Il sommo sacerdote Tystnad si inchina davanti ai figli di Tyndall, perito per mano del suo scellerato fratello, giunti a rivendicare il trono di Estopia.” E così dicendo si piegò di nuovo, sorretto dalla fanciulla dai capelli rossi.

“Vate Tystnad,” fu Lidia a parlare “Il vostro saluto ci infonde speranza e letizia ma mentre noi ci attardiamo in questa radura le guardie di mio zio arrancano già lungo i pendii poco distanti da qui. Verremo catturati se non ci allontaniamo!”

“Hai ragione, figlia della pioggia, è tempo di tornare alla cascata.” E sollevando un nodoso bastone il vecchio rivolse il proprio sguardo al cielo. Pochi secondi dopo, dieci esseri alati, ognuno della dimensione giusta per trasportare un uomo in armatura, planarono nella radura.

La fanciulla che aveva sorretto il Vate toccò il gomito di Luthen. “Vieni, principe, ti condurrò dal sovrano tuo progenitore con il mio Jashae” Indicando il maestoso uccello dalle piume nere che si era posato di fronte a loro. Luthen annuì e, dopo aver lanciato un’occhiata a Lidia e a Freyja, seguì la fanciulla.

Guardandolo allontanarsi al fianco di quella magnifica amazzone, Freyja provò una fitta di gelosia talmente intensa da farle serrare i pugni. Dovette accorgersene Lidia perché la afferrò per la mano conducendola verso un’altra cavalcatura alata e, dopo averla aiutata a salire, si issò dietro di lei.

Quando tutti furono in sella, il piccolo corteo spiccò il volo, puntando verso il cuore della foresta di Estopia.

“Ora che il vostro viaggio è compiuto, Lidia, le mie emozioni sono così confuse!” Si schermì Freyja in un sussurro, mentre il grosso rapace su cui era seduta sorvolava i boschi ad altitudini elevatissime per non essere scorto dalle sentinelle sulla terra.

L’amica le cinse la vita con le braccia, accostando il busto alla sua schiena in un lieve abbraccio.

“Mia dolce amica, per seguirmi hai messo a repentaglio la tua intera esistenza. E’ stato un giorno sciagurato quello in mi sono abbattuta sulla tua vita tranquilla. Mentre festeggiavi il tuo compleanno per di più!” Sospirando proseguì. “Il nostro viaggio insieme si è compiuto ma la sua fine non è ancora scritta. Confido che la mia magia non sia abbastanza potente per scorgere, nel futuro, come esso deciderà di cambiare per te.” Freyja posò la propria mano su quelle con cui l’amica le cingeva la vita e volse la testa per guardarla negli occhi.

“Non rammaricarti, Lidia, di avermi condotta con te. Te l’ho detto, sono stata io a volerlo e non avresti potuto impedirmi di seguirti. Ho sempre voluto stare con te e, anche ora, nonostante la mia paura, sento che questo è il posto in cui è giusto che io sia.”

Per un momento i loro occhi rimasero incatenati e Freyja lottò contro l’incongruo impulso di sollevare il mento e posare un lieve bacio sulle labbra dell’amica. Lidia tuttavia dovette leggerglielo nel pensiero perché arrossì e distolse lo sguardo.

“Sii pronta a dissimulare i tuoi pensieri Freyja, in questa terra sono molte le persone capaci di introdursi nella tua mente per leggerli.” Ma aumentò la stretta della braccia intorno alla sua vita e sussurrò con lo sguardo rivolto oltre la testa del grifone, all’orizzonte. “Cercherò di proteggerti, Freyja, non so cosa ci attenda a questo punto del viaggio.”

Poco più avanti, su un altro grifone, Luthen sedeva dietro alla giovane ribelle che aveva affiancato il Vate Tystnad nella radura.

“La tua venuta, mio principe, rappresenta l’esaudirsi di una preghiera che dura da anni. Io sono Astipalea, ultima figlia del sacerdote Tystnad, nacqui 16 anni fa, poco dopo che l’Usurpatore ebbe ucciso tuo padre. Ho sempre vissuto nascosta tra queste montagne, nell’attesa che tu tornassi a cacciare il male che ha piantato le sue radici ad Estopia. Io sono la tua serva più fedele, disponi di me per qualunque tuo scopo: io non ti tradirò mai.” E pronunciando queste parole sfiorò la falce di luna con il serpente incisa sulla parte interna del suo polso, come a suggellare una promessa sacra.

Luthen non rispose, anche volendo non avrebbe saputo cosa dire a quella fanciulla appena incontrata. Sapeva che un compito cruciale lo attendeva ora: non intendeva tirarsi indietro, sapeva che non sarebbe mai riuscito ad arretrare di fronte ad un dovere. In fondo, durante la sua intera esistenza nascosta, spiriti più potenti del suo l’avevano plasmato e lui non avrebbe potuto ribellarsi. Eppure, a discapito delle apparenze, covava un segreto timore.

Durante quelle settimane di viaggio, da quando si era finalmente spogliato del corpo di Lidia e aveva ricominciato a respirare liberamente, più di una volta si era volontariamente illuso di essere padrone del proprio destino. Quello che aveva detto Lidia, quelle uniche parole oblique che gli aveva rivolto erano vere: lui aveva preso il sopravvento, l’aveva cacciata intenzionalmente in una parte oscura, dentro di sé, fingendo di vivere una vita che gli apparteneva in tutto e per tutto.

E Freyja…Luthen aveva compreso i sentimenti della sorella, li aveva condivisi: Freyja era nel suo ricordo da quando, ancora bambino, era intrappolato all’interno di Lidia. Aveva visioni sfocate del suo viso paffuto e sempre sorridente, ricordava la tenerezza cantare nel cuore della sorella quando trascorreva le sue giornate con quella bimbetta goffa. Ricordava il gelo e la paura che avevano sostituito il calore di quell’affetto quando Lidia era stata confinata nella foresta di Ingrahm Fall ed era diventata solo un veicolo per quei poteri che governavano e proteggevano l’esistenza di entrambi. Era con Lidia quando aveva rincontrato Freyja tanti anni dopo ed era lì, nascosto nella sua mente quando aveva cercato di opporsi a quelle stesse forze che le ingiungevano di condurre la piccola Freyja ad Estopia.

Sì, sua sorella si era opposta. Lidia, come Luthen, non sapeva perché Freyja dovesse accompagnare i due fratelli nel loro viaggio ma il suo istinto le aveva suggerito di tentare di evitarlo. Naturalmente Lidia non era riuscita a spuntarla, in realtà la stessa Freyja aveva reso impossibile il lasciarla indietro ma Luthen, che aveva assistito a quell’atto di ribellione, si era meravigliato della forza della volontà della sorella. Forse perché lui non aveva mai vissuto libero, forse perché non era cresciuto in un corpo che gli appartenesse, lui sapeva che, per quanto i suoi poteri fossero enormi, non avrebbe mai osato opporsi alle forze che guidavano il suo destino.

Ora che sentiva vicina la fine, Luthen aveva paura. Non di lottare contro l’usurpatore, non della guerra in mezzo alla quale si sarebbe certamente trovato, non dei demoni che avrebbe dovuto affrontare: Luthen aveva paura che, di nuovo, sarebbe stato privato della sua volontà e avrebbe obbedito a quella energia senza anima né pietà che controllava da sempre la sua esistenza.

I ribelli condussero la piccola compagnia in un accampamento nel folto della foresta dove decine di robuste tende, al riparo degli alti alberi, erano perfettamente mimetizzate con il resto della vegetazione. Il capo, il sacerdote, condusse Lidia e Luthen verso un padiglione centrale, ricoperto di foglie di edera, praticamente invisibile ad occhi poco attenti. Freyja rimase indietro, accanto al Grifone da cui Lidia l’aveva aiutata a scendere. Non sapeva come comportarsi ora che tante verità le erano state svelate su quel viaggio. D’improvviso la vicinanza di Lidia e Luthen aveva smesso di tranquillizzarla: capiva che erano tesi, freddi. Distanti con lei  vigili, anche tra di loro. La città di Glossa era tremendamente lontana e il sentimento di affettuoso trasporto che aveva provato per Luthen (e che lui sembrava aver ricambiato) sbiadiva velocemente in un ricordo dai contorni indefiniti.

Freyja sospirò, non potendo fare altro che aspettare. Per quanto si rendesse conto che la sua posizione nella scala di priorità dei due fratelli fosse molto cambiata, era consapevole di essere incapace di aiutare se stessa, non avrebbe potuto fare altro se non cercare di trattenere con il suo affettuoso sorriso, quanta più umanità possibile nel cuore dei due giovani.

Tystnad condusse Lidia e Luthen all’interno della tenda principale. L’ambiente circolare era caldo e odorava di erbe, al centro della stanza bruciava un fuoco rosso, non vi erano mobili a parte un tavolo rettangolare ingombro di carte e un giaciglio sistemato dietro al focolare. Sul giaciglio, adagiato tra voluminose pellicce, il vecchio re, sembrava dormire profondamente.

Lidia si avvicinò, il nonno appariva vecchio come lei non lo aveva mai visto nelle sue visioni. La pelle era ricoperta di rughe profonde, la barba e le sopracciglia erano completamente bianche. Al posto della corona, una fascia di cuoio tratteneva i capelli, candidi anch’essi, il suo respiro era impercettibile.

“Il re è sospeso sulle rive del Nahr Alzzalam, il fiume oscuro del regno dei morti. Egli è trattenuto in questo mondo solo dalla forza con cui avverte il dovere che deve ancora assolvere nei tuoi confronti, giovane principe.” Disse Tystnad. Luthen si inginocchiò accanto al giaciglio del vecchio e sfiorò le mani del nonno. Non ricordava di averlo mai incontrato. Quando erano scappati dalla reggia lui era solo un bambino e non conservava ricordi di quel vecchio dall’aura nobile. Inoltre, al contrario di Lidia, non era cosciente durante le visioni e non aveva mai visto l’uomo disteso davanti a lui nemmeno attraverso il pozzo della casa presso il picco di Lys.

Il corpo del vecchio re rimase immobile quando il giovane lo toccò ma nella mente di Luthen fu come se una flebile luce iniziasse lentamente a brillare.

Una sensazione di calore lo avvolse e attutì i suoni provenienti dall’esterno. Confusamente, avvertì la presenza di Lidia. Lo stava spiando? Non avrebbe dovuto assistere al conferimento del sapere tra il vecchio re e l’erede al trono ma Luthen era troppo stordito per cercare di allontanare la sorella da quel flusso di pensieri oltre che troppo abituato ad averla vicina.

Visioni di una terra sconosciuta correvano davanti alle sue palpebre serrate, squarci di cielo terso e privo di nuvole si alternavano a pesanti altari di pietra e sacerdoti, statue del drago tetracefalo, statue di un altro dio a lui sconosciuto, lampi, dolore e la sensazione di una caduta inarrestabile. Lentamente, la coscienza del vecchio sovrano si svuotava, riempiendo quella del giovane Luthen: egli seppe d’improvviso ogni cosa sulla genesi della terra di Henn, seppe quale maledizione aveva intrappolato nel cielo di Estopia le nubi oscure che ora la stavano cancellando, comprese quale ruolo ricoprisse il sovrano nella conservazione dell’equilibrio e, finalmente, ebbe chiaro il motivo per cui sua sorella aveva cercato di non trascinare Freyja in quell’impresa.

Quando la visione della dea Jörð che bruciava sull’altare dei primi uomini prese forma nella sua mente, avvertì la coscienza di Lidia sussultare.

“Non lo sapeva” pensò “Nemmeno Lidia sapeva perché Freyja dovesse essere condotta qui”. Ma fu un attimo, poi la sua mente fu trasportata altrove, in un luogo più alto della consapevolezza, un luogo dove poco a poco la personalità del giovane si ritirò, lasciando spazio all’essenza del Re. Comprese di essere solo in quel luogo. Aveva perso anche il contatto con Lidia.

Luthen attese nel silenzio, immerso in una luce senza tempo. Metà uomo e metà dio prima, poi solo divino. Parlò con la Memoria del mondo e la Memoria gli narrò il passato più remoto. Attorno ai suoi polsi si strinsero due piccoli serpenti argentati e Luthen rimase sospeso per un tempo indefinibile conscio di ogni cosa che era nella terra di Henn e inconsapevole di tutto. Immobile e muto, sordo e cieco, mentre nella sua mente vorticava il centro dell’universo.

Il corpo di Luthen giacque a lungo nella tenda riscaldata; era stato adagiato su un giaciglio posto dall’altro lato del fuoco rispetto a quello del vecchio re. Lidia, insinuatasi nella mente del fratello nella prima fase del Passaggio, aveva lasciato la tenda quando la visione di Freyja avvolta dalle fiamme l’aveva raggiunta. Improvvisamente aveva capito perché quell’impulso che l’aveva spinta ad assecondare la richiesta dell’amica fosse stato tanto invincibile. Comprese il motivo per cui aveva avvertito tanto forte, anche da bambina, il desiderio di cercarla. In tutti quegli anni aveva tessuto una rete per intrappolarla, per legarla a sé, per trascinarla verso un sacrificio estremo.

Ma non ne era stata consapevole, non aveva potuto impedirlo. E infine, Luthen si era innamorato di lei, alimentando il sentimento che anche Freyja aveva iniziato a coltivare nei suoi confronti, abbassandone ancor di più le difese e confondendo la sua coscienza ultraterrena che, inevitabilmente, poco a poco si risvegliava.

Entrambi, lei e il fratello, si erano resi complici di un inganno crudele per circuire un’innocente e adesso Freyja avrebbe sopportato il destino della dea Jörð e sarebbe stata sacrificata per allontanare, una volta per tutte, la maledizione dalla sua terra.

Lidia era infuriata e sconvolta. Nei lunghi anni dell’addestramento si era convinta della propria forza, man mano che acquisiva padronanza del proprio potere che ora comprendeva essere semidivino ne avvertiva la grandezza, lo sentiva fluire dentro di sé e si era convinta di poterlo usare per salvare il proprio regno. Quando aveva donato a Freyja l’orecchino era certa di averle donato un talismano potente che l’avrebbe protetta quando lei non le fosse stata vicina, che avrebbe vegliato su di lei quando Lidia non fosse riuscita a prendersi cura di lei.

Perché sin da bambine, Lidia lo sapeva, aveva amato teneramente la sua amica, si era sentita legata a lei da un vincolo che, ora lo capiva, si perdeva nella notte del tempo e quando l’avevano costretta a recarsi in solitudine al Picco di Lys, non v’era stato giorno in cui il cuore di Lidia non trovasse conforto nel caldo ricordo della piccola Freyja. Il giorno in cui l’aveva vista di nuovo, in quella radura, circondata da tanta allegria, Lidia si era resa conto di amarla perdutamente. Aveva compreso che gli anni trascorsi lontane non avevano spento il suo affetto ma l’avevano trasformato in qualcosa di profondo e – Lidia avvertiva anche questo – innaturale. Aveva odiato quel giovane che guardava Freyja con occhi adoranti, aveva realizzato con stupore che l’avrebbe incenerito per allontanarlo dall’amica. Quando poi, dopo l’inizio del viaggio, aveva potuto finalmente liberare il fratello e rifugiarsi nella sua mente, le sue percezioni si erano fuse con quelle del giovane e Lidia aveva creduto che il sentimento di tenerezza e il desiderio che provava per Freyja appartenessero a Luthen ma non era così.

Erano i suoi. Erano sempre stati suoi.

E forse era stato a causa di questi sentimenti che Luthen si era, a sua volta, invaghito di Freyja, spingendola a ricambiarlo.

Le circostanze che l’avevano portata ad incontrare Freyja e ad intrecciare la propria storia alla sua, Lidia ora lo vedeva chiaramente, erano frutto di una macchinazione ordita dal Trono perché il destino di Estopia si compisse. Ma la forza con cui Freyja era stata travolta da questo destino, l’intensità con cui aveva intrapreso il viaggio – anche emotivo – verso la sua fine, erano dipesi solo dai sentimenti di Lidia, dal suo desiderio di averla per sé. Era colpa sua, concluse la giovane con sconcerto, se Freyja era finita dritta al centro della ragnatela da cui, ormai, solo un miracolo l’avrebbe potuta salvare. “Misericordiosa Ai, proteggici!” Pensò Lidia, rabbrividendo. E fu la prima preghiera ad attraversare la sua mente, dopo un’esistenza di completo agnosticismo.

 

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