Storie

L’uomo perfetto #19 Punto di rottura – Parte I

di Paul Khan

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L’autunno della vita piombò sull’uomo perfetto proprio come fa la stagione a fine settembre: ti ruba qualche minuto di luce, secca qualche foglia in una giornata di sole e di vento; ogni tanto ti sorprende con un brutto acquazzone.

L’ironia della sorte ha voluto che questo coincidesse con il declino della sua carriera politica dopo l’elezione a presidente della Commissione Europea nel 2022. Solo pochi sognatori avevano compreso l’impatto sociopolitico dell’operazione the bridges e le conseguenze culturali che questa avrebbe portato nei decenni successivi. La reazione che non si fece attendere fu quella di tutti coloro che vedevano i propri interessi minacciati dal piano.

Magda, Il capo del suo staff, ha sempre avuto grande stima dell’uomo perfetto. Nonostante l’epiteto che gli ho ironicamente riservato -ha sempre saputo bene che è umano. Intuiva anche in quegli anni che un suo passo falso potesse manifestarsi in qualsiasi momento. Confidava nella sua razionalità. Lo riteneva molto abile nel gestire ogni impeto emotivo, di non lasciare che la sua spontaneità potesse mettere a repentaglio la sicurezza di altri o compromettere il suo ruolo. Ma fu sempre consapevole che l’uomo perfetto era – ed è – pur sempre un uomo.

Gli ingegneri chiamano fatica il fenomeno meccanico per cui un materiale sottoposto a carichi variabili nel tempo – in maniera regolare o casuale- si danneggia fino alla rottura. La cricca non è solo una compagnia di cialtroni ma è anche un microfessura che dalla superficie si propaga in profondità fino a consacrarsi punto di rottura.

Così fu anche per l’uomo perfetto. Un piovoso venerdì di aprile annullò gli impegni del fine settimana – non erano tanti a dire la verità – prese un volo di linea e tornò in Italia. A Bruxelles non lo percepì più di tanto, ma a Milano sentì pesanti gli occhi di chi lo riconosceva. Alle dieci di sera era seduto alla tavola dei suoi genitori. Sua madre e suo padre erano già in tenuta notturna e lo guardavano mangiare il minestrone riscaldato che gli avevano tenuto da parte. “È sempre bello vederti” – disse sua madre.

La mattina seguente si alzò che ancora non c’era luce, prese l’auto a noleggio e partì puntando deciso verso le montagne. Allo spuntare dell’alba lasciava l’auto di fronte all’ultimo alberghetto, beveva un caffè e -scarponi ai piedi – imboccava il sentiero. Non poteva immaginare che il sorriso del ragazzo nordafricano che puliva l’allevamento di trote sopra al rifugio sarebbe stato così importante.

Poco più forte di una puntura di insetto. Il dolore non fece in tempo a raggiungere il cervello, che l’uomo perfetto aveva già perso i sensi e franava rovinosamente sui sassi del sentiero.

Nessuno seppe mai dirgli con esattezza per quante ore dormì quel giorno. Probabilmente passò anche più di un giorno. Non si accorse minimamente del viaggio sulla vecchia station wagon, del trasporto sul traghetto sullo stretto di Gibilterra, della jeep nel deserto. Quando riprese coscienza, la gola riarsa e le narici piene di polvere, una benda gli avrebbe proibito di scrutare la penombra della stanza e una catena lo avrebbe vincolato alla parete cui era appoggiato.

L’unica cosa che riaffiorò nella sua mente sconvolta fu il sorriso di quel ragazzo nordafricano sul pontile della vasca dell’allevamento di trote.

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