Storie

Estopia capitolo VII – In viaggio

di Michela Villani

Pubblicato il

 

Lidia e Freyja in viaggio

Lidia e Freyja in viaggio, di A. Antonioni

La mattina dopo, molto presto, Freyja aprì gli occhi in una stanza che non riconobbe. Accanto a lei, Lidia dormiva profondamente. La giovane si accostò per guardarla, una volta tanto, senza correre il rischio di incrociare la rabbia severa intrappolata nello sguardo dell’amica. Addormentata, Lidia sembrava molto più giovane.

“Dimostra la sua età” Pensò Freyja.

La bocca era contratta in un’espressione dura ma le sopracciglia dritte e nere sembravano, finalmente, distese e gli occhi dalla forma leggermente allungata erano chiusi e immobili. Nei punti in cui era più sottile, la pelle lasciava scorgere l’azzurro delle vene.

“Sembra tranquilla, almeno mentre dorme…”. I capelli erano sparsi sul cuscino, conferendo al volto di Lidia un’aria austera e regale al contempo: per una volta Freyja non faticò a credere che l’amica fosse una principessa.

Se stava partendo per il viaggio più solenne della sua vita, Freyja decise che fosse bene prepararsi in maniera adeguata. Approfittando di essere l’unica sveglia, scivolò giù dal letto e raggiunse in punta di piedi la sala del camino. Un bel fuocherello scoppiettava sulla pietra.

“Non mi sono accorta che Lidia l’avesse riacceso, ieri sera…sarà stata la signorina Ludlum!” Sorrise tra sé.

Il suo vestito era stato delicatamente adagiato sul lacero schienale della poltrona. Freyja si guardò intorno alla ricerca di un lavabo. Non c’era traccia di sala da bagno nei paraggi ma Freyja si ricordò che la sera prima Lidia aveva parlato di un pozzo. In fondo alla stanza, sul lato opposto a quello dell’entrata principale, scorse una porticina. Si affrettò ad attraversare la sala e abbassò cautamente la maniglia. La porta si apriva su un cortile interno, angusto ed ingombro all’inverosimile di cianfrusaglie.

“Strano” Pensò, “Mi sembrava una giornata più luminosa”. In effetti, il cortile era piuttosto cupo, come se il cielo del mattino fosse coperto da uno strato di nuvole.

“Eppure, avrei giurato che fuori ci fosse il sole…” Freyja si guardò intorno, scorgendo, poco distante un basso pozzo. “Trovato!”. Pensò tra sé.

Accanto al pozzo, fissato ad una cordicella, c’era un catino di rame. Freyja lo raccolse e lo calò con cura oltre l’imboccatura. Quando lo ritirò, il catino era colmo di acqua trasparente; Freyja lo appoggiò al bordo di pietra e vi immerse le mani rabbrividendo: era gelida. Si lavò il viso con cura e bagnò i capelli, cercando di pettinarli. Dopo che li ebbe annodati in una lunga treccia che fissò in cima alla testa, gettò l’acqua rimasta in terra e immerse di nuovo il catino nel pozzo. Di nuovo, Freyja appoggiò il catino con l’acqua pulita sulla pietra del pozzo e si sfilò la tunica di Lidia dalla testa, rimanendo nuda.

“Coraggio, è fredda ma è un attimo!” Si disse prima di sollevare il secchio all’altezza del collo e rovesciarsi addosso l’acqua gelata. In quell’istante la porta del cortile si spalancò e apparve Lidia trafelata. I suoi capelli erano in disordine e indossava solo la lunga camicia bianca con cui aveva dormito. Freyja pensò che non l’aveva mai vista vestita di bianco.

Lidia la fissò, sconvolta, poi spostò lo sguardo sull’acqua sparsa sul suo corpo e raccolta in una piccola pozzanghera ai piedi di Freyja.

“Cosa stai facendo?” Chiese con voce strozzata.

Freyja si sentì improvvisamente a disagio per la situazione e tentò di recuperare la tunica per coprirsi.

“Scusa, volevo solo lavarmi. Posso asciugare io qui per terra…”

Ma Lidia non la ascoltava, con un balzo si allontanò dalla porta, mentre un lampo di luce, simile ad una scarica elettrica si abbatteva nel punto in cui si era fermata.

Abbassando lo sguardo, Freyja si rese conto che il fulmine era partito dalla pozzanghera in cui lei immergeva i piedi. Vide, inoltre, che i rivoletti d’acqua che ancora le ricoprivano il corpo si erano trasformati in centinaia di fili lucenti che liberavano delle minuscole scintille. Freyja cercò di scrollarseli di dosso ma l’unico risultato che ottenne fu che i fili si concentrarono nel punto che aveva sfiorato con la mano infliggendole una potente scarica elettrica.

Freyja lanciò un grido, tentando di dibattersi ma un’altra scossa, più forte della prima, la raggiunse. Annaspò, guardandosi intorno disperata. A pochi passi da lei, Lidia era avvolta da una nuvola di vapore, i suoi occhi mandavano bagliori spaventosi e i capelli le ondeggiavano intorno alla testa creando una fitta raggiera nera. Stava di nuovo mormorando qualcosa ma Freyja non poté capire cosa perché una terza scarica le tolse il fiato per il dolore. Si accorse di essere quasi ricoperta di fili argentei e dalla pozza d’acqua ai suoi piedi centinaia di nuovi tentacoli si venivano ad aggiungere a quelli che già la avvolgevano. Pensò che Lidia aveva avuto ragione la sera prima a rimproverarla per quella decisione ridicola e pensò che la pena per la sua presunzione dovesse essere quella di morire prima ancora di iniziare il viaggio. Piegò le ginocchia, mentre sentiva il reticolo di fili iniziare a cingerle la gola, la testa…poi, d’improvviso avvertì il bruciore farsi meno intenso e si accorse che alcune delle stringhe che la ricoprivano erano cadute a terra e si arrotolavano su se stesse come viticci carbonizzati. Guardò di nuovo Lidia e vide che la luce diffusa dal suo orecchino era abbagliante quasi quanto…quasi quanto quella che scaturiva dal suo! Sentì che i muscoli riprendevano vigore, man mano che i fili neri cadevano intorno a lei. Quando poté finalmente muoversi si liberò dai lacci che ancora le stringevano le caviglie e si allontanò dal pozzo. L’acqua da terra era sparita, come evaporata. Si voltò verso Lidia: l’amica era immobile accanto ad un mucchio di vasi sbeccati con un’espressione cupa che accentuava il pallore del suo viso.

Guardò Freyja: “Stai bene?”

Freyja non era sicura di come dovesse rispondere: se fosse il caso di scusarsi, se dovesse ringraziare l’amica per averle di nuovo salvato la vita, o entrambe le cose. Si limitò ad annuire in silenzio.

“Ci hanno trovato. Dobbiamo andare via immediatamente.” E così dicendo, Lidia, si voltò e rientrò in casa, lasciando Freyja, nuda e tremante, a riflettere su quanto effettivamente fosse pericolosa la scelta che aveva appena compiuto.

Prima che il sole raggiungesse il punto più alto nel cielo, le due amiche avevano superato il Picco di Lys e si avviavano verso i limiti del ghiacciaio, lungo un sentiero che Freyja non aveva mai percorso prima. Le sembrava passato un secolo da quando aveva lasciato la sua casa, mentre in realtà, erano passate soltanto poche ore.

Si chiese se i suoi fossero preoccupati; lo erano di sicuro! Sperò che avessero trovato la lettera che gli aveva lasciato e sperò che fosse servita a tranquillizzarli un po’. Difficile, considerato l’amore e la cura che avevano sempre mostrato nei confronti di quell’unica figlia. Freyja decise che fosse meglio non pensarci, visto che ormai non poteva fare niente per i genitori, se non cercare di ritornare presto a casa.

Lidia non aveva più parlato dall’incidente del pozzo, si era limitata ad infilare pochi oggetti in un fagotto che sembrava fatto con lo stesso tessuto della poltrona del soggiorno e, gettandosi il lungo mantello nero sulle spalle, non aveva esitato a lasciare la casa. Non si era voltata nemmeno quando, una volta fuori, Freyja si era fermata per constatare come la casa della signorina Ludlum non fosse minimamente visibile tra i rami e i cespugli del bosco.

Freyja non aveva idea di dove si stessero dirigendo né di quale fosse la strada che l’amica intendeva seguire. Per un momento temette che Lidia volesse attraversare le Highstorm, man mano che vedeva le nevi del ghiacciaio avvicinarsi, si stringeva con preoccupazione nel pesante mantello che aveva portato con sé.

Nel primo pomeriggio, però il sentiero cominciò a piegare e Freyja capì che stavano aggirando la montagna. Non osava chiedere a Lidia dove fossero dirette e se si sarebbero accampate per la notte. Non si erano fermate nemmeno per pranzare: Lidia, le aveva porto una focaccia di pane azzimo, sciapo e rinsecchito. “E siamo appena partite!” aveva pensato Freyja mentre rifletteva su quanto fosse diverso il menù dall’ultimo pasto che aveva consumato in montagna, il giorno del suo compleanno. Il sole iniziava ad abbassarsi, oltre le cime del massiccio quando Freyja, stanchissima, si fermò per ammirare lo spettacolo dei raggi che si allungavano come oro sulle cime innevate.

“Non fermarti, abbiamo ancora molta strada da fare” Lidia, poco più avanti, si era voltata per richiamarla.

“Lidia, detesto fare queste domande da zavorra, ma pensavi di accamparti da qualche parte prima che faccia buio?” Freyja si avvicinò all’amica. “Mi rendo conto di essere un palla al piede, non vorrei rallentarti ma…pensavi di fare una sosta? Non credo di aver ancora capito dove stiamo andando, ma…pensavi di fare tutta una tirata?” Freyja sorrise timidamente ma Lidia rimase impassibile.

“C’è un villaggio sul fianco ovest del Picco di Lys, dobbiamo arrivarci prima che faccia buio. Ci fermeremo lì per la notte.” Poi aggiunse a mo’ di scusa. “E’ per questo che non ti ho lasciata fermare mai…”

“Oh, ma non c’è problema” Freyja le sorrise, a sua volta. “Capisco perfettamente. Rimettiamoci in marcia!”.

Era già scuro quando arrivarono ad un gruppo malconcio di case di pastori.

“Questo è il villaggio?” Freyja chiese.

“Direi di sì…dovrebbe esserci una locanda…”

Si guardarono attorno perplesse: a parte un recinto con delle capre e qualche capanna sparsa qua e là, non sembrava ci fosse altro.

“Sai Lidia, non credo siano attrezzati per accogliere i viandanti qui…” Freyja si strinse nel mantello.

Dopo alcuni secondi di silenzio, Lidia rispose.

“Immagino sia come dici tu, dovremo bussare a qualche porta e chiedere se possono ospitarci. Oppure…” Si voltò verso l’amica che la guardava interrogativa.

“Oppure?”

“Potremmo infilarci in una stalla e riposarci lì fino all’alba, ripartendo senza dire niente a nessuno…”

“In una stalla? Ma…se qualcuno ci vedesse e ci prendessero per dei ladri di bestiame?! Ho sentito dire che sulle montagne vive gente selvaggia, primitiva…qui non c’è niente…nessuno a cui chiedere aiuto, se ci aggredissero? ” Freyja non voleva fare la piagnucolosa ma non era certo un cuor di leone e l’idea di dormire in mezzo alle bestie la spaventava quasi come quella di dormire a casa di qualche orco montanaro che nel cuore della notte, avrebbe potuto farla fuori e mangiarla senza che nessuno lo venisse a sapere mai.

Lidia rimase un attimo a riflettere, poi parlò e la sua voce aveva un tono di gravità che stupì Freyja.

“Hai ragione, è rischioso…non dormire in una stalla in questo borgo sperduto, fare un viaggio come questo solo noi due.” Con una mano sfiorò la spalla di Freyja che, senza volerlo, aveva iniziato a tremare. “Io posso proteggerti, Freyja, conosco magie in grado di contrastare i pericoli degli uomini ma non possiamo essere certe delle creature che incontreremo sul nostro cammino e, soprattutto, noi dobbiamo viaggiare attirando il meno possibile l’attenzione, quindi io dovrò evitare di utilizzare i miei poteri davanti a coloro che incontreremo sulla nostra strada. Per questo, penso che dovremmo camuffarci: due ragazze sole sono una preda troppo vistosa anche per i curiosi: la gente si chiederebbe dove siamo dirette e perché non viaggiamo con la nostra famiglia o con una scorta. Inoltre, tu sei troppo graziosa per sembrare una zingara o una vagabonda, quindi…” Freyja avrebbe voluto dire che anche Lidia, a parer suo, era molto graziosa ma non fece in tempo perché l’amica arretrò in fretta nascondendosi dietro un alto masso bianco e lei si affrettò a seguirla.

“Mi trasformerò…cambierò forma.” Mormorò quasi tra sé, senza darle il tempo di replicare, Lidia congiunse le mani sul petto e chiuse gli occhi. Subito, Freyja sentì una sommessa litania nella lingua arcana che l’amica usava quando invocava un incantesimo e si accorse che le pietre dei due orecchini brillavano flebilmente. La luce di quello di Lidia, però, crebbe di intensità e si estese fino a diventare una specie di globo, dentro cui scomparve la figura dell’amica. Freyja dovette chiudere gli occhi e arretrare per il calore sprigionato dalla luce, capì che era tutto finito quando sentì di nuovo l’aria fredda pungerle le guance.

Davanti a lei c’era un ragazzo alto, della stessa età di Lidia, forse solo un po’ più vecchio, con le labbra più sottili ed una massa arruffata di capelli neri che scendevano in ciocche a coprire quella che era la versione nera degli occhi dell’amica. Indossava una giacca, sempre nera, con un alto collo rigido e i pantaloni erano infilati negli stivali, sopra indossava il mantello di Lidia, allungatosi in maniera ineccepibile. Freyja ebbe la sensazione di aver già visto i suoi occhi scuri, ma non riuscì a concentrarsi e mentre lo fissava incredula, il giovane  parlò. “Ecco, così dovrebbe andare.” Si rivolse a Freyja, “Immagino di dover fare qualcosa anche per te…vieni”.

Freyja indietreggiò di qualche passo: era chiaro che quel ragazzo dovesse essere Lidia trasformata ma c’era qualcosa in lui che la spaventava, sembrava…troppo perfetto come incantesimo, ecco.

Non che lei avesse una minima esperienza in fatto di incantesimi di trasformazione ben riusciti, è chiaro…

Il ragazzo parlò di nuovo, ma stavolta dalla sua bocca uscì la voce di Lidia:

“Non essere sciocca Freyja, è solo un’illusione. Non abbiamo tempo da perdere, lascia che trasformi anche te!”

Lidia, o chiunque fosse, distese una mano fino a sfiorare la fronte di Freyja che, involontariamente, si accorse di arrossire. Poi, ci fu di nuovo l’invocazione e la luce stavolta avvolse Freyja. Avvertì un grande caldo e una specie di formicolio in tutto il corpo, le sembrò che il paesaggio vorticasse intorno e chiuse gli occhi per paura di cadere. Quando la vertigine passò e tutto tornò buio, Freyja socchiuse gli occhi e si guardò cautamente i piedi. Erano un po’ più grandi di come fossero di solito e, al posto dei suoi stivaletti, indossava un paio di scarponi da montagna ben fatti. Aveva calze bianche di lana e corti pantaloni chiusi al ginocchio da piccole fibbie di cuoio decorate  con fili d’argento, una camicia con larghe maniche ed un corpetto di pelle morbidissima. Sotto la blusa, il seno era sparito, così come pure i suoi lunghi capelli, le mani erano più grandi, notò Freyja, ma erano rimaste bianche e lisce come prima. Si toccò in viso, non le sembrava di essere molto diversa, più magra forse…avrebbe dato qualsiasi cosa per uno specchio, in quel momento!

Lidia raccolse il mantello che era scivolato a terra e glielo porse. Freyja non osava parlare per paura di sentire la sua nuova voce cambiata.

“Andiamo a cercare un posto dove dormire” Tagliò corto Lidia e lei si limitò ad annuire, seguendo l’amica verso le case dei pastori.

Mezz’ora dopo, erano sdraiate su un giaciglio di paglia, nella stanzetta accanto alla stalla di una coppia di anziani pastori che le avevano accolte senza fare troppe domande quando avevano bussato sotto le nuove spoglie. Lidia si era detta intenzionata a pagare per l’ospitalità ma i vecchi avevano rifiutato dicendo di non avere bisogno di denaro perché le bestie li rifornivano di tutto ciò di cui necessitavano. Offrirono a Lidia e Freyja pane secco e del formaggio di capra dal sapore pungente che le fanciulle accettarono; poi le condussero nella piccola stanza adiacente la stalla.

L’odore degli animali era intenso ma, non appena furono sole, Lidia pizzicò la punta del naso di Freyja e l’aria sembrò diventare improvvisamente meno pesante. Come la notte prima, divisero il pagliericcio ma stavolta Freyja avvertì del disagio e, senza dire una parola, si accoccolò voltando le spalle all’amica. Per sua fortuna, il sonno la colse in pochi minuti e, appena prima di scivolarvi,  Freyja si chiese se Lidia le fosse venuta in soccorso con un nuovo incantesimo.

Fece sogni agitati, in cui Lidia, la ragazza, la scrutava con occhi neri e vuoti rifiutandosi di parlare o muoversi nonostante Freyja tentasse con tutte le sue forze di scuoterla. La mattina dopo, si svegliò per accorgersi che l’amica non era al suo fianco.

Uscendo dalla capanna, incontrò la vecchietta che stava  rimestando una strana minestra scura dall’odore acre. Freyja arricciò il naso, chiedendole se avesse visto la sua compagna. Si stupì nel constatare che la sua voce, seppure più bassa del solito, aveva un tono dolce ed era decisamente meno virile di quella di Lidia. Ricordandosi della trasformazione, Freyja si morse la lingua, ma era già troppo tardi.

“Sono vecchia, non rimbambita” Chiocciò la montanara. “Non ho visto nessuna compagna, ma qui fuori c’è un bel giovanotto che sta aiutando mio marito a riparare il tetto della stalla.”

Freyja stava per uscire per raggiungere l’amica, poi ebbe un’idea.

“Buona vecchina, non avreste per caso uno specchio?”

La risata della vecchia risuonò di nuovo nella cucina.

“Figliolo, uno specchio è un oggetto di cui né io né te abbiamo bisogno: a me non serve perché mi bastano i miei dolori per ricordarmi quanto sia vecchia e a te non serve perché rimirare la propria bellezza è una cosa da donnicciole e non da gentiluomini…”

Freyja non rispose e uscì stizzita a controllare cosa stesse facendo Lidia.

La trovò arrampicata su una scala, intenta a sistemare delle scaglie di pietra irregolari sopra la versione molto primitiva di un tetto. Il vecchio aspettava ai piedi della scala.

Guardando Lidia al lavoro nel suo aspetto maschile, Freyja si sentì di nuovo arrossire.

“Oh, smettila, per favore! E’ solo Lidia, è un inganno, niente di più…” Pensò tra sé raggiungendoli.

“Qui è sistemato, nonnetto.” Gridò Lidia al vecchio scendendo dalla scala. “Ora il mio amico ed io dovremmo rimetterci in viaggio ma vogliamo ringraziare te e tua moglie per la vostra generosità.” E così dicendo estrasse dalla giacca un sacchetto di erbe sminuzzate.

“Metti queste erbe nell’acqua che bevete e vedrai che i vostri acciacchi miglioreranno.”

Il vecchio mostrò un sorriso a cui mancava qualche dente.

“Grazie signore; dite, siete uno stregone?”

Lidia sorrise. “No vecchio, sono un medico e studio le proprietà delle piante, fai quello che ti ho detto e starete meglio”. Lanciò un’occhiata a Freyja sorridendole apertamente e la giovane non riuscì a fare di meglio che abbassare lo sguardo fissandosi gli scarponi.

Lidia ringraziò i due vecchi, raccolse le loro poche cose e si avviò lungo il sentiero che proseguiva tra le rade capanne, superandole verso le montagne. Freyja si limitò a sorridere all’anziana coppia, avviandosi rapidamente dietro all’amica. Stavolta era determinata a carpire qualche informazione in più su quale fosse la loro meta e si mise a riflettere su come approcciare l’argomento mentre procedevano in silenzio tra la vegetazione che diventava sempre più rada.

 

Illustrazione originale di Antonella Antonioni per Estopia, diritti riservati.

https://www.facebook.com/AntonellaAntonioniArtist/

 

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