Storie

Dopo un giorno di pioggia

di Marianna Vitale

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“Maledizione! Piove.” Imprecò Melania, uscendo dall’ufficio e notando che il pavimento del marciapiede era bagnato.

Detestava la pioggia: i suoi capelli curati, sui quali passava la piastra ogni mattina, sicuramente avrebbero perso la piega e il suo cappotto firmato si sarebbe sgualcito. L’ombrello non lo portava mai con sé e naturalmente di tornare a casa a piedi non se ne parlava.

Rimase qualche minuto sotto i portici ad aspettare, poi decise finalmente di chiamare un taxi. Telefonò e le dissero che sarebbe arrivato di lì a poco, lei si accese una sigaretta e attese ancora.

La piazza era quasi deserta e le poche persone che la attraversavano camminavano in fretta e con lo sguardo rivolto ai propri piedi. Melania li invidiava un po’, loro avrebbero avuto parecchie cose da fare, una volta arrivati a casa. Lei no. Suo figlio era con il padre, quella sera, lei si sarebbe stesa sul divano e avrebbe atteso annoiata che arrivasse il momento di dormire, per poi ricominciare il giorno seguente un’altra giornata di lavoro.

«Credo che lei abbia bisogno di un ombrello.» Osservò un ragazzo che passava di lì.

Melania si voltò e si accorse che lui era l’unico a non andare di corsa.

Era un bel giovane, di poco più di trent’anni, con i capelli scompigliati e le scarpe da ginnastica.

Le porse il suo ombrello con un sorriso, ma lei rifiutò.

«Grazie, non occorre. Sto aspettando un taxi.»

«Io sono arrivato. Abito qui.» Insistette lui, e alzando lo sguardo indicò il palazzo sotto al quale erano riparati. «Serve di più a lei.»

L’ombrello restava immobile tra i due, come imbarazzato, mentre lui continuava a tendere il braccio e lei quasi arretrava, timorosa e leggermente divertita. Non ricordava più l’ultima volta che qualcuno era stato gentile con lei.

In quel momento arrivò il taxi. Si fermò davanti ai portici e diede un colpo di clacson.

Melania, colta di sorpresa, afferrò l’ombrello e lo aprì, dirigendosi verso la vettura.

«Domani te lo rendo!» gridò, mentre saliva sul taxi portandoselo via.

Il ragazzo la salutò con la mano.

 

Il giorno seguente c’era il sole. Melania, precisa com’era, non dimenticò di portare con sé l’ombrello per poterlo restituire al legittimo proprietario. Così approfittò della pausa pranzo per andare alla sua ricerca. Sentiva che, in qualche modo, aveva voglia di rivedere quel ragazzo che le aveva strappato un sorriso.

Scese le scale, arrivò sotto i portici, nel punto in cui si erano incontrati, e si fermò ad osservare il palazzo nel quale lui aveva detto di abitare. I campanelli erano tre, nessuno che le dicesse qualcosa di particolare. Melania era decisa ad andare fino in fondo e dunque cominciò dal primo.

Suonò. Disse che cercava un ragazzo, che doveva restituirgli il suo ombrello. Le risposero che lì non c’era nessun ragazzo. Fece un altro tentativo con il secondo campanello, ma neppure lì trovò la persona che desiderava. Provò col terzo, e questa volta nessuno rispose. Attese qualche istante e suonò ancora. Niente, non era in casa. Ma doveva essere quello, il suo campanello. C’era scritto Luca Merli, perciò si convinse che fosse proprio lui e che quella sera lo avrebbe trovato lì. Quindi mangiò il suo pacchetto di cracker e tornò in ufficio, a sbrigare le sue pratiche nell’attesa che arrivasse l’orario di chiusura.

Quella sera lo aspettò sotto i portici, l’ombrello in mano, sperando che si ripresentasse la scena del giorno precedente, ma ciò non avvenne. Allora suonò il campanello e Luca rispose: «Sali.»

Il portone si aprì. Melania salì fino al terzo piano, stranamente emozionata al pensiero dell’incontro. Sugli ultimi gradini si sistemò i capelli e le pieghe degli abiti, quindi sfoderò un bel sorriso.

«Desidera?» fece il giovane.

Melania rimase in silenzio per qualche istante. Non era il ragazzo dell’ombrello.

«Lei è Luca Merli?»

«Sì, sono io.»

«Allora dev’esserci un equivoco. Io cercavo il legittimo proprietario di questo ombrello … Un ragazzo alto, moro … Mi aveva detto che abitava qui.»

Lui le sorrise, cordiale. «Forse sta cercando Roberto, il mio coinquilino.»

«E quando posso trovarlo?»

«È partito proprio questa mattina. È andato a trovare sua madre …»

«Sa dirmi quando tornerà?» Melania, visibilmente imbarazzata, si rigirava l’ombrello tra le mani.

«Può lasciarlo a me se vuole …» le suggerì Luca.

Lei fece per lasciarglielo, ma subito si tirò indietro. «Preferisco darglielo di persona.»

«D’accordo.»

Lui le strinse la mano e la salutò gentilmente.

 

Roberto era anche il nome di suo figlio. Quella sera, mentre gli preparava la cena, Melania pensò che fosse una strana coincidenza. Di solito lei non credeva ai segni del destino, non leggeva gli oroscopi e a malapena si fidava del suo istinto, eppure non riusciva a smettere di pensarci.

«Mamma, mi fai le patatine fritte?» domandò Roberto, scrutando i fornelli con aria preoccupata.

«No, tesoro, lo sai che fanno male.»

«Ma ieri papà me le ha fatte …»

Melania sbuffò. «Come sempre …» disse fra sé e poi, cercando di convincere il bambino: «Appunto. Lei hai già mangiate ieri. Oggi no.»

Anche Roberto sbuffò, e mise il broncio quando la madre gli presentò il piatto pieno di verdure.

«Se mangi tutto ti faccio il petto di pollo.»

Il piccolo obbedì. Non era un bambino capriccioso.

Dopo cena Melania gli lasciò guardare il suo cartone animato preferito per una mezz’ora e poi lo mise a letto. Quindi prese una coppa di gelato dal congelatore e si sdraiò sul divano, la televisione ancora accesa sul canale per i bambini. E mentre fissava lo schermo, senza rendersene conto la sua mente tornò al ragazzo dell’ombrello, al suo sorriso gentile, e pensò che magari un giorno anche suo figlio avrebbe avuto lo stesso sorriso. Si ripeté ancora una volta che era una brava madre e in breve tempo si addormentò, con i vestiti dell’ufficio ancora indosso.

 

Quell’ombrello lo portava sempre con sé, ma del legittimo proprietario non aveva avuto più notizie, né era più andata a cercarle in verità. La sua vita procedeva normalmente mentre l’episodio cominciava a perdere di importanza per lei.

Fu dopo parecchi mesi, quando ormai non ci pensava nemmeno più, che le capitò di rincontrare quel ragazzo: stava uscendo dall’ufficio e lui era lì, in piedi sotto al porticato. Si fissava i piedi e intanto parlava al cellulare, discuteva.

Melania rimase immobile a guardarlo, soddisfatta, e attese che finisse la telefonata.

«Ciao.» Gli disse poi, avvicinandosi con un sorriso lieve.

«Ci conosciamo?» fece lui, un po’ stranito.

La donna tirò fuori dalla borsetta il suo ombrello e, senza dire una parola, glielo mise tra le mani.

Lui scoppiò a ridere. «Ah già … la signora del taxi.»

Melania annuì, felice di essere stata riconosciuta.

«Beh, è stata davvero gentile a conservare il mio ombrello, ma sa cosa le dico? Può tenerlo.»

«No, no, ci tengo a restituirlo …»

«Mi ero completamente dimenticato di averlo, perciò non farà nessuna differenza per me. E lei la prossima volta eviterà di bagnarsi.» Disse lui.

La donna sorrise, il ragazzo era davvero gentile, ma lei non riusciva a sopportare l’idea che quel piccolo debito, quel filo immaginario che li legava, si spezzasse.

«Allora lasci che le offra qualcosa da bere.»

Il ragazzo ne fu sorpreso. «Non si preoccupi, davvero …»

«Insisto.»

«D’accordo.» Si arrese. «Dopotutto oggi è stata una giornataccia … mi fa piacere bere qualcosa con una così bella donna.»

Lei apprezzò molto la sua sincera spontaneità. «Mi chiamo Melania.» E gli strinse la mano.

«Roberto.» Si presentò a sua volta.

Non gli disse che lo sapeva già.

Presero un aperitivo in un bar lì vicino, parlando del più e del meno, non si dissero nulla di personale né di importante. Eppure stavano bene, scherzavano come fossero vecchi amici, e per tutta la durata di quell’ora ognuno dimenticò i propri problemi.

Quando venne il momento di salutarsi Roberto la ringraziò. «È stato divertente.» Disse. «Se capita lo rifacciamo.»

«Facciamolo capitare.» Suggerì lei, e gli lasciò il suo biglietto da visita.

Ma lui lo gettò via appena la donna ebbe voltato l’angolo.

Melania attese una sua telefonata per giorni, telefonata che non arrivò mai. Così si rassegnò, aveva un bambino da crescere e non poteva permettersi tante distrazioni. Appese l’ombrello al suo attaccapanni, ci mise sopra il cappotto, ben presto arrivò l’estate e tutto fu dimenticato.

 

Ma tornò il freddo e una mattina autunnale Melania ebbe bisogno del cappotto. Lo infilò al volo, sovrappensiero, mentre usciva per andare in ufficio, e si bloccò di colpo nel ritrovare, appeso all’attaccapanni, l’ombrello. Si lasciò sfuggire un sorriso, lo mise nella borsetta e uscì, perché era in ritardo. Tuttavia, non appena arrivata al lavoro, ritirò fuori quell’oggetto carico di ricordi e iniziò a rigirarselo tra le mani.

Non aveva nulla di speciale, era un normalissimo ombrello nero ripiegabile, e ora che non contava più niente per lei avrebbe potuto anche disfarsene. Eppure quell’alone di mistero che continuava ad aleggiare intorno alla figura del ragazzo dell’ombrello tornò a suscitare la sua curiosità, tanto che, nei giorni successivi, Melania cominciò ad attardarsi fuori dall’ufficio, nella speranza di ritrovarlo sotto quel porticato, che era l’unico luogo in cui si erano sempre incontrati. Passeggiava avanti e indietro, fumando una sigaretta dietro l’altra, e si guardava intorno nervosa. Quando arrivava a casa spesso aveva mal di testa e voleva mettersi subito a letto.

Finché un giorno non rientrò affatto.

 

Quel pomeriggio, mentre aspettava fuori dall’ufficio, Roberto si era ritrovato a passare di lì per la terza volta da quando si erano conosciuti. Nel vederla di nuovo sotto a quel portico, che passeggiava con l’ombrello in mano e pareva quasi attendere la pioggia, era scoppiato a ridere e le era andato incontro.

«Melania» l’aveva salutata «Credo che questo ombrello mi appartenga.»

La donna, un po’ confusa, aveva cercato di giustificarsi: «Mi sembrava che avessi detto che potevo tenerlo …»

«E credo anche» l’aveva interrotta lui «di doverti un aperitivo.»

Allora lei gli aveva sorriso e gli aveva finalmente restituito l’ombrello.

«Sei fortunato. Stasera sono libera.»

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