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Come quando fuori piove

di Fabio Pirola

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-Giochiamo a scala? – propose il primo.

-Ancora? Che palle, è sempre il solito gioco … non ha ritmo, è lento. – si lamentò il secondo.

-Meglio una mano a texas hold’em – si inserì il terzo, il più disilluso del gruppo.

-Non abbiamo le fiches… e soprattutto non abbiamo i soldi. Se non si gioca a soldi non ne vale la pena. – argomentò il primo.

La proposta era stata bocciata, ma il disilluso se lo aspettava perciò non ci rimase male, anzi sorrise alzando lievemente le spalle. Il secondo, senza dubbio il più combattivo, non ci stava e ribadì come la scala quaranta fosse un gioco che mancava totalmente di agonismo a cui nemmeno gli anziani giocavano più, ormai.carte poker

-Cosa proponi allora, con queste carte?

-Non saprei.

-E allora vedi, bisogna fare così. Scala quaranta.

Anche il combattivo cedette, infine, e si dispose a giocare qualche partita.

-Non facciamone troppe però, sennò faccio prima a tornare a letto.

Il primo fece finta di non aver sentito e iniziò a mescolare le carte. Era lui di certo il più razionale del gruppo, quello che aveva una spiegazione logica per tutto. Distribuì le carte, tredici a testa, e pose le restanti in una pila al centro del tavolo, sollevandone una e mostrandola agli altri.

-Cominci tu. – disse al secondo.

-Me ne devi dare una in più.

E perché mai?

-Deve essere quello che inizia a scegliere tra le sue la prima carta da scartare, e a metterla sul tavolo.

-Questa regola non l’ho mai sentita – disse il primo.

-Dalle mie parti si fa così – ribatté il secondo.

-Sarà.

-Tanto non cambia niente, tredici, quattordici, quindici carte. Dagliele, dai – il terzo voleva calmare gli animi e trovare un modo per superare l’impasse, ma essendo disilluso nemmeno lui ci credeva fino in fondo.

-E comunque, è un gioco piatto. Non ha mordente, lo si vede già da queste cose.

La quattordicesima carta fu data al secondo, il quale sorrise soddisfatto.

-Allora iniziamo, scegli la carta – lo incalzò il primo.

-Un attimo… avete contato le carte?

Il primo e il terzo si guardarono negli occhi.

-Ci saranno tutte, dai…giocatori botero

-No, troppo facile – ribatté il secondo. Riprese le carte di tutti e le contò insieme a quelle impilate sul tavolo. Risultò che il numero era giusto.

-Potevi contare solo quelle sul tavolo e aggiungere le nostre, così non avremmo dovuto ridarle daccapo – osservò il terzo.

-Capirai – rispose il secondo.

Il primo non disse nulla, ma prese in mano il mazzo completo e ridistribuì le carte.

La campana risuonò stridente nelle orecchie dei tre giocatori, facendoli sobbalzare sulle panche. I trenta minuti di ora d’aria erano terminati, e la sala comune del penitenziario del Santo Spirito emise un lungo sospiro di rassegnazione. Fuori pioveva. I tre giocatori si erano accorti solo ora del picchiettare delle gocce d’acqua contro la vetrata sopra di loro, e questo suono sembrò improvvisamente molto più rilassante del silenzio a cui sarebbero tornati di lì a poco.

-Non c’è problema, giocheremo domani. In fondo non è colpa nostra se il tempo è poco. – disse il primo, il più razionale, accettando la situazione con un sorriso benevolo.

-E comunque era un gioco noioso, senza ritmo, piatto. E’ meglio così, non ci saremmo divertiti – rincarò la dose il secondo.

Il terzo, il più disilluso, avrebbe voluto ribattere a tutti e due che il tempo sarebbe bastato se loro fossero stati più accomodanti, se avessero pensato davvero a giocare e non a litigare tra loro, se si fossero davvero resi conto che lì dentro il tempo libero era poco, che andava centellinato a vissuto appieno ogni minuto, perché era l’unica forma di libertà che avevano e dovevano tenersela stretta, darle valore per non finire per perdere anche quella. Ma decise di non dire nulla, si alzò dalla panca con gli occhi bassi e si avviò con passo indolente dietro ai due compagni, diretti ognuno alla propria cella. Varcarono lenti e ordinati la soglia della sala comune e si salutarono, dandosi appuntamento per l’indomani.

-Solito gioco? – propose il primo.

-Vedremo – rispose il secondo.

Il terzo non rispose, ma gli altri due non ci fecero caso, perché a loro era sempre sembrato un tipo un po’ strano. Come se non avesse mai davvero voglia di giocare con loro.

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