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Estopia capitolo III – La fattucchiera

di Michela Villani

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Capitolo precedente: Il Dono

Freyja e la fattucchiera - Estopia capitolo III - La fattucchiera

Il giorno successivo era il primo di settembre ed era una domenica. Freyja indossò l’abito che sua madre le aveva fatto confezionare come regalo di compleanno. Era decisamente elegante, troppo per una domenica in campagna ma Freyja non vedeva l’ora di sfoggiare quell’opera d’arte di seta impalpabile dal corpetto attillato e la gonna ampia che disegnava magnificamente le sue curve, in un’elaborata teoria di ricami e merletti. Si intrecciò i capelli con i boccioli di Rose selvatiche colti il giorno prima e scese in negozio dalla madre che quando la vide, rimase a bocca aperta.

“Tesoro mio, sembri una principessa!”

“Grazie mamma”. Freyja non lasciava mai che i complimenti la intimidissero. Forse perché abituata a riceverne sin da quando era una bambina, li accettava come un dato di fatto, senza scomporsi. “Vado a trovare la signora Jennings e Fiona mi accompagna”.

La signora Jennings era stata, sin dall’età di cinque anni, la sua insegnante di musica. Si può dire che l’unica cosa che Freyja avesse imparato a fare bene durante il periodo della sua formazione fosse suonare il pianoforte e il merito di ciò andava, più che al talento posseduto dalla giovane, alla pazienza ed alla passione con cui la signora Jennings le aveva insegnato. Quando aveva compiuto tredici anni la giovaneaveva smesso di frequentare le lezioni di musica, anche considerata l’età inoltrata dell’insegnante,  ma di tanto in tanto si recava ancora a farle visita e si tratteneva con lei a parlare dei bei tempi andati: la Jennings era una vecchina nostalgica.

La pasticcera diede alla figlia una confezione di cioccolatini al liquore di amarene per l’insegnante, che  non disprezzava i sapori decisi, ed un sacchetto di paste alla crema per fare colazione con la sua amica. Assecondando un materno sesto senso tuttavia, anziché due, mise tre paste nel pacchetto poiché aveva idea che un certo signor qualcuno avrebbe voluto scortare le ragazze durante la visita.

Freyja, Fiona e Ben mangiarono i dolci mentre camminavano verso la casa della signora Jennings; quando Ben aveva visto Freyja con indosso il vestito nuovo e al collo il suo gioiello aveva avuto un attacco di tosse così violento che le due giovani avevano temuto soffocasse.

Lungo il tragitto, Fiona chiese:

“Chi era quella ragazza che abbiamo visto ieri al Picco di Lys?”

“Oh, Fiona, non ci crederai: è una carissima amica che non vedevo da quasi cinque anni.”

Fiona ebbe un moto di fastidio e storse un po’ il naso.

“Carissima quanto? E adesso non siete più amiche? A me è sembrata un po’ strana…”

“Non dire scemenze Fiona, e non essere maleducata!” La rimproverò Ben ripulendosi un po’ di crema dal bavero della giacca. Tuttavia Freyja non era offesa.

“Beh, Fiona, mettiamola così: se me lo avessi chiesto cinque anni fa ti avrei detto che Lidia Imberdrop era la migliore amica che potessi desiderare. Se invece me lo chiedi ora, la cosa veramente strana è che non saprei cosa risponderti: per tanto tempo non ci siamo viste eppure ieri, quando lei è apparsa, ho sentito qualcosa di caldo e confortevole avvolgermi. Tutto sommato, ti confesso che l’incontro mi ha lasciata molto confusa…”

Ben, che sembrava non voler perdere una parola del discorso di Freyja, la ascoltava rapito. Fiona ostentava un misurato scetticismo non accennava a raddrizzare il suo grazioso nasino. Scoccò anzi un’occhiata di traverso al fratello.

“Non so nemmeno se la rivedrò ancora…” Concluse Freyja, mentendo. “Quanto alla sua stranezza – aggiunse guardando Fiona – non saprei cosa dirti, è sempre stata così.”

Fiona si limitò a sollevare entrambe le sopracciglia.

“E a me è sempre piaciuta per la sua originalità” Si affretto ad aggiungere Freyja.

Era strano trovarsi lì con Fiona e Ben, le persone con cui aveva condiviso tante esperienze negli ultimi cinque anni, a difendere Lidia che era rispuntata per caso, chissà da dove, dopo secoli di silenzio. Eppure, a Freyja, parlare con calore della vecchia amica sembrò naturale come ridere di una battuta divertente e ringraziare qualcuno dopo aver ricevuto una lode.

La casa della signora Jennings era una costruzione alta e stretta dal’intonaco azzurro un po’ scrostato e, sopra la porta, un’insegna a forma di tastiera con la scritta Musica. Quando era vivo il signor Jennings, al piano terra c’era un negozio di strumenti musicali ma ormai erano anni che la polvere ingombrava gli scaffali vuoti.

La signora occupava i primi due piani della casa e aveva affittato il terzo al nuovo insegnante di musica del liceo di Belafois, il signor Allegretti, un giovanotto affascinante ma piuttosto trasandato e con la testa tra le nuvole, come si addice ad un musicista di razza.

Venne ad aprire la porta la vecchia domestica, Nell, che si sperticò di elogi e smancerie con Freyja e salutò educatamente, seppur con una certa freddezza, Fiona e Benjamin. Furono, quindi, introdotti nella stanza della signora Jennings che sembrava perfettamente lucida nonostante, come aveva anticipato Nell, si fosse appena svegliata dal sonnellino di metà mattinata. Freyja si avvicinò alla poltrona dove la vecchietta rimaneva accoccolata sotto una moltitudine di coperte.

“Cara signora Jennings, sono Freyja, si ricorda di me?”

La signora Jennings alzò sulla fanciulla due occhi tondi di un azzurro un po’ sbiadito.

“Certo che mi ricordo di te, Freyja, pensi forse che mi sia completamente rincitrullita dall’ultima volta che sei venuta?”

Freyja arrossì e la signora Jennings fece un cenno verso Fiona e Ben.

“E chi sono questa madamina e questo giovanotto?”

“Sono due cari amici a cui ho tanto parlato di lei e che desideravano conoscerla, non le dispiace vero? Permetta che le presenti Fiona e Benjamin Paddock.”

La vecchia insegnante strizzò gli occhi per mettere bene a fuoco i due ragazzi.

“Mmmm, bene, bene…Due begli esemplari, non c’è che dire! Mi sono chiesta qualche volta se prima o poi vi sareste fatti vedere.” Biascicò tra sé. “Ed ora che mi avete conosciuta, mocciosi, toglietevi di mezzo: ho bisogno di scambiare due parole con questa signorina, qui!” Tuonò con inaspettata energia.

Fiona e Ben si scambiarono un’occhiata, sorpresi, Ben scarlatto fino all’attaccatura dei capelli. Si voltarono verso Freyja che non riusciva a credere alle proprie orecchie: la signora Jennings…anzi, l’anziana signora Jennings per la precisione, non era mai stata sgarbata o brusca nemmeno una volta da che lei la conosceva. Che avesse perduto il senno improvvisamente?! Fiona e Ben si alzarono titubanti e si avviarono verso la porta, Freyja era paralizzata dall’imbarazzo.

“Beh, faremo un giro all’emporio Westwood, qui sotto. A dopo Freyja…” Fiona parlò anche per il fratello. “Buongiorno signora, è stato un vero piacere.” Concluse sarcasticamente, rivolta alla signora Jennings che, nella sua poltrona, rimaneva impassibile.

“Il piacere è stato mio, signorinella e porta i miei saluti alla cara matriarca Paddock!”

Freyja era senza fiato, le dispiaceva per come la sua vecchia insegnante aveva trattato i suoi amici, in fondo se l’avevano accompagnata sin lì era stato solo per fare un favore a lei.

“Non fare l’offesa adesso, ragazza! Se ho messo alla porta i tuoi amichetti ho i miei motivi, fidati! E comunque, dovresti essere più cauta nello scegliere chi frequentare…”

“Ma, signora Jennings, perché dice così? Forse conosceva già Fiona e Ben? La hanno offesa in qualche modo? Io, davvero non capisco…” Freyja quasi non riusciva a parlare.

“Conosco quella megera della madre e tanto mi basta! E’ stata anche lei mia allieva tanti e tanti anni fa…” Si interruppe. “Ma non è questo il momento di parlare dei Paddock o come si chiamano, so che di recente hai rincontrato una vecchia conoscenza…”.

Il tono in cui la signora Jennings pronunciò queste parole era cospiratorio e ottenne, come unico effetto, quello di confondere Freyja ancora di più. Era a Lidia che si stava riferendo? E come sapeva, l’anziana insegnante, per altro invalida da qualche anno, che soltanto il giorno prima lei e Lidia si erano incontrate?

“Oh risparmiati quell’espressione stravolta, riccioli d’oro! So che sei sveglia quindi cerca di far funzionare il cervello senza stare lì a gingillarti! E’ proprio alla tua vecchia amica che mi sto riferendo, quella che per cinque anni hai completamente cancellato dalla memoria. Ho saputo che vi siete viste e che lei ti ha dato qualcosa di suo”. La signora Jennings abbassò leggermente la voce: “Cos’era?”

Freyja cominciava ad essere spaventata dalla piega che aveva preso la conversazione. Era chiaro che l’insegnante si stesse riferendo all’orecchino ed era altrettanto chiaro che la cosa, chissà perché, la interessasse molto. Ma cosa c’era sotto? Cosa poteva volere da Lidia quella vecchietta all’apparenza innocua?

Freyja cercò di recuperare la calma prima di rispondere.

“Signora Jennings, davvero non so a cosa si stia riferendo, ieri sono stata tutto il giorno in montagna con i miei amici per festeggiare il mio compleanno…”

“Ah, questo lo so bene, cara, sei stata in montagna proprio dalle parti di Ingrahm Fall e tu sai chi abita da quelle parti?” La voce della vecchietta stava diventando insinuante.

“Avanti Freyja, sforzati di recuperare qualche informazione dalla memoria, oppure quando ti dissero che Lidia era stata ritirata dalla scuola eri già così presa dai tuoi nuovi amici da non dare alla cosa il minimo peso?”

Fu come se nella soffitta della mente di Freyja qualcuno riavvitasse una lampadina molto debole e la sua luce sfocata illuminasse un dipinto polveroso, lasciandone in ombra una buona metà. Piano piano, ripensò al retro del negozio di sua madre ed alla voce di Martha, la commessa, che le raccontava qualcosa a proposito di Lidia…

Ma certo! I genitori avevano ritirato Lidia dalla scuola pubblica del villaggio per mandarla a studiare da un’istitutrice, una loro vecchia conoscenza, che abitava…

“Finalmente, bambina, ci sei arrivata: la Ludlum abitava vicino ad Ingrahm Fall. Proprio dove sei andata ieri a fare la tua scampagnata.” La signora Jennings appariva stanca. Non c’era da stupirsi, Freyja si sentiva esausta senza comprenderne il perché: quella visita si stava rivelando inaspettatamente gravosa.

Dopo una breve pausa, durante la quale sembrò voler raccogliere le energie, la signora Jennings parlò di nuovo.

“Non ho molto tempo Freyja, sono vecchia e le forze cominciano ad abbandonarmi. Voglio pensare, in questi anni, di non averti insegnato soltanto ad eseguire qualche banale sonata per farti fare bella figura con le amiche di tua madre. Voglio credere di averti trasmesso qualcosa di più durante le nostre lezioni. Ora, si tratta soltanto di tirare fuori quello che hai imparato. Ti dico una cosa, il tuo incontro con Lidia, ieri, non è stato casuale: vi siete ritrovate perché così doveva essere. Adesso la scelta passa nelle vostre mani: in quelle di Lidia e nelle tue. E’ arrivato il momento di capire se nel vostro cuore albergano coraggio e generosità o soltanto codardia.”

La signora Jennings si appoggiò allo schienale della poltrona sbuffando sonoramente.

“Ora sono davvero esaurita. So che hai molte domande ma questo non è il giorno delle risposte. Adesso vai, bambina, i tuoi amici ti stanno sicuramente aspettando qui sotto. Tornerai da me tra qualche giorno, quando sarà arrivato il momento di scegliere”.

E, detto questo, la vecchia insegnante chiuse gli occhi.

Per un attimo Freyja temette che lo sforzo l’avesse sopraffatta una volta per tutte ma dopo qualche secondo le giunse il rumore, leggero e rassicurante, di un ronzio regolare.

Non aveva capito niente del discorso della signora Jennings ma si alzò e raggiunse la porta senza cercare di svegliare la vecchietta: le alternative erano due, o la signora Jennings era una fattucchiera e l’aveva sempre tenuto nascosto, oppure, quasi più probabile, iniziava a perdere qualche rotella. Eppure, in quest’ultimo caso, rimanevano la quantità di informazioni che le aveva sciorinato circa il suo incontro del giorno prima.

Comunque stessero le cose, Freyja era preoccupata per l’anziana insegnante e si ripromise di tornare a farle visita la domenica successiva. Quindi uscì dal salotto, scese le scale e, dopo aver salutato rapidamente Nell, si ritrovò in strada.

Fiona e Ben la aspettavano sul marciapiede opposto a quello del negozio di musica con in mano un sacchetto di caramelle mou e qualcosa che assomigliava ad una piccola vanga di legno.

“E’ un timone per la barca di Ben; sai, la Regata in Miniatura…” Fiona rispose all’occhiata interrogativa di Freyja.

“Ti ha tenuto parecchio la vecchia fattucchiera!” Aggiunse.

“Fiona, non essere impertinente!” La riprese Ben con il risultato che la sorella alzò lo sguardo al cielo in maniera teatrale.

“Cielo Ben, se solo la finissi di rimbeccarmi continuamente con i tuoi commenti da bamboccio!”.

Freyja la guardò sorpresa, Fiona era un tipetto frizzante ma non era mai stata sgarbata con il fratello e lei dovette cogliere quello sguardo perché si affrettò ad aggiungere “Scusate” lanciando ad entrambi un sorriso accattivante.

Freyja, sentendo quella parola, sembrò scuotersi.

“No ragazzi, scusate voi, è chiaro che la signora Jennings sia  piuttosto affaticata negli ultimi tempi.”

“E cos’è che ti voleva dire di tanto segreto?” Chiese Fiona, ostentando indifferenza.

Freyja sembrò riflettere un momento.

“Mah, in realtà niente di importante, ha rivangato degli episodi divertenti di quando prendevo lezioni da lei. Credo fosse in vena di ricordi.” Mentì senza un motivo preciso, semplicemente: non si sentiva più tanto a suo agio quel giorno e non le andava di impantanarsi nelle centinaia di domande che Fiona le avrebbe di certo rivolto.

Quest’ultima, d’altronde, non sembrò affatto convinta dalla risposta ma evitò di aggiungere altro. Fu Ben a parlare.

“Se vuoi ti mostro il modellino a cui sto lavorando…” Propose speranzoso.

Freyja guardò l’amica che però sembrava sorridere di nuovo come sempre, quindi accettò l’offerta di Ben insistendo per posticiparla al pomeriggio, visto che era quasi ora di pranzo. Presi accordi, si salutarono.

Il resto della giornata trascorse senza intoppi o, cosa degna di nota, novità originali e così fu per quasi tutta la settimana successiva.

Poi, arrivò il venerdì.

 

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