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I Love Dick: una serie a erezione della sessualità femminile

di Elisa Tomasi

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I Love Dick Locandina

Amazon Studios

“I love Dick è un serie Amazon Prime di ormai due anni e mezzo fa, ma è ancora disponibile sulla piattaforma di streaming. Se non l’avete ancora vista, rimane un piacevole recupero – soprattutto ora che ci troviamo nel mese in cui la pubblicità inizia a tempestarci di giovani, belle coppie che si scambiano affettuosi pegni d’amore, i cioccolatini piovono dal cielo e fiorai e ristoranti diventano luoghi di peregrinaggio.

I Love Dick non è una serie che parla di amore nella sua concezione romantica ma è più che altro un excursus sul concetto di amore, prendendo in considerazione vari aspetti dell’amare. Si potrebbe dire che I Love Dick è un approfondimento sull’idea di amore che gli antichi greci avevano spartito in tre differenti termini che trovavano senso nel loro stare insieme: Eros, Philia e Agape. Se genericamente eros è la passione, philia è l’amicizia, agape diviene quel sentimento di compassione ed empatia che permette di amare la debolezza, le fragilità non solo le virtù nell’altro e in se stessi. I Love Dick prende in considerazione tutto questo e lo trasforma in un racconto di riscoperta della propria sessualità e non solo.

La serie ideata da Jill Soloway (creatrice del pluripremiato Transparent) è tratta dalla semi-autobiografia di Chris Kraus “I love Dick”, una sorta di racconto epistolare sull’ossessione e la relazione disfunzionale che l’autrice del libro ha intrattenuto con un critico d’arte di nome Dick. Le lettere esplicite che Chris scrive a Dick sono centro nevralgico anche della serie e divengono ben presto una congestione di desideri che la piccola ed eccentrica comunità in cui si svolgono gli avvenimenti trasforma e rielabora a proprio piacere. Nella serie, la cittadina in questione è Marfa, una sperduta località texana, in cui una piccola comunità di artisti si è sviluppata intorno alla figura di un famoso scultore astrattista di nome Dick. Al confronto con lui, persino l’eccletismo dei personaggi che popolano Marfa è nulla! 

Dick ci viene presentato in I Love Dick come l’uomo Marlboro, o meglio come lo stereotipo del cowboy americano bello e dannato, una sorta di Clint Eastwood nel fiore del suo successo western. É l’uomo da ammirare ma soprattutto quello su cui fantasticare, anche perché l’ammirazione viene subito meno appena apre bocca e si scopre che Dick è un vero dick, dunque un vero e proprio cazzone.

Chris invece è la “Holocaust wife” (o almeno così ci viene presentata) e viene introdotta nella comunità artistica di Marfa quando arriva alla festicciola di benvenuto organizzata per i nuovi arrivati nella cittadina/laboratorio delle arti accompagnata dal marito Sylvère, studioso dell’Olocausto. Marfa è proprio questo nell’intento originario: un luogo di sperimentazione. Chris, la regista incompresa, si ritrova qui suo malgrado, dopo che il suo film è stato rigettato dal festival di Venezia per via di un’infrazione del copyright sulla musica (Chris non ha accreditato i musicisti sconosciuti che fanno da sottofondo musicale a una scena del suo lungometraggio). Senza più prospettive sul suo futuro prossimo la videomaker sperimentale si trova a Marfa a vivere pienamente il suo periodo di crisi, iniziato tempo addietro e che ora la vede consapevole di quello che le sta accadendo e che in questa cittadina prende forma e espressione.

I Love Dick non è però solo la presa di coscienza di una regista che rivede le sue scelte artistiche e di vita, rielabora la sua crisi in creazione e distruzione del proprio estro e fa il tutto liberando la sua sessualità e l’espressione di questa rivolgendola a performance creativa: la serie è anche la visione di una collettiva e frastagliata sessualità che viene di volta in volta riorganizzata ed espressa in varie forme, assume diverse posizioni e svolge differenti funzioni, in base ai personaggi che in quel momento se ne fanno carico.

I Love Dick è un’irriverente e divertente disquisizione sul sesso, sull’arte e sulle relazioni umane. La potenza fisica della performance art e la violenta immaginazione che il corpo porta con sé in scena sono gli elementi e gli  questi strumenti con i quali I Love Dick riesce a discutere apertamente e esplicitamente di sessualità.

Prendendo in considerazione i precetti che hanno illuminato il cammino del Teatro della Crudeltà di Artaud,  qui il corpo diviene espressione tutta dell’essere umano senza sottostare alla dittatura della parola e la rappresentazione si spezza per dare spazio all’irriproducibile che è la vita stessa; in I Love Dick, più precisamente, si parla della pulsione stessa della vita: la pulsione sessuale. Nelle parole di Antonin Artaud: “La vita è l’origine non rappresentabile della rappresentazione” (A. Artaud, “Il teatro e il suo doppio”, Piccola biblioteca Einaudi, 1968); dunque se vi è l’irrappresentabile nel paradigma fondativo del rappresentabile ciò di cui si può parlare è la prospettiva dello sguardo con cui si guarda alla rappresentazione (della sessualità). Proprio quello che viene trattato in I Love Dick. La performance art che la serie coltiva come elemento della sua narrazione (e di cui si fa vetrina) viene in aiuto a questa rappresentazione dello sguardo multiforme sulla sessualità. In questa disciplina artistica la linea di demarcazione tra chi guarda e chi è guardato è insostanziale: lo spazio della performance non è più un palco dai contorni precisi, ma uno spazio condiviso. L’azione dello sguardo non è più passiva, ma attiva e partecipativa.

I Love Dick è una serie che guarda alla sessualità alterandone le prospettive. Se Dick è centro nevralgico, ossessivo punto fallocentrico, scultore che erige opere lineari, rigide, erette, senza curve, egli è anche l’elemento passivo, la musa di uno sguardo. Non è più lui il punto da cui si guarda e crea ma è divenuto colui che è oggetto della creazione altrui, in un processo inarrestabile che ha la forza propulsiva di mille e altre forme di sessualità; desideri, questi, che difficilmente fuggono alla gabbia della rappresentazione sessista ed eteronormata.

Detto ciò Kevin Bacon/Dick è un ottimo spuntino per gli occhi. Quindi, se vi va di vederlo in questa veste, ecco qui un assaggio di I Love Dick: il trailer.

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