Storie

Notturnobus

di Giada Magnani

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Prendiamo un personaggio inventato di nome G. che vuole scrivere un articolo per un blog. Uno di quei blog fondati da ragazzi con la speranza di cambiare il mondo ma troppi pochi soldi per farlo. E fingiamo che il tema del mese sia “La notte”. Tema misterioso che eccita l’animo degli scrittori inquieti e inquieta l’animo degli scrittori in cerca di pace. G., con block- notes nello zaino e penna in tasca, esce dall’appartamento bolognese alle 23.07. Appena in strada, imbocca un vicolo che puzza di piscio e alcol e si trova in via Corticella per prendere l’autobus, il 27 A. Scriverò sulla vita notturna degli autisti, si dice soddisfatta appena le porte si aprono e poi si siede sul sedile dietro in attesa che un po’ di coraggio la spinga a parlare con il conducente. Gli chiederò nome e cognome, poi a che ora si sveglia, qualcosa sul lavoro, fatti strani che capitano di notte.

Fermata Ca’ de Fiori. Entra un ragazzo incappucciato, occhi color petrolio e sudore sulla fronte. Di quei ragazzi che non vorresti che tua figlia ti presentasse e che faresti di tutto per non incontrarli di notte su un autobus. Tiene stretta una borsa di pelle in una mano, l’alito che odora di alcol e un cane nero che lo segue lasciando gocce di bava a ogni passo. Dietro di lui arriva una vecchietta che corre a piccoli passi, un po’ per le gambe gonfie e un po’ per non fare brutta figura. I capelli color lana, la camicetta di uncinetto e una borsetta trovata in qualche angolo remoto dell’armadio. Si aggrappa alla maniglia della porta e sbotta perché una scarpa gli si incastra nel salire. «Vuole una mano?», le chiede una mulatta dietro di lei. «Non mi tocchi!», grugnisce la vecchietta disgustata. E poi spenga quella sigaretta che non sopporto il suo fumo. Si sistema la giacca raggrinzita e va a sedersi nel posto dietro, pregando gli dei del cielo di liberare Bologna dagli stranieri, soprattutto dalle puttane.
La ragazza mulatta sembra fregarsene di tutto. Appoggia la testa contro il vetro e si rigira il cellulare tra le dita come fosse un rosario. Squilla più di una volta ma non risponde perché è intenta a muovere le labbra facendo un serio discorso a se stessa. Si tocca il taglio che ha sullo zigomo e la pancia le brontola. Poco male, poco dopo si mangia la lacrima che le è scesa dall’occhio spento. La vecchia dietro mugugna qualcosa contro i cellulari, soprattutto quelli stranieri, e poi scende.

Fermata Sacro Cuore. Salgono due coppie di fidanzatini, il fiato veloce, un sorriso eccitato. «Ce l’abbiamo fatta, altrimenti ci toccava prendere l’11». Il tram frena di colpo, una bottiglia sbatte per terra. Uno dei ragazzi, quello con il pizzetto grigio e gli addominali scolpiti, si aggrappa ai jeans dell’altro ragazzo. Scivola uno sguardo malizioso tra i due e poi più niente. Le due donne invece si  tengono per mano già da un po’. Lo sguardo rassegnato verso il mondo fuori dal finestrino, ma con il respiro sincronizzato.

Fermata Autostazione N. Si scostano per far uscire il ragazzo incappucciato. Accarezza il cane bavoso e dalla borsa di pelle che odora di marcio si intravede uscire un romanzo rosa della serie Harmony. Sbatte con la spalla contro una nera dai fianchi larghi e il vestito color lampone che tenta di salire senza svegliare il fagotto che ha legato alla pancia. Quel bambino sembra morto, schiacciato sotto un seno tanto grande. Dalle borse di plastica che ha in mano, tra vestiti stropicciati e residui di cibo sbriciolato, tira fuori un biglietto del tram e lo timbra. La prima a farlo dopo mezz’ora di corsa.

Una notte trascorsa in autobus è come sfogliare un libro che parla di vite che non vorremmo conoscere. Quelle scomode, che di giorno sono nascoste in qualche angolo o troppo inconsuete per esser considerate. Ma di notte la società se la dorme e ci si trova faccia a faccia con un pezzo di verità innegabile. E vengono i brividi pensando a tutto quello che non possiamo o vogliamo guardare.
G. ha pensato a quel libro nel  borsone, ai brontolii della vecchietta per bene, al biglietto stropicciato ma timbrato, alle lacrime mangiate, all’amore tra due coppie di fidanzatini. E poi ha riflettuto sulla luce del sole che di giorno illumina, sì, ma maschera. Alla notte che con il buio invece riesce a far luce su ciò che è nascosto. Che esistono cose che non vogliamo vedere presi dalla fretta e dai ruoli che vestiamo. Che molto di ciò che vediamo andrebbe osservato aldilà di ciò che pensiamo, nonostante la notte sia buia. Che non ha voglia di mettersi a parlare con l’autista perché romperebbe quell’equilibrio di vite in cui si è trovata a far parte, chiusa in una scatola arrugginita. E che tornerà in appartamento senza sapere se scrivere riflessioni piuttosto banali sulla vita di giorno e la vita di notte. Del giorno e della notte che ogni persona ha dentro di sé. Un uomo ubriaco, forse drogato ha iniziato a russare. Qualcuno ha preso paura. Altri sorridono.

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