Storie

Nel mezzo delle guerre di nostra vita

di Giada Magnani

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Nel mezzo della preparazione di una torta Sacher, mi ritrovai in una situazione astrusa, ché la farina in credenza era finita. Ahi quanto a dir quant’era torta dura, se non avessi deciso di interrompere il mio cucinare, per domandare ai vicini d’appartamento, che mi prestassero un po’ di farina di frumento.

Discesi le scale, trasportato dentro al secchio d’acqua sporca dell’addetto alle pulizie, Tonio Carontelli, che mi condusse al piano inferiore remando col Mocho Vileda. Scorsi sul primo campanello la scritta “gli Schizzati” e mi spaventai perchè, sebbene fuori dalla porta, sentivo urla e stridore di piatti. La madre gridava contro la figlia, sbronza dalla notte scorsa e intenta ad abbracciare il water. La figlia minore urlava contro i muri, perchè non riusciva ad ascoltare la TV. Il padre, chiuso nello studio, gridava d’abbassare la TV perchè aveva una telefonata importante in corso. E dall’altra parte della cornetta si sentiva l’ugola dell’amante che lo istigava a lasciare quel posto di matti e fuggire con lei a Bora Bora, nel girone Ventoso Ventoso dei lussuriosi. Capii che nessuno della famiglia aveva un occhio e una parola gentile per l’altro, e chiedere di capire le mie esigenze sarebbe stato un flop totale.

Mi incamminai verso il piano inferiore ed entrai dalla porta dei signori “Specchiati”, ritrovandomi nel mezzo di un Pigiama Party in tre stanze diverse. In una stanza c’erano ragazzine seminude davanti ad enormi specchi, che cercavano tracce di cellulite sulle cosce. S’alzò ad un tratto un grido d’orrore, e tutte si precipitarono a sorreggere una di loro che, bianca quanto la crema Nivea, s’accasciò a terra indicando un punto nero che aveva preso dimora sul suo naso.
Nella seconda stanza, vidi le loro madri, corazzate con l’accappatoio stretto in vita, asciugamani in testa, ciabatte antiscivolo e guanti in plastica, che combattevano armate di creme antirughe, maschere scrubs anti-age, effetto lifting, super peeling una guerra contro i nemici del corpo giovane. Alla fine della lotta, sfinite e sommerse da giornali di moda, si ricaricavano spalmandosi argilla del Mar Morto sulla pancia e bevendo tisane al Finocchio e The Verde.
I mariti nella terza stanza, tutti chirurghi famosi laureati con 110 e lode (bacio accademico con lingua), le chiamavano una ad una per tastarle e scrivere sulla pelle delle mogli “taglia qui” “ricuci là” “questa ruga è peggio del Nilo” etc. Nessuno s’accorse della mia presenza, perchè ognuno era preso dal proprio riflesso allo specchio. Così, proseguii il mio cammino verso il piano più in basso, nell’appartamento degli “Impegnati”.

Un signore, solo in mezzo alla stanza, parlava al cellulare mentre altri telefoni sparsi per la casa squillavano. Quell’uomo aprì al contempo un computer portatile laccato in nero, e mentre inseriva la password, un microonde suonò. Riuscì ad aprirlo usando l’alluce del piede e continuò a conversare al telefono riuscendo a scrivere una mail ad un collega del Giappone. Suonò il suo cercapersone e lo spense usando il gomito, poi afferrò un’agenda elettronica avvicinandola con la lingua e segnò un importante appuntamento previsto per il giorno dopo. Con un ginocchio sfogliava il giornale per controllare le azioni in Nevada e Cambogia ma continuando a scrivere la mail, parlare al cellulare, masticare il tortino caldo del microonde, e leccare l’agenda elettronica per segnare altri appuntamenti. Attivò la webcam dandole una testata e riuscì a connettersi via Skype con un impresario Indiano al quale comunicò le sue ultime decisioni attraverso dei segnali di fumo emessi con il sigaro che stringeva in bocca. Capii che in questa casa avrei trovato solo tortini preconfezionati e niente farina, e discesi al piano inferiore, all’appartamento delle “Pettegole”.

Qui, un quadretto di vecchiette affacciate ad un immenso balcone, mi dava le spalle. Tra i gerani erano nascoste telecamere d’avanguardia, telescopi, cannocchiali, binocoli e tutte s’affannavano a dettare quello che accadeva aldilà da loro. Una vecchietta arricciata su se stessa come una noce prendeva appunti, un’altra manovrava con un registratore, segnava date e nomi su videocassette e archiviava il tutto. Si leggevano cose tipo “la moglie del fratello del cugino del macellaio lancia un’occhiata alla figlia della nuora del padrone del caseificio”, “La carne e il formaggio si danno appuntamento al parco”, “Nuovi incontri tra proteine” etc. Se di proteine si parlava, non m’azzardai a chieder farina, e con la paura di essere osservato da qualche binocolo continuai il viaggio verso il basso, dove il caldo aumentava.

Gli “Impresari” si giocavano a dadi le proprietà di un contadino in debito e i “Dipendenti” si scolavano bottiglie di alcolici per dimenticare il fatto che non riuscivano a smettere di bere. I “Computerati” si inventavano vite parallele al computer, dimenticandosi quale fossero la loro identità e vita reali: restavano chiusi in un’unica stanza a fissare lo schermo, chiedendosi in quale casa tornare per cena. Devo essere nella tenuta contadina a Farmville, o fare la spesa per sfamare i figli che avuti con un’elfa incontrata a Mordor?

Giunsi infine al seminterrato. Stretto, buio ed opprimente. Vi trovai il silenzio. Quiete, pace, niente fuoco e niente grida. Una famiglia era seduta attorno a una tavola in legno, che si muoveva per i tarli che la abitavano. Erano tutti stretti intorno a una tavola, su cui notai un’ala di pollo e una piccola unica fetta di torta, color fuliggine. Era quasi buio, c’era odore di umido, e lo sporco che si percepiva nella stanza sembrava fosse dovuto al fumo delle candele. Mi parvero stranieri e immaginai che il signore a capotavola fosse il padre, cinque figli tutt’intorno, la madre che si affacendava in cucina e una vecchietta scricchiolante su una sedia, che mi fissava in silenzio come fossi IO lo straniero.
Scusate l’interruzione – balbettai – Ero in cerca di farina”. I figli smisero di grattare l’unto dai piatti per cercare di sfamarsi, e il padre alzò la testa abbandonando il tentativo di dividere un’ala di pollo in 8 porzioni. Spiegai della mia torta Sacher, dei piani che avevo visto di sopra, delle guerre in famiglia, con il corpo, con il tempo, con le vite private degli altri, con il potere, con l’irreale e del fatto che non potevo capire come nessuno avesse un po’ di farina da darmi e che a pensarci bene mi sfuggiva il senso del loro essere lì in quel momento. “Vuole unirsi a noi?” chiese la moglie, la pelle color cioccolato e il sorriso color della luce. Mi offrì tutta la fetta di torta che era centro tavola.  “Così, anche se non abbiamo lo zucchero, perlomeno le passerà la voglia di dolce.” Giurai di aver colto dello sgomento negli occhi di uno dei bambini alla tavola, quando presi quel minuscolo dolce in mano e m’avviai perplesso verso la porta. Pensai che forse stavo sognando, che non esistono situazioni del genere ai nostri tempi, soprattutto in un appartamento nelle nostre città. E che l’affitto dell’appartamento non potevano pagarlo se fossero stati davvero tanto poveri. Chiusi la porta arrugginita alle spalle, per non disturbare quell’atmosfera di luce e ombra, rumore di tarli, di piatti vuoti e pance che brontolano. E pensai che se m’avevano offerto quel dolce di sicuro dovevano averne dell’altro. E che poi, con le corse ai saldi, le guerre al sottocosto dei supermercati non potevano avere tutti quei grossi problemi come volevano farmi credere.

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