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Un buco nell’acqua – È arrivata Curon, serie tv Netflix senza profondità

di Elisa Tomasi

Pubblicato il

Locandina Curon serie tv Netflix

(Credits: Netflix; rielaborazione: Marco Frongia)

Oggi vi parliamo di Curon, serie tv ambientata sulle rive del lago di Resia, Alta Val Venosta, Alto Adige.

Precisamente a Curon (chi l’avrebbe mai detto dal titolo?!) ovvero Graun per quelli del luogo, che l’italiano lo bazzicano poco.

 La cosa forse più sovrannaturale che effettivamente accade in Curon è proprio questa: parlano tutti italiano e senza accento per giunta. A parte qualche rara eccezione di frasi teutoniche piazzate qua e là, sembra che un sortilegio sia stato scagliato su Curon: la popolazione del paesino come d’incanto mette da parte la lingua del suo quotidiano e si mette a dialogare in italiano.

Curon Serie tv vs Curon nella realtà: il campanile sommerso del paese

Curon Serie tv Vs Curon nella realtà: il celebre campanile (Credits: Alice Rampazzo)

Questo è un aspetto tragicamente ironico se si pensa all’effettiva storia del paese sommerso di Curon. Nel 1950, infatti si decise di inabissare il vecchio paese per congiungere il lago di Curon con quello di Resia, e formare così un gigantesco bacino idrico per la produzione di energia idroelettrica.

All’annuncio dell’ampliamento della diga non vi furono obiezioni da parte dei paesani e così, nel 1950, l’azienda responsabile dei lavori iniziò il dislocamento della popolazione di Curon, sommergendo poi il vecchio paese. Il problema fu che nessuno a Curon aveva compreso che la diga avrebbe inondato le loro case: la comunicazione era scritta in italiano!

L’iconico campanile della vecchia chiesa che svetta sulle calme acque del lago è anche il simbolo malinconico di quella vecchia storia.

Curon Serie tv di Netflix dall’ottima location

Unica certezza di questa serie di Netflix, uscita la scorsa settimana, è che l’ambientazione, i luoghi, sono centrati. La location è perfetta per le intenzioni che hanno guidato questa produzione televisiva. Curon è una serie tv che si prefiggeva di far apparire il sommerso, l’inquietudine sottesa, e che ha trovato il perfetto riscontro visivo nello specchio d’acqua del lago di Resia e nel suo passato. Le intenzioni c’erano ed erano buone, il risultato: discutibile.

Curon è a grandi linee la storia di un ritorno al paese natio di una donna con i suoi due figli, gemelli. Da notare il leggero ammiccamento di questa scelta nella sceneggiatura a evidenziare “sottilmente” il macrotema della serie: il doppio.

Eppure la tematica era già in perfetta armonia con l’ambiente lacustre: un perfetto gioco di riflessi con l’acqua cheta del lago e il paesino sommerso speculare a quello in superficie.

Curon serie tv che non ti fa mai vedere il campanile di giorno

(Credits: Alice Rampazzo)

L’inquietudine era già iscritta nello stesso bacino idrico di Resia: un enorme specchio che distorce l’immagine di chi si avvicina e fa riemergere parti del sé nascoste. A simbolo di ciò il suo campanile solitario, perfetta sintesi delle intenzioni per una serie che vuole sfruttare l’elemento sovrannaturale per raccontare della naturale doppia natura umana.

Dire troppo (e dirlo male)

La grande difficoltà di Curon come serie televisiva è però quella di allargarsi: nella realizzazione vi è la tendenza a coprire quanti più spazi possibili dell’immaginario.

Episodio dopo episodio Curon diventa sempre più un amalgama informe di topos della letteratura, del cinema, del folklore, della televisione, della cultura popolare. Tutti rigorosamente piazzati lì alla rinfusa, senza un vero lavoro di ricontestualizzazione, riappropriazione, ulteriore significazione. Non vi è una rilettura di questi riferimenti, ma semplicemente vengono inseriti come elementi accessori alla narrazione.

Nell’arco narrativo della serie vediamo comparire un’immagine tanto cara al romanzo gotico, ovvero la mad woman in the attic (“la pazza in soffitta”), ma rimane appunto solo questo: un’effimera immagine senza ulteriore sviluppo o ampliamento effettivo del personaggio.

Si hanno alcuni elementi di folklore altotesino: le maschere del Krampus ad esempio, ma anche qui rimangono una suggestione appesa al muro.

Il cinema dell’orrore appare come supporto a far crescere la tensione di alcune scene ma sul lungo periodo si trasforma il tutto in una sequenza di cliché, che a tratti assume le sembianze di una parodia.

Curon vuole camminare sulle acque, ma sprofonda nell’abisso del trash

Curon forse voleva essere troppe cose in una. Ecco così spiegato anche il suo carattere da teen drama, che in questa situazione di sovraccarico di riferimenti, scade nel trash più profondo. A volte divertente, a volte squallido.

In sostanza, manca la sostanza: ci si è concentrati quasi esclusivamente sull’apparire qualcosa, dimenticandosi di raccontare quel qualcosa. In alcuni momenti, addirittura, si può tranquillamente pensare agli sceneggiatori di Curon come a quelli de Gli occhi del cuore di Boris:

In particolare la propensione di Curon è quella di dimenticarsi di approfondire e in questo non aiuta la superficiale lettura dei personaggi. Il tema del doppio dovrebbe teoricamente creare dei protagonisti estremamente complessi: ma qui paiono dei cartonati bidimensionali con un lato alla luce e uno nell’oscurità.

Questa mancanza di profondità è ulteriormente aggravata da una recitazione che tende al “teafalchismo” di alcuni attori. Un atteggiamento che costringe lo spettatore a guardare una serie televisiva nella sua lingua madre con i sottotitoli. Chi ha visto 1992 sa di cosa stiamo parlando.

 

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