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Psicologia italiana vs Resto del mondo – Storia di una svalutazione

di Benedetta Giagnorio

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Mi spiace, ma devo dare i numeri, almeno, per quanto riguarda lo stato dell’arte nella psicologia italiana ed europea.

"Non mi starai mica psicanalizzando?". Come vedremo, una frase che (fuori contesto) sembra accompagnare piuttosto spesso chi si interfaccia con la psicologia italiana

(Credits: Benedetta Giagnorio e Marco Frongia)

In Italia noi psicologi siamo in 109.524 (Dati 2018). 180 ogni 100mila abitanti.

Guardiamo al resto del mondo. Nel Regno Unito siamo 31 ogni 100mila abitanti, negli Usa 32, in Francia 84. La nazione con più concentrazione di psicologi al mondo è l’Argentina: 198 ogni 100mila abitanti, poco più di noi.

A guardare queste cifre direste che siamo troppi. Ed è vero! Siamo una marea di psicologi in un mercato saturo, che si combattono i resti di una carcassa già dilaniata da altre nicchie di lavoro.

Lo stato attuale della psicologia italiana merita una riflessione

In mancanza di dati statistici aggregati, la vostra psicologa in pigiama calcola a mente il rapporto psicologi/popolazione.

Che bella immagine.

Eppure, i numeri non finiscono qui.

Secondo l’Oms, la sanità pubblica italiana ha poco meno di quattro psicologi ogni 100mila abitanti. Adulti e infanzia messi insieme. In Paesi a reddito paragonabile a quello italiano, ne troviamo 10, e non 3,8 (dato esatto) all’interno delle Asl pubbliche. Questo vuol dire che pur avendo meno psicologi in totale, altre nazioni investono nella salute mentale pubblica il triplo della bella Italia.

Psicologia italiana – Siamo culturalmente pronti al benessere?

In Argentina, la cultura psicologica è altamente sviluppata. Andare in terapia è la norma: nessuno si sognerebbe mai di discriminare chi decide di rivolgersi a uno psicologo. Non c’è stigma, non c’è paura. Il grande popolo italiano, invece, di fronte a uno dei primi servizi pubblici gratuiti di ascolto e supporto psicologico, offerto men che meno dal Ministero della Salute per l’emergenza Covid-19, risponde che non abbiamo bisogno di chiacchiere, vogliamo i soldi (vi invito a leggere i commenti al post, è quasi imbarazzante).

È chiaro che il supporto psicologico viene visto come inutile, un bene di lusso e uno spreco di tempo in un periodo di emergenza sanitaria, economica e sociale. Preso da un eterno benaltrismo, il popolo italiano ha a sua disposizione un numero elevatissimo di psicologi, di cui però sembra non aver bisogno. Intanto, il disagio psicosociale crea danni economici reali, mica finti.

Giusto per farvi un esempio veloce, secondo il Depression Report della London School of Economics (uscito nel 2006), nel Regno Unito il danno economico annuale dovuto soltanto a depressione e ansia è pari all’1% del Pil nazionale – circa 12 miliardi di sterline. Sette di questi sono pagati direttamente dallo Stato.

I peccati della categoria degli psicologi

La depressione è uno dei motivi più frequenti per andare in terapia. Gli psicologi italiani e i loro colleghi di tutto il mondo lo sanno bene

Un lavoratore depresso sarà spesso in mutua, si licenzierà o sarà più esposto a incidenti sul lavoro. Costo? (Credits: Anh Nguyen su Unsplash)

Per quanto il servizio di ascolto gratuito del Ministero della Salute sia un enorme passo avanti per il riconoscimento della nostra categoria a livello politico e governativo, il servizio è gratis non soltanto per i cittadini. ma per gli stessi psicologi. Angelo Borrelli stesso, capo della protezione civile, presenta il servizio specificando che si tratta di psicologi volontari, quindi ciao ciao retribuzione.

Che messaggio sta arrivando alla popolazione? Chi sono gli psicologi per loro? Quando l’emergenza finirà, gli psicologi torneranno mesti mesti nei loro armadi e la popolazione generale continuerà a non rivolgersi a loro se non in caso di emergenza – senza pagare ovviamente. Ma il punto è che non deve essere la popolazione a pagare per la propria salute mentale in uno Stato a sanità pubblica, soprattutto in un momento di emergenza. È lo Stato che deve investire, perché la popolazione abbia un servizio di welfare gratuito.

Ma se questo non succede – come purtroppo accade nella situazione tutta italiana – il volontariato non può essere la risposta. Lo psicologo che offre servizi, numeri verdi, primi colloqui e consulenze gratuite alimenta una svalutazione della categoria da una parte, ma dall’altra rinforza la decisione di uno Stato che non investe perché “tanto ci sono i volontari“.

Meanwhile, in Nuova Zelanda, nel pieno della pandemia mondiale, la prima ministra investe sull’aumento di copertura dei servizi di salute mentale pubblica.

La colpa, se così si può chiamare, del perenne svilimento della nostra categoria è spesso tutta nostra. Esistono centinaia di migliaia di ricerche, ormai, che confermano il risparmio in termini economici quando si investe sulla salute mentale. Per ogni euro speso il risparmio è di 4-5 euro: insomma, se investo un milione di euro, ne risparmio 4 o 5. Fatevi i conti.

Ma quello che la categoria sembra fare è una continua campagna di sensibilizzazione alla popolazione: festival della psicologia dove la maggior parte dei partecipanti sono gli stessi psicologi, poster informativi e retweet di articoli scritti da qualcun altro.

Ma con chi stiamo parlando?

Se gli psicologi italiani fossero tutti come Lucy dei Peanuts, che in questa vignetta non tratta proprio benissimo il povero Charlie Brown, ci sarebbe da preoccuparsi

Non di certo il servizio di cui abbiamo bisogno (Credits: Charles M. Schulz)

L’interlocutore principale deve essere la politica e la stampa, non solo il singolo cittadino. Come possiamo pretendere di essere riconosciuti come interlocutori con una dignità se neanche i giornalisti italiani sanno che non siamo tutti psicanalisti? Un articolo recente de Il foglio parla di psicologi-caricatura in televisione, mentre cita Freud e Jung come fossero rappresentanti della psicologia moderna.

La persona con depressione o attacchi di panico ascolta i telegiornali, legge gli articoli sui social, guarda i meme dei parrucchieri un po’ psicologi. Di sicuro non va al festival della psicologia. È attraverso questi mezzi di comunicazione che dobbiamo farci sentire, che dobbiamo urlare che ci siamo, siamo utili e non interpretiamo soltanto i sogni e le fasi anali.

Mentre nel Regno Unito si parla di protocolli terapeutici evidence-based per la cura del Ptsd (o disturbo post traumatico da stress) negli ospedali, qui siamo ancora al “Sei uno psicologo? Oh, non mi starai mica psicanalizzando!“.

La domanda è: quando, finalmente, gli psicologi potranno abbandonare i pigiami e mettersi il camice da lavoro? 

 

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