Storie

Tutto tranne le ragazze

di Serena Tesei

Pubblicato il

Questa è la storia di Michele e del suo paesino, tanto piccolo da non essere nemmeno menzionato sulla carta geografica, così insignificante da essere sconosciuto ai più.
Il paese, che per comodità chiamerò X, è quasi privo di giovani, e i pochi che ci sono non possono essere definiti tali. Sono tutti perfettamente inseriti, usano un linguaggio forbito, vestono tutti uguali e  rispettano le regole. Questo significa che hanno un coprifuoco, ottimi voti a scuola, attenzione alle apparenze e al non far parlare troppo di sé, ma non hanno la minima idea di come giri veramente il mondo.
Sì, perché in questo paese le persone credono di sapere tutto di tutti. Del resto, è il rischio che si corre a vivere in una città piccola come questa.

Oltre a i suddetti “non” giovani, il paese X è abitato anche da un sacco di vecchietti. Se li incontri per strada possono sembrarti simpatici con il loro sorriso semi-sdentato, e la voce stridula con la quale urlano: «ma come sei cresciuto!». Ma in realtà sono peggio delle sentinelle. Sembrano ciechi e mezzi sordi, ma vedono e sentono tutto! E quando si stancano di “osservare”, si rifugiano nei loro bar di fiducia per raccontare “fedelmente” ad altri vecchietti tutto quello che pensano di aver visto, alimentando così i pettegolezzi del paese.
Se non sei di qui difficilmente noti questi particolari, ma quando vivi nel paese X per quasi diciannove anni, ad un certo punto, inizi a farci caso.

In poche parole, se non rispetti “le regole” vieni etichettato come “diverso”, “anormale” o “tipo poco raccomandabile e spostato”, proprio come venne definito Michele qualche anno fa.
Ma procediamo con ordine. Vi chiederete di che tipo di regole sto parlando.

Sono poche ma molto chiare:
1. Vivere una vita “rispettabile”, che tradotto nel linguaggio del paese X significa: i panni sporchi te li lavi in casa tua. Fai quello che vuoi ma mantieni salde le apparenze;
2. Frequentare i posti giusti: la chiesa e il bar del paese in primis. Seguono la scuola privata e il cinema del prete (che seleziona personalmente le pellicole da proiettare);
3. Frequentare le persone giuste.
Io e Michele non siamo mai riusciti a far parte di questa categoria. Inutile dire che questo sia sempre stato motivo di orgoglio per noi.
Dunque, mentre Michele è stato definito un tipo “spostato”, io sono stata etichettata come “anormale” perché a sedici anni per ben due volte ho cercato di scappare di casa. Ci tengo a sottolineare che all’epoca non avevo la più pallida idea di dove sarei voluta andare, ma scappare è sempre stato un pensiero affascinante per me, e così mi sono detta: “o la va o la spacca!”
Nel mio caso non è proprio andata. Non so come, ma mio padre è sempre riuscito a trovarmi, per poi suonarmele di santa ragione. Quando si dice “i rischi del mestiere”: fuggire non è proprio un’impresa facile!
Insomma, io e Michele non abbiamo mai rispettato le regole: le nostre famiglie non sono “rispettabili” e non abbiamo mai frequentato i posti giusti.

Non siamo mai stati come la maggior parte dei nostri coetanei.  Mentre i nostri compagni di scuola si chiudevano in casa a studiare, io e Michele passavamo i pomeriggi nella biblioteca comunale, gestita da sua madre. Dovreste vederla, è una donna bellissima. Ha dei lunghi capelli neri e le ciglia foltissime e, dato che è francese, ha un accento molto particolare e ogni tanto, quando conversiamo, si dimentica di conoscere l’italiano e inizia a parlare nella sua lingua, agitando le mani e spostandosi dagli occhi il lungo ciuffo nero che puntualmente le ricade. Io non capisco quasi nulla di quello che dice, ma ascoltarla è davvero un piacere. Amélie (questo è il suo nome) ha una cultura vastissima: è laureata alla Sorbona ed è stata la prima a incoraggiare la mia passione per la poesia. Tutte le sere, quando la biblioteca chiude, vado a casa di Michele e sua madre ci prepara cene buonissime. Ogni sera un piatto diverso, ogni sera una canzone di Charles Trenet.
Amélie ha quasi quarant’anni (ma non lo dite mai davanti a lei perché altrimenti si arrabbia) e vive con una donna che si chiama Camilla.
Camilla assomiglia ad Anna Karina e le sue specialità sono le torte al cioccolato e i primi piatti. È una scrittrice abbastanza famosa e qualche mese fa le ho fatto leggere le mie prime poesie che le sono piaciute molto. La famiglia di Michele è sempre stata accogliente con me e non mi ha mai definita “anormale”, ma poiché è formata da due donne va contro le “regole” ed è considerata diversa. I vecchi di Amélie e di Camilla dicono che non sono “regolari” e che non c’è da stupirsi se Michele «si interessa di tutto. Di tutto tranne che delle ragazze».

È curioso, e allo stesso tempo triste, pensare che la maggior parte delle persone pensi di conoscere Michele. La verità è che non sanno niente di lui. Non sanno, ad esempio, che è un grande osservatore. È silenzioso e fa poche domande, e quando sorride è sempre sincero. Anche se non me lo dice, so che è spesso inquieto. Lo noto da come agita la testa, dal suo sguardo, dal fatto che quando gli chiedo cosa succeda mi risponde sempre «Niente». Io so che non è vero, perché nella sua testa c’è un mondo intero, troppo grande per essere contenuto in un piccolo paese come questo. Non sanno che spesso si sente solo. Non sanno nemmeno che è innamorato, e che il suo ragazzo riesce a renderlo felice anche se litigano spesso. Non sanno quanto è difficile vivere con tutti questi pregiudizi addosso. Cose che quei simpatici vecchietti non sanno e non apranno mai. Ma Michele, Amélie, Camilla ed io ce ne freghiamo.

«Come si fa ad essere tristi quando ascolti Charles Trenet e mangi una fetta di torta al cioccolato?» Questa è la filosofia di vita di Amélie e io sono d’accordo con lei. Quando la voce di Charles Trenet inizia a cantare solo per te, e tu stai assaggiando una delle torte al cioccolato più buone del mondo in compagnia dei tuoi amici più cari che proprio come te vanno contro le regole, credetemi, è impossibile non essere felici.

Questa è la storia di Michele e del suo paesino, tanto piccolo da non essere nemmeno menzionato sulla carta geografica, così insignificante da essere sconosciuto ai più.
Il paese, che per comodità chiamerò X, è quasi privo di giovani, e i pochi che ci sono non possono essere definiti tali. Sono tutti perfettamente inseriti, usano un linguaggio forbito, vestono tutti uguali e rispettano le regole. Questo significa che hanno un coprifuoco, ottimi voti a scuola, attenzione alle apparenze e al non far parlare troppo di sé, ma non hanno la minima idea di come giri veramente il mondo.

Sì, perché in questo paese le persone credono di sapere tutto di tutti. Del resto, è il rischio che si corre a vivere in una città piccola come questa.

 

Oltre a i suddetti “non” giovani, il paese X è abitato anche da un sacco di vecchietti. Se li incontri per strada possono sembrarti simpatici con il loro sorriso semi-sdentato, e la voce stridula con la quale urlano: «ma come sei cresciuto!». Dico che “possono sembrarti simpatici” perché questi vecchietti sono peggio delle sentinelle. Sembrano ciechi e mezzi sordi, ma in realtà vedono e sentono tutto! E quando si stancano di “osservare”, si rifugiano nei loro bar di fiducia per raccontare “fedelmente” ad altri vecchietti tutto quello che pensano di aver visto, alimentando così i pettegolezzi del paese.
Se non sei di qui difficilmente noti questi particolari, ma quando vivi nel paese X per quasi diciannove anni, ad un certo punto, inizi a farci caso.

In poche parole, se non rispetti “le regole” vieni etichettato come “diverso”, “anormale” o “tipo poco raccomandabile e spostato”, proprio come venne definito Michele qualche anno fa.

Ma procediamo con ordine. Vi chiederete di che tipo di regole sto parlando.


Sono poche ma molto chiare:
1. Vivere una vita “rispettabile”, che tradotto nel linguaggio del paese X significa: i panni sporchi te li lavi in casa tua. Fai quello che vuoi ma mantieni salde le apparenze;

2. Frequentare i posti giusti: la chiesa e il bar del paese in primis. Seguono la scuola privata e il cinema del prete (che seleziona personalmente le pellicole da proiettare);

3. Frequentare le persone giuste.

Io e Michele non siamo mai riusciti a far parte di questa categoria. Inutile dire che questo sia sempre stato motivo di orgoglio per noi.

Dunque, mentre Michele è stato definito un tipo “spostato”, io sono stata etichettata come “anormale” perché a sedici anni per ben due volte ho cercato di scappare di casa. Ci tengo a sottolineare che all’epoca non avevo la più pallida idea di dove sarei voluta andare, ma scappare è sempre stato un pensiero affascinante per me, e così mi sono detta: “o la va o la spacca!”

Nel mio caso non è proprio andata. Non so come, ma mio padre è sempre riuscito a trovarmi, per poi suonarmele di santa ragione. Quando si dice “i rischi del mestiere”: fuggire non è proprio un’impresa facile!

Insomma, io e Michele non abbiamo mai rispettato le regole: le nostre famiglie non sono “rispettabili” e non abbiamo mai frequentato i posti giusti.

 

Non siamo mai stati come la maggior parte dei nostri coetanei. Mentre i nostri compagni di scuola si chiudevano in casa a studiare, io e Michele passavamo i pomeriggi nella biblioteca comunale, gestita da sua madre. Dovreste vederla, è una donna bellissima. Ha dei lunghi capelli neri e le ciglia foltissime e, dato che è francese, ha un accento molto particolare e ogni tanto, quando conversiamo, si dimentica di conoscere l’italiano e inizia a parlare nella sua lingua, agitando le mani e spostandosi dagli occhi il lungo ciuffo nero che puntualmente le ricade. Io non capisco quasi nulla di quello che dice, ma ascoltarla è davvero un piacere. Amélie (questo è il suo nome) ha una cultura vastissima: è laureata alla Sorbona ed è stata la prima a incoraggiare la mia passione per la poesia. Tutte le sere, quando la biblioteca chiude, vado a casa di Michele e sua madre ci prepara cene buonissime. Ogni sera un piatto diverso, ogni sera una canzone di Charles Trenet. Amélie ha quasi quarant’anni (ma non lo dite mai davanti a lei perché altrimenti si arrabbia) e vive con una donna che si chiama Camilla.

Camilla assomiglia ad Anna Karina e le sue specialità sono le torte al cioccolato e i primi piatti. È una scrittrice abbastanza famosa e qualche mese fa le ho fatto leggere le mie prime poesie che le sono piaciute molto. La famiglia di Michele è sempre stata accogliente con me e non mi ha mai definita “anormale”, ma poiché è formata da due donne va contro le “regole” ed è considerata diversa. I vecchi di Amélie e di Camilla dicono che non sono “regolari” e che non c’è da stupirsi se Michele «si interessa di tutto. Di tutto tranne che delle ragazze». E’ curioso, e allo stesso tempo triste, pensare che la maggior parte delle persone pensi di conoscere Michele. La verità è che non sanno niente di lui. Non sanno, ad esempio, che è un grande osservatore. È silenzioso e fa poche domande, e quando sorride è sempre sincero. Anche se non me lo dice, so che è spesso inquieto. Lo noto da come agita la testa, dal suo sguardo, dal fatto che quando gli chiedo cosa succeda mi risponde sempre «Niente». Io so che non è vero, perché nella sua testa c’è un mondo intero, troppo grande per essere contenuto in un piccolo paese come questo. Non sanno che spesso si sente solo. Non sanno nemmeno che è innamorato, e che il suo ragazzo riesce a renderlo felice anche se litigano spesso. Non sanno quanto è difficile vivere con tutti questi pregiudizi addosso. Cose che quei simpatici vecchietti non sanno e non apranno mai. Ma Michele, Amélie, Camilla ed io ce ne freghiamo.
«Come si fa ad essere tristi quando ascolti Charles Trenet e mangi una fetta di torta al cioccolato?» Questa è la filosofia di vita di Amélie e io sono d’accordo con lei. Quando la voce di Charles Trenet inizia a cantare solo per te, e tu stai assaggiando una delle torte al cioccolato più buone del mondo in compagnia dei tuoi amici più cari che proprio come te vanno contro le regole, credetemi, è impossibile non essere felici.

 

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4 commenti per “Tutto tranne le ragazze

  • Sara Pas. ha detto:

    Fantastica a dir poco!

  • antonella ha detto:

    TU VEDI IL MONDO SPACCATO IN DUE :da una parte chi è contro le regole e questi sono sempre i meglio ; dall’altra chi le accetta e sono sempre i peggio.A mio modesto avviso è una concezione un po’romantico-bohemien, poco realista ….è vero ci sono i pregiudizi ,l’ipocrisia ,la falsità di certi adulti che sono esecrabili ,non condivisibili ; ma ci sono anche i pregiudizi di “certi “giovani che ghettizzano a loro volta chi non parla come loro chi non si veste com e loro , chi non sballa come loro ….L’ESSERE GIOVANE O MENO GIOVANE O VECCHIETTO non è di per sè positivo o negativo non è l’anagrafe che fa la differenza ma i contenuti che si propongono, l’elasticità mentale che permette di ascoltare anche chi la pensa diversamente, la capacità di accogliere valorizzando ciò che c’è di buono in ogni età.Mi sembra un po’semplicistico ritenersi vittime del mondo crudele degli adulti .il buono va colto ovunque esso sia epoi si parte e se si è in possesso di qualcosa che è meglio si propone si lotta si costruisce ; si parte da dove sono arrivati altri i “vecchietti “per costruire qualcosa di nuovo e migliore .PIANGERSI addosso non serve .Se si ritiene di poter fare meglio ci sirende autonomi in grado di bastare a se stessi e si costruisce un mondo che ci piaccia di più ….L’ESERCIZIO LINGUISTICO è PREGEVOLE CONTINUA ASCRIVERE .SO CHE FORSE MI ODIERAI PER QUELLO CHE TI HO SCRITTO MA HO LE SPALLE FORTI , EHO CREDUTO GIUSTO DIRTI IL MIO PENSIERO .AFFETTUOSAMENTE ANTONELLA

  • Lorenzo ha detto:

    Gerontofobia?

  • Michi ha detto:

    bella…

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