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L’uomo perfetto #15 Lancette

di Paul Khan

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Corrono le lancette. L’uomo perfetto si è trasferito a Bruxelles da pochi mesi. Tanja frequenta lo stesso giro di amicizie che sta nascendo e si consoliderà nei mesi successivi. È nata a Dresda e lavora nella DG Enterprise and Industry.

Ha liscissimi capelli cenere, carnagione di panna, lentiggini su un naso piccolino e grandi occhi di ghiaccio davvero magnetici. Per descriverla nel suo diario, l’uomo perfetto usa l’aggettivo “affidabile”. Io me la immagino con l’ossatura un po’ importante, la giunonica raffigurazione dell’ideale di madre ariana.

In poche criptiche righe, l’uomo perfetto affronta uno dei suoi temi più ricorrenti: l’amore non corrisposto.

Annota di quella sera che mentre ballano in una discoteca, i loro volti e i loro corpi sfiorano più volte il contatto. Ma non scatta la magia. E giù a dar sfogo ai sensi di colpa per non aver avuto il coraggio di ricompensare lo sguardo ardente di Tanja.

Un grillo parlante che mi ricorda mia madre è lì a istigare l’uomo perfetto a lasciarsi andare, a provare, che alla sua età una Tanja è davvero un dono da cielo. Ma lui non ce la fa e si comporta sempre da distaccato, enigmatico, da stronzo.

A pranzo con i colleghi Tanja racconta che anche quest’anno parteciperà a tanti matrimoni, delle sue amiche che sono diventate mamma. Che ha delle coinquiline insopportabili e che sta cercando qualcuno con cui condividere l’appartamento. L’uomo perfetto cambia argomento e dice che quel fine settimana c’è un concerto interessante di un trio di cantautori italiani.

I mesi passano e l’inverno rinasce nella primavera del 2015. Incoraggiata da amiche e colleghe, Tanja continua a proporre colazioni, pranzi, aperitivi, cene. Gli impegni per l’uomo perfetto aumentano. Se c’è una cosa che più gli dà fastidio è alimentare false speranze.

È uno dei giovedì sera del “che cazzo sto facendo”, l’uomo perfetto ha appena incassato una tosta bocciatura ad una sua proposta. Il Cavaliere telefona e chiede conto. Sulla metro i suoi occhi fissano il niente cosmico. All’improvviso vibra il telefono. È Tanja: “ceniamo insieme domani sera?”. In preda ad un attacco di autolesionismo e autocommiserazione, la risposta è immediata: “alle 19:30 al tal locale fighetto”.

Arrivano entrambi puntuali. Lei sfoggia la livrea da competizione e anche l’uomo perfetto non è male con quella giacca con le toppe sui gomiti. Qualche sorriso imbarazzato, si ordina da mangiare e una bottiglia vino rosso. Lei parte subito di punta: “So che sei impegnatissimo, quindi non so quando ricapiterà la prossima occasione. Mi piacerebbe facessimo un botta e risposta in cui ognuno racconta una cosa bella di sé.”

Cacchio sembra un reality televisivo. Lui lo pensa, ma non lo dice. In compenso spara: “hai presente la frase fatta che dice che ci innamoriamo dei pregi di una persona, ma finiamo per legarci a lei per i suoi difetti? Perché a turno ognuno non racconta i suoi difetti?” Dio, quanto lo odio per questa cosa. L’ho letta sul diario e non mi risulta difficile credere che possa averlo detto. Però chiunque non fosse stata innamorata di lui si sarebbe alzata e se ne sarebbe andata.

“Cacchio, sembra uno speed date” avrà pensato lei. Anche se, però, un po’ se l’è cercata. “Ok – fa lei – io affogo i miei dispiaceri nel cibo.” L’uomo perfetto inarca le sopracciglia dallo stupore per tanta improvvisa schiettezza. Ricambiare a tono è dovere: “certe volte mi rendo conto di sentirmi superiore alla maggioranza delle persone.” Passa qualche istante in cui lei avrà si sarà un po’ disgustata di tanta falsa modestia.

Non penso di aver mai avuto vere amiche. Alleate, compagne di chiacchiere, ma neanche un’amica vera”. Cacchio che roba triste. L’uomo perfetto lo ammette, ‘sta cosa tragicomica avrà delle conseguenze devastanti. Ora la persona che ha di fronte gli suscita quella strana alchimia di compassione e pena.

“A me piacerebbe diventare papà. Ho paura che un giorno sceglierò una compagna più per coronare questo desiderio che perché realmente innamorato di lei”.

I loro occhi rimangono sbarrati e un po’ lucidi. Il silenzio cala come un sipario e gli sguardi si abbassano.

Dopo qualche minuto di imbarazzo si prova a cambiare discorso.

Fuori dal locale, è Tanja a parlare: “Andiamo a casa tua?”.

Le lancette dell’orologio. Si sovrappongono una volta l’ora. Ma viaggiano a velocità diverse. E intanto il tempo passa.

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