Storie

L’uomo perfetto #3 Per vivere

di Paul Khan

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Certo è che se ti racconto che lavoro fa l’uomo perfetto, magari lo conosci anche tu e capisci chi è. Quindi, per mantenere un po’ di alone di mistero attorno al suo personaggio, proverò a descrivere la sua professione come farebbe lui, con uno stile un po’ vago ma attento alla sostanza. Prima di tutto bisogna dire che non è un lavoro molto specifico come sarebbe il giornalista, il medico o l’avvocato. Sarebbe difficile trovare una parola sola per indicare la sua professione. Fa un lavoro che si svolge prevalentemente in ufficio, ma ogni giorno incontra tante persone. Ogni tanto deve uscire per delle commissioni e qualche volta gli è perfino capitato di fare delle trasferte all’estero. Quando ha iniziato a fare questo lavoro stava ancora studiando e ha chiesto di poter fare un tirocinio per preparare la tesi. Se non ricordo male, il titolo è “tecnologie dell’informazione per la democrazia partecipativa” – o una cosa del genere.

Il giorno in cui si presentò al suo primo datore di lavoro con questa proposta di tesi, anche il suo interlocutore aveva da poco iniziato a ricoprire la sua posizione. Il suo capo vide negli occhi dell’uomo perfetto la stessa luce ingenua e sognate che ogni mattina vedeva nel suo sguardo riflesso dallo specchio del bagno. Lo assunse principalmente per questo motivo, ma in seguito furono altri a fargli notare che, assumendo l’uomo perfetto, aveva acquisito un valore molto importante. “Per fortuna che c’è lui che riesce a portare i tuoi sogni sulla terra” – gli dissero un giorno. Il suo capo riconobbe subito che con un complimento ad un suo sottoposto, per confronto, si facesse una critica – neanche troppo velata – al suo essere con la testa fra le nuvole. Ma dopo aver digerito una verità sbattuta in faccia con un po’ troppa schiettezza, realizzò quanto l’uomo perfetto avesse questa capacità di passare dalla teoria alla pratica.

Un sottoposto brillante molto spesso provoca una strana combinazione di ammirazione e invidia in chi ha il ruolo di coordinarlo, così anche il suo primo capo non poté sottrarsi totalmente a questi sentimenti. Inconsapevolmente, si sfogava sull’uomo perfetto assegnandogli tantissimi compiti che esulavano dal suo ruolo: la rassegna stampa, il rifacimento del sito web, l’organizzazione di alcuni eventi e perfino la rappresentanza ad alcuni eventi istituzionali cui accampava scuse per non partecipare. Così, nei ritagli di tempo libero, l’uomo perfetto tornava ad occuparsi del progetto per cui era stato assunto.

job interviewInutile nascondere che il primo progetto cui si dedicò non ebbe il successo desiderato. La concomitanza di tanti altri impegni probabilmente fu la prima causa, ma anche il mancato supporto di amici – tra i quali ci sono anche io – che promisero di aiutarlo nel tempo libero, ma erano troppo presi dalle rispettive professioni. Questo primo insuccesso non demoralizzò più di tanto il nostro amico. Infatti nel frattempo erano arrivati piccoli grandi successi – anche superiori alle aspettative – su altri fronti in cui aveva riposto meno speranze, ma che si rivelarono presto la direzione da intraprendere.

Specialmente prima dei trent’anni, ma capita anche adesso. Anche l’uomo perfetto affronta isolate ma periodiche fasi del: “ma che cazzo sto facendo.” Capitano spesso di giovedì sera. Esce dall’ufficio sotto una pioggia fine e fastidiosa e ha come l’impressione che tutti gli sforzi della settimana – e, per solidarietà, di tutta la sua vita- siano stati utili come un tombino tappato dalle foglie di platano. Ma poi il venerdì arrivava una piccola buona notizia – la scopa del netturbino – e l’acqua torna a scorrere. L’uomo perfetto riconosce in quell’inquietudine da una sera un campanello d’allarme. Così quel fine settimana, compatibilmente con impegni presi in precedenza, cerca di ritagliarsi una mezza giornata di solitudine, in compagnia di uno di quei libri consigliati dal professore del liceo per le vacanze estive che aveva puntualmente ignorato, o per una passeggiata sulle colline.

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