Storie

Lasciarti andare

di Margherita Firpo

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Tratto da una storia vera.

Sono passati tanti anni da quella notte. Da quella notte più buia delle altre, più fredda, più cupa. Da quella notte in cui ho spezzato al mio cuore un angolino e l’ho lasciato nella mano fredda e ormai senza vita del mio papà.

Era il 1944 e la dittatura di Tito aveva messo in ginocchio tutto il paese. Le nostre origini italiane furono la nostra croce. La popolazione italiana dell’Istria, giudicata fascista, subì i cosiddetti Massacri delle foibe mentre il resto degli italiani presente nella Dalmazia fu considerato collaborazionista con gli invasori italiani e perseguitata. Papà mori così, in un massacro di massa, o pulizia etnica come la chiamava Tito.
Mia mamma non faceva altro che ripetere che era una buona a nulla, che senza papà non era niente. Che lui era la parte migliore di lei. E io per anni me la sono creduta questa cosa.
E ho vissuto con la paura che potesse accadere qualcosa a papà, perché senza di lui la nostra vita sarebbe andata in frantumi.

E così, quando è accaduto davvero, la mia paura è diventata terrore. Terrore che leggevo negli occhi di mia madre, in quelle poche ore in cui il destino si è intrufolato prepotentemente nelle nostre vite e ha deciso che sarebbe cambiato tutto, mettendo davanti la mamma, e di conseguenza me e mio fratello, a delle scelte dalle quali non saremmo più tornati indietro.
“Dobbiamo andare via. Fuggire. E subito”. Furono le uniche parole che ci disse la mamma, poche ore dopo la morte di papà.
Io e mio fratello, allora rispettivamente otto e quattro anni, non abbiamo avuto scelta. Ci siamo guardati negli occhi, complici con quel legame di sangue che in quel momento era l’unica cosa che ci rimaneva.
Partimmo in piena notte, fuggimmo come topi che scappano da un gatto. Non avevamo un gatto che ci inseguiva bensì un intero paese.
Arrivammo miracolosamente a Genova dopo qualche giorno, stremati e affamati, ma non fu la stanchezza fisica a buttarci giù, bensì il dolore che portavano nel cuore per non aver neanche salutato nostro padre, per non aver neppure visto la sua sepoltura, non avergli dato l’ultimo addio. Nessuno ebbe più nostre notizie, solo mia zia, la sorella della mamma sapeva della nostra fuga ed era stata lei ad indirizzarci da alcuni parenti genovesi. Lei non aveva avuto il coraggio di seguirci, un marito l’aveva ancora e con lui si sentiva forte di affrontare la guerra, la dittatura e tutto ciò che ne conseguiva. La mamma invece no, da sola con due figli voleva solo varcare il confine della sua terra d’origine ed essere libera. Libera di far studiare noi, di poter lavorare, di non avere più paura. Libera di poter leggere un libro e decidere da sola quali Dei idolatrare, non più solo Josip Broz Tito.
Scappammo e tutti ci credettero morti, in molti piansero per noi ma noi non avemmo nostalgia di nessuno, solo di papà.
A Genova non ci accolsero come avemmo immaginato, non c’era posto in famiglia per altre tre persone da sfamare.
La parte migliore di mamma, che aveva eccome, dovette uscire e far sì che si rimboccasse le maniche. Trovò lavoro da un panettiere e lavorava tutte le notti, io e mio fratello ci abituammo presto a dormire da soli. Niente più paura del buio, da un giorno all’altro, io e lui stretti nello stesso letto ammortizzava ogni incubo, a parte uno. Non c’era calar del sole in cui non sognassi la sepoltura di mio padre, di potergli portare un fiore e poter pregare sulla sua tomba.
La mia infanzia finì quella notte, dovetti crescere velocemente per aiutare mia mamma a lavorare; la mattina andavo a scuola e al pomeriggio correvo a vendere pane e biscotti.
Così potevamo mantenerci un piccolo appartamento in affitto in centro Genova. Si vedeva il mare dalla finestra di camera nostra e, a volte, allungavo lo sguardo e sognavo che aldilà di quel mare ci fosse la nostra terra, e la mano tesa verso di me di mio papà.
Nonostante le mancanze e gli incubi la mia vita aveva ripreso il suo corso e io e mamma ci facevamo in quattro per non far mancare niente a mio fratello. Quando mamma sentiva al telefono la zia si incupiva e io capivo al volo che si erano parlate. Fino a che arrivò un giorno in cui non ricevemmo più telefonate da lei. Non ci fu bisogno di dirci che era morta, lo capimmo da soli. La vita era stata già abbastanza maestra nei nostri confronti per insegnarci quali erano le disgrazie.
Passarono gli anni e la serenità tornò a impastare le nostre esistenze.
Io incontrai l’amore un giorno, dall’altra parte del bancone del forno, e ci sposammo cinque anni dopo. Mario divenne non solo mio marito, ma anche quel supporto che a me, a mio fratello e alla mamma mancava da anni. Divenne il nostro punto fermo. Ci aggrappammo a lui, io per amore, loro per bisogno.
Ma mai, non passò mai una notte in cui io non sognassi di lui, mio padre, e di tornare sulla sua tomba.
Mario sapeva del mio desiderio e il giorno in cui lo realizzò ero adulta ormai, ma le lacrime che versai erano quelle di una bambina che non aveva mai smesso di pensare al suo papà.
Ci fece una sorpresa e ci disse che ci avrebbe portati a fare un viaggio di qualche giorno, anche a mamma, ormai molto anziana, e a Michele. Non avevamo il coraggio di chiedere dove saremmo andati, avevamo paura che la speranza che avevamo nel cuore potesse fare i conti con la realtà e si frantumasse un’altra volta. Ma quando, mano mano che il treno correva sui binari, ci avvicinammo al confine non avemmo più dubbi. La città era un’altra, erano passati molti anni da quella notte. Andammo davanti alla nostra vecchia casa e suonammo alla porta. Ci aprì una signora, più o meno della mia età. Le dissi soltanto “Noi abitavamo qui, prima…”. Non ci fu bisogno di aggiungere altro e lei di rispondere, ci guardammo per lunghi minuti, complici e solidali di quello che avevamo passato, che aveva subìto un intero paese.
Arrivammo al cimitero tremanti ma felici, impazienti. Ci passammo un intero pomeriggio, a raccontare cose non dette, a raccontare una vita. Mario ci guardava, un po’ in disparte, un po’ imbarazzato per non essere partecipe del nostro dolore, ma comunque rispettoso, come sempre, e sereno per noi.

Per aver realizzato il nostro sogno e per aver cancellato dalle mie notti gli incubi.

Sì, perché da allora, mio padre non mi comparve più in sogno, fu come se finalmente si fosse sentito libero di lasciarmi.
I nostri spazi erano tornati ad avere confini, reali o meno.

Eravamo liberi di vivere le nostre esistenze, consapevoli che, prima o dopo, i nostri destini si sarebbero ricongiunti.

Tags: guerra, Lutto

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