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Celestia e l’importanza di meravigliarsi secondo Manuele Fior

di Enrico Cantarelli

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Celestia - Manuele Fior - CopertinaManuele Fior afferma che tornare a Cesena, il luogo in cui è nato 45 anni fa, provoca in lui una sensazione straniante e allo stesso tempo toccante. Giovanni Barbieri, fumettista e volontario del festival Cesena Comics and Stories, lo ha intervistato lo scorso 23 gennaio, in occasione della presentazione nella città romagnola del suo ultimo lavoro, Celestia, pubblicato da Oblomov. Manuele, di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo di Discorsivo, è molto loquace e ci guida in riflessioni complesse che portano a volte lontano dal fumetto, ma contribuiscono a leggerlo sotto una diversa luce.

Celestia esce diviso in due libri per una scelta prettamente editoriale, ma nella sua anima costituisce un’unica storia senza interruzioni. Il tempo e lo spazio sono quelli di una realtà alternativa in cui il luogo in cui si svolge la vicenda si chiama appunto Celestia. Essa è un’isola al centro di una laguna con palazzi, canali e barche che li solcano. Vi ricorda qualcosa? In effetti Celestia è Venezia, allo stesso modo in cui Gotham City è New York. Un ambiente molto ben riconoscibili che non appartiene alla realtà del nostro mondo. Sull’isola però si sono rifugiati i sopravvissuti a una fantomatica invasione e hanno tagliato (letteralmente) i ponti con la terraferma, in una specie di esilio forzato e necessario.

La vicenda ruota attorno alla figura misteriosa, carismatica, grezza e a tratti poetica di Pierrot e al suo rapporto con Dora, una fanciulla colta da attacchi di panico in grado di distorcere la realtà con la mente. Sì, perché questa opera di fantascienza così sovrapponibile al quotidiano conosciuto comprende però telecineti e castelli dalle architetture cubiste. Un continuo rimando a immagini familiari che si amalgama perfettamente con gli inserti fantastici.

Celestia - Manuele Fior - L'ispirazione per la città è chiaramente Venezia«Celestia è stata concepita circa cinque anni fa e ha richiesto tutto questo periodo per venire alla luce. L’arte del fumetto è molto lenta e succedono sempre svariate cose durante la sua realizzazione. Sia l’autore che il mondo attorno a lui cambiano. Mi piace affermare che al termine di un libro a fumetti si è una persona profondamente diversa da quando lo si è iniziato. E la storia stessa ha subito cambiamenti, aggiunte e sottrazioni. L’idea della vicenda ha origine dalla necessità di parlare ancora di un mio precedente personaggio, Dora, protagonista de L’intervista. Mi sembrava un peccato non darle più voce, volevo poterla disegnare ancora, ma non in una continuazione della storia precedente, bensì in un contesto differente».

Se da un lato Dora è un pilastro portante di Celestia, dall’altro a sostenere la trama sta Pierrot, enigmatica figura maschile che si dipinge una lacrima sul viso, richiamando la tradizione carnevalesca della Venezia che conosciamo. «Il personaggio di Pierrot mi serviva inizialmente per introdurre Dora, per aprire la porta della storia ai lettori proprio come fa un maggiordomo. Poi è divenuto quasi subito un protagonista a sua volta. Non so perché ho disegnato sul suo volto una lacrima. Questo atto mi ha riportato alla mente mie esperienze passate, come la volta in cui per Carnevale mia madre mi ha vestito da Pierrot, il costume più semplice da realizzare, perché mi ero dimenticato di dirle della festa a scuola.» Da lì in avanti Fior si interessa sempre più alla maschera di Pierrot, che «col suo essere melanconico e lunatico mi corrisponde molto. Il personaggio ha quindi inaspettatamente preso sempre maggiore importanza.» Ed ecco un tipico esempio di come i fumetti siano una cellula in evoluzione e cambino continuamente forma.

Celestia - Manuele Fior - Il protagonista, PierrotAccanto ai personaggi, la grande protagonista del libro è la città stessa, la Celestia del titolo. Le tavole che la rappresentano sono punti focali della narrazione e la rendono una entità viva, della quale si può quasi percepire il respiro. «Ho vissuto per cinque anni a Venezia/Celestia, durante gli studi di architettura che mi hanno condotto alla laurea. Durante quel periodo ho profondamente odiato questa città, a testimonianza di come essa non permetta a nessuno di restare neutrali nei suoi confronti. Trovavo la singolarità di Venezia perfetta per ambientarvi una storia fantastica e così mi sono riavvicinato a quei luoghi; il sentimento d’odio poi si è assopito, fino al punto che ho sentito il bisogno di tornarci e rincontrare i vecchi amici.» L’autore ha creato un vero e proprio reload di Venezia in giorni più vicini ai nostri, dando nuova vita a questa città così innaturale, un’isola artificiale creata per scampare alle invasioni barbariche, proprio come in Celestia. Alcuni scorci rimandano a luoghi conosciuti di Venezia, come la Libreria Acqua Alta. Per quanto riguardo la collocazione temporale: «Non è specificato un periodo temporale preciso: preferisco intendere l’ambientazione come alternativa, di lato alla reale Venezia, non prima o dopo.»

La storia di Celestia appare come un ritorno sensibile al fumetto più classico, con personaggi iconici degni della fantascienza di un tempo. Un netto taglio con i precedenti graphic novel di Fior che contenevano una enorme struttura autobiografica. «È una scelta voluta che fa parte di un percorso preciso. Come scrittore ho sempre prodotto opere che rispecchiavano mie esperienze nell’ambito dell’ondata di graphic novel degli ultimi 25 anni, storie che hanno permesso al fumetto di sdoganarsi dal raccontare solo di supereroi e pistoleri. Sono felice che ora si possa parlare di quotidianità coi romanzi a fumetti.» Ma come lettore Fior si è cibato prima delle serie a cartoni animati giapponesi, poi degli albi americani. «Il modo di narrare in Celestia è un ritorno a ciò che mi ha formato da giovane, un omaggio ai primi fumetti come Little Nemo se vogliamo, ma con la consapevolezza e la mediazioni di tanti anni di graphic novel. In questo libro c’è molta più azione che nei miei precedenti, ma il livello di introspezione dei personaggi non sarebbe stato possibile senza le storie autobiografiche che ho prodotto. Si tratta di qualcosa di nuovo che volevo sperimentare».Celestia - Manuele Fior - Uno scorcio della città, che ci mostra come l'ispirazione sia Venezia

Lo stile di Manuele Fior non prevede la scrittura di una sceneggiatura e in seguito la trasposizione in immagini della stessa. L’autore cesenate scrive i testi contemporaneamente al disegno delle tavole, facendosi guidare per costruire la storia da immagini e personaggi. «Quando scrivo fumetti non voglio fare compromessi con le mie storie, semmai con la mia abilità tecnica. Nel momento in cui creo un libro improvviso moltissimo: quando decido di parlare di qualcosa non ho nessuna verità assoluta da spiegare o messaggi da dare.» L’autore confessa che nei libri gialli trova sempre più interessante la parte iniziale, dove lo spettatore si perde tra le sue ipotesi e dubbi, piuttosto del finale in cui tutto diviene chiaro. «Il mio intento è creare meraviglia: più si diventa grandi meno sono le occasioni di potersi meravigliare. La meraviglia cammina per vie sotterranee e non ha bisogno di spiegazioni, contribuisce a far perdere il lettore tra le pagine del libro. Se qualcuno può smarrirsi tra le pagine di Celestia e meravigliarsi nel fissare il cielo di una tavola, ho raggiunto il mio scopo.»Celestia - Manuele Fior - Le architetture del castello rosa

L’uso del colore in Celestia caratterizza intimamente gli spazi e i personaggi da descrivere, con cambi di palette sensibilmente legati ai cambi di scenario: ombrosi e scuri nei vicoli e canali di Celestia, luminosi e vivaci sulla terraferma e nel castello rosso. «Il colore nelle mie storie è qualcosa di talmente fondamentale che viene immaginato molto prima di sapere cosa effettivamente raccontare. Il colore e l’immagine sono elementi che raggiungono lo spettatore prima della parola: aprendo un libro a fumetti il primo impatto che si ha è con la tavola colorata, e ci si può già fare un’idea dell’opera che abbiamo in mano.» Per questo il colore per Fior è un personaggio vero e proprio, allo stesso modo dei protagonisti, del disegno e del testo. E con il colore considera importante la presenza della luce, senza la quale non avremmo la reale percezione dei colori stessi. «Colore e luce sono i primi elementi con cui cerco di sporcarmi le mani, i primi da manipolare, prima ancora di sapere il finale della storia, che non conosco mai quando comincio a scrivere un libro.»

Celestia - Manuele Fior - Un palazzo sulla laguna, di notteAnche per i dialoghi dei personaggi Manuele Fior non ha preparato nulla a tavolino, ma ha lavorato contemporaneamente al disegno. «Molte volte si disegna un volto e sembra quasi di sentire cosa sta dicendo, così il suo balloon prende quasi vita da sé. In altre occasioni ho in mente una discussione e di conseguenza la trasporto su carta tramite immagini. Non esiste una schema preciso.» Con una costante, però: evitare di usare una voce fuori campo che spieghi gli eventi, che in certi fumetti, ad esempio quelli di Gipi, può essere un elemento molto valido. «Per il mio modo di fare le cose preferisco che la mia voce non si senta mai e che si percepiscano invece le voci dei personaggi come più naturali possibili, senza artifizio fumettistico.» Questo implica che il lettore deve fidarsi di quel che dicono i personaggi, perché non può accedere ai loro pensieri e non c’è un narratore a spiegare cosa intendono quando parlano. «Le frasi di Pierrot o Dora possono essere sincere o meno, sta al lettore capire chi ha di fronte, fa parte del gioco. L’importante è caricare il poco testo che si può utilizzare in una vignetta di una valenza esplosiva: anche la frase più banale e semplice deve colpire il lettore in quel contesto.»

Nel secondo volume di Celestia, in uscita il 20 febbraio, terminerà la fuga di Pierrot e Dora e si indagherà quello che sta attorno all’isola. Se Celestia differisce in maniera minima dalla Venezia che conosciamo, l’entroterra di Fior mostra ampi cambiamenti che siamo curiosi di scoprire nel continuo della storia. E alla fine probabilmente si tireranno le somme dei tanti piccoli indizi disseminati lungo il percorso e si troveranno risposte alle domande poste nella prima parte. O forse no, perché l’importante non è spiegare, ma meravigliare.

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