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Paternità – Essere genitori cambia il cervello

di Benedetta Giagnorio

Pubblicato il

Quello della paternità è un campo tutto sommato inesplorato. È interessante notare come la ricerca scientifica si sia sempre concentrata sul ruolo della madre nello sviluppo sano del bambino, sorvolando completamente sul ruolo svolto dal padre.

Conosciamo benissimo le modificazioni cerebrali a cui va incontro una neo-mamma,  i meccanismi fisiologici alla base della prima relazione madre-bambino, e le possibili patologie che possono colpirla, come la depressione post-partum. E i padri?

Congrue con la visione sociologica del ruolo paterno, le ricerche si sono concentrate sugli effetti della sua assenza nello sviluppo del bambino. In realtà, assieme ai cambiamenti sociali ed economici degli ultimi anni, i padri sono diventati sempre più presenti e richiesti nella vita quotidiana del bambino. Padri casalinghi, lavori part-time, madri con tre lavori hanno cambiato radicalmente la visione tradizionale della famiglia, con madre che si prende cura della prole e padre che porta a casa la pagnotta. Grazie a questo cambiamento, anche la scienza ha messo i padri sul vetrino del microscopio.

Insomma, anche i papà hanno un cervello!

Sì, ma come funziona?

Pare che l’amore paterno, se percepito dal figlio, abbassi le probabilità di disturbi comportamentali, abuso di sostanze, depressione e comportamenti antisociali. Addirittura, sembra che siano proprio i padri a insegnare ai figli la virtù della perseveranza: a parità di stile genitoriale, è il padre la figura che più influisce su quanto il figlio sia determinato nel percorso di studi, nel lavoro e nella vita.

La biologia della paternità

Beh, la biologia ci dice che non solo le mamme subiscono modifiche fisiologiche. Pare, infatti, che i padri mostrino un aumento dei livelli di ossitocina, soprannominato l’ormone dell’amore. Per capirci, l’ossitocina nella donna è l’ormone che favorisce il parto, l’allattamento e il legame madre-bambino.

La buona notizia è che questi risultati non si riferiscono solo ai padri biologici, ma…ai padri, punto. Ancora una volta, è la scienza che ci conferma quanto la genitorialità sia sentita e costruita, e non strettamente genetica.

Tornando all’ossitocina, pensate che somministrandone alcune dosi a un gruppo di neo-papà, si notava un aumento di comportamenti di cura verso il neonato: questi papà aumentavano tanto la loro prontezza nella risposta al pianto, quanto l’empatia e la collaborazione nella cura generale del neonato. In modo complementare, la (buona) paternità causa una diminuzione dei livelli di testosterone, l’ormone legato ai comportamenti aggressivi.

È chiaro che non tutti i papà vanno incontro a questi cambiamenti fisiologici. Pensiamo, per esempio, a un uomo che lavora fuori casa e non ha modo di vedere il bambino. Difficilmente il suo organismo riuscirà ad attivare i meccanismi della paternità se ha poco contatto con suo figlio. Altri, semplicemente, non riescono a sviluppare questo legame in modo efficace; forse per via di infanzie problematiche o genitori a loro volta difficili. Sta di fatto che questi cambiamenti biologici, per poter avvenire, devono trovare campo fertile e disponibilità di tempo e spazi.

Le caratteristiche del padre “modello”

Il buon padre per antonomasia, o almeno per la scienza, deve possedere due fondamentali caratteristiche: uno stile genitoriale autorevole e un’ottima intesa con la partner.

Nello stile genitoriale autorevole sono compresi due aspetti. Il padre deve essere presente e sensibile ai bisogni dei figli, non solo dal punto di vista pratico ed economico. Deve saper riconoscere le emozioni del figlio e saperle supportare nella loro espressione. La presenza è fondamentale non solo nella settimana di vacanza a luglio, ma tutto l’anno: nella partitella a calcio in giardino, nel film visto insieme, nell’abbraccio dopo la litigata. È anche e soprattutto in queste situazioni che l’ossitocina sale!

D’altra parte, il papà deve comunque stabilire delle regole chiare e rispettate da tutti. Ed è qui che entra in gioco il coordinamento con la propria compagna. L’intesa e la complicità della coppia è fondamentale perché l’influenza positiva del papà possa dare i suoi frutti.

E i papà omosessuali?

Così come c’è ancora poca letteratura scientifica sui padri eterosessuali, immaginatevi quanta indagine possa esserci sui padri omosessuali. A livello divulgativo siamo ancora presi dalla discussione su quali possono essere i danni nell’avere due genitori dello stesso sesso, quando ormai è chiaro a tutti che di danni non ce n’è. Pensate che Abbie E. Goldberg, assistant professor presso il dipartimento di psicologia alla Clark University, riassunse più di 100 studi su questo argomento in un secco domanda-risposta: “come se la cavano i figli di genitori omosessuali?”,”stanno benissimo”.

In queste settimane di preoccupazione per l’epidemia di Coronavirus, quindi, approfittiamo del tempo libero da scuola e lavoro per celebrare la buona paternità e riconoscere l’impatto che ha avuto nelle nostre vite.

Viva i papà!

 

Disclaimer: nell’articolo, la parola “figlio” si deve intendere nella sua accezione neutra.

 

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