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Il racconto dell’ancella – La resistenza in The handmaid’s tale

di Elisa Tomasi

Pubblicato il

The handmaid’s tale è Il racconto dell’ancella, romanzo della scrittrice canadese Margaret Atwood, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1988. The Handmaid’s Tale è anche l’omonima serie tv della piattaforma di streaming Hulu in onda dal 2017, tratta per l’appunto da Il racconto dell’ancella. Infatti la scrittrice canadese risulta essere anche tra i produttori esecutivi della serie che in questi ultimi anni ha fatto incetta di premi sia agli Emmy che ai Golden Globe.

Tratta da Il racconto dell'ancella: la locandina di The Handmaid's Tale

(Credits: Hulu/Mgm)

Il racconto dell’ancella Difred nella teocrazia misogina di Gilead

The handmaid’s tale è la storia di Difred (in originale: Offred), dove per l’appunto il nome della protagonista indica l’appartenenza di questa e il suo ruolo subordinato a una figura maschile.

Difred è una donna e per questo figura ancillare di un uomo. Lei è di qualcuno; in questo caso, “di Fred”. Il mondo di The Handmaid’s Tale è una realtà distopica ambientata nella Repubblica di Gilead, una volta Stati Uniti d’America, divenuti ora una teocrazia militare a forte trazione misogina con una struttura sociale gerarchica e basata sulle caste. Gilead ha un sistema patriarcale di gestione del potere che impedisce alle donne l’accesso alla vita politica, economica, sociale e culturale del Paese. Qui le donne sono merce di scambio, di transazioni, di valori; perfetti prodotti sacrificali che possono generare plusvalore: i bambini. E la prole nella Repubblica di Gilead è il prodotto che detiene il tasso di valore più alto. L’esigenza, in questa distopia, nasce dalle conseguenze economiche e ambientali di un mondo distrutto da guerra nucleare; ma nonostante la crisi planetaria, di proporzioni inimmaginabili, il valore produttivo della società va mantenuto.

L’aridità di una Terra devastata si è tradotta in una carestia demografica per la popolazione mondiale; e così in Gilead la carente fertilità di Madre Natura si è traslata nel controllo dell’infertilità dei corpi.

Il Racconto dell’Ancella è proprio la storia di una di queste donne rimaste fertili e per questo controllate e sottomesse al potere di uno Stato che le vuole al proprio servizio, le vuole sue ancelle. In The handmaid’s tale la sottomissione femminile è anch’essa fortemente gerarchizzata. Lo scalino sociale su cui ogni tipologia di donna è posizionata diviene anche un piedistallo dal quale non si può più scendere. La funzione sociale determina il ruolo che a sua volta determina il grado e la classe a cui si appartiene, da cui è impossibile scappare; il tutto in un’ottica religiosa che vede la predestinazione di stampo protestante come giustificazione dello status quo e strumento conservatore per il mantenimento di una tale società.

A Gilead qualsiasi donna è “di qualcuno”, svolge una funzione per qualcuno. Nessuna è mai per se stessa: ognuna è un pezzo d’ingranaggio di una macchina sociale che si muove grazie allo sfruttamento delle donne, ma nel suo insieme nega la loro stessa esistenza di individui (letteralmente in latino indivisum: non divisibile, unica entità). La complessità dell’esistenza è negata e rimpiazzata con fallaci rappresentazioni di genere. Al vertice di questa sfilata di tipologie e ruoli sociali abbiamo le Mogli dei Comandanti (le più alte cariche di Stato), dopodiché vi sono le Zie, guardiane dei valori della comunità e violente istitutrici che si rendono feroci guardie dei costumi e della morale; le Marte (nome dal riferimento biblico) sono le serve, le domestiche, coloro che curano il “sacro” focolare delle famiglie dei Comandanti. E infine abbiamo le Ancelle di rosso vestite, che come dice Fred (il Comandante di Difred) asservono il loro “destino biologico”: procreano.

La figura della handmaid è particolarmente interessante nella visione de Il racconto dell’ancella, poiché incarna allo stesso tempo una funzione vitale che è però legittimata nel paradosso del suo essere castigata. Le ancelle sono vestite di rosso poiché rappresentano la tentazione carnale: “sono” una funzione sessuale ma il loro corpo non è libero nel sesso, ma castigato e violentato. Il rosso abito monacale dell’ancella è l’introiezione nel corpo della donna del peccato originale: questa è una figura femminile che viene resa evidente dal colore rosso dei suoi abiti (in un certo senso macchiata dal sangue, essenza vitale) per poi essere negata e nascosta dal suo copricapo bianco e costrittivo. Sua è la colpa di farsi vedere e sempre sua è la vergogna dell’essere vista che porta a nascondersi. In The Handmaid’s Tale la donna non può che essere corpo e nel suo essere carne e non spirito – in una visione teocratica del mondo – il suo status diventa quello del bestiame, della mandria da allevare e poi molto spesso macellare.

“Nolite te bastardes carborundorum”
(Non permettere ai bastardi di schiacciarti)

Sebbene Il Racconto dell’Ancella nella sua forma letteraria sia una storia incorniciata in un contesto passato, così non avviene nella serie televisiva. Il romanzo per l’appunto è il risultato della trascrizione di alcune registrazioni ritrovate, in cui Difred confessa i suoi pensieri e gli avvenimenti accadutile ai tempi della Repubblica di Gilead; è sì il racconto dell’ancella, ma come una sorta di audiodiario, ora materia di studio da parte delle nuove generazioni cresciute lontane dall’ombra di quella particolare macchia nera della storia umana.

The Handmaid’s Tale, la serie, si distacca da questa cornice letteraria e affronta la vicenda come se avvenisse in tempo reale, nel tempo di Difred. Episodio dopo episodio la trama si tinge sempre più di un angosciante senso di sconfitta e perdita, questo reso magistralmente dall’utilizzo di numerosi flashback. Questi frammenti di ricordo sono i tempi andati in cui Difred era June e viveva una vita piena anche se costellata dai primi barlumi di quello che sarebbe avvenuto in seguito. Questo metro di paragone che s’instilla tra passato e presente dell’ancella è puntellato dal particolare uso della musica: praticamente assente a Gilead e invece grande colonna sonora del passato. La cura del dettaglio nelle scene di The Handmaid’s Tale rimarca anche qui una sua funzione narrativa: il particolare in un mondo castigato assume proporzioni mastodontiche e rivoluzionarie. Ecco quindi l’utilizzo registico di continui primi piani o di inquadrature “dettaglio” per cogliere la minima espressione facciale o il più piccolo gesto. La Resistenza si dimostra così in The Handmaid’s Tale in grandi scene coreografate, dove tutto è apparentemente al suo posto, finché non scorgi quel piccolo fastidioso particolare, quell’elemento dissonante con tutto il resto.

Il racconto dell’ancella e la resistenza, lenta ma ineluttabile

Il movimento di resistenza che si genera come reazione opposta e contraria al progredire di una forza violenta e autoritaria, è qualcosa che nasce e ha a che fare con la memoria: la memoria di una parte della popolazione che ricorda la sua storia e altri tempi e altre speranze. In The Handmaid’s Tale questa resistenza c’è, è qualcosa di onnipresente che dilaga su tutto il territorio di Gilead in forma sotterranea, una costante forma di elettricità che pervade l’aria, apparentemente invisibile ma sempre lì inamovibile. Il Racconto dell’ancella è un racconto di resistenza, di quella ineluttabile, lenta ma pervicace.

Resistere è un verbo che mette radici: scava nel terreno socio-culturale di una popolazione e si radica nelle sue coscienze. La Resistenza è qualcosa che ha a che fare con lo spirito del proprio tempo ma che anche assurge al piano dell’Ideale. Resistere non è solo un’azione, un movimento delineato nello spazio e nel tempo: è un valore che permane nella memoria. E la memoria è materia viva, un flusso di coscienze che riemerge al progredire della Storia, in determinate situazioni e a determinate condizioni. Il racconto dell’ancella è la storia ipotetica di una di queste manifestazioni di Resistenza, che si dota di una forma per far riemergere il suo Spirito. Il resistere come valore è un humus culturale che pervade le nostre esistenze, che possiamo riconoscere come qualcosa che ci appartiene a prescindere dal fatto che lo identifichiamo in opere finzionali. La Resistenza in quanto persone nate nell’Italia repubblicana, è qualcosa che ci portiamo dentro, fa parte di quel bacino semantico che dà significato alla nostra memoria collettiva e dona valenza al nostro immaginario.

In questo mese di aprile l’Italia festeggia il 75esimo anniversario della Liberazione, celebrando la Resistenza italiana al nazifascismo. Oggi noi non stiamo facendo resistenza contro un nemico così come lo intendiamo comunemente, non abbiamo una linea gotica da abbattere né un’evidente forma di teocrazia militare misogina da sconfiggere ma abbiamo un altro traguardo comune da raggiungere. E se fino a poco tempo fa La Repubblica titolava la sua prima pagina: “Resisti Milano” (20 marzo 2020), sappiamo che resistere è un valore, è quello che ha portato all’Assemblea costituente, alla Costituzione, all’Italia che allora si immaginava e che ancora si può immaginare. La Resistenza è anche questo essere ineluttabili, pervicaci e vivi, è il valore della memoria e la speranza per il futuro, è ricordare che dopo ogni tempesta c’è almeno un arcobaleno.

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