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Watchmen: dal fumetto alla serie

di Luca Rasponi

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Watchmen: dal fumetto alla serie

C’era una volta Watchmen, il capolavoro a fumetti di Alan Moore e Dave Gibbons, che per trent’anni nessuno è riuscito a trasformare in un film, nonostante diversi tentativi.

Poi è arrivato Zack Snyder, con il suo adattamento del 2009, discusso e discutibile per alcune libertà di troppo rispetto alla trama originale, compresa quella decisamente macroscopica sul finale, oltre che per la celebre gaffe del regista sul Mago di Northampton.

Il che ci porta agli anni Dieci, con una DC Comics/Warner Bros. ansiosa di sfruttare commercialmente un brand non ancora spolpato fino in fondo, circondato com’è da un’aura letteraria, quasi mitica.

Da questi presupposti prende vita l’ambizioso prequel Before Watchmen – primo tentativo a fumetti di tornare sui passi di Moore e Gibbons – “premiato” da un sostanziale insuccesso sia di pubblico che di critica nonostante la levatura degli autori coinvolti.

Questo preambolo fumettistico serviva sostanzialmente per capire come mai la serie tv – prodotta da HBO (Game of Thrones, True Detective) e andata in onda negli Stati Uniti dal 20 ottobre al 15 dicembre 2019 – non nascesse esattamente sotto i migliori auspici.

Detto questo, un paragone tra serie e fumetto del tipo “trova le differenze” è praticamente impossibile. Perché non siamo di fronte a una trasposizione bensì a un sequel, ambientato 34 anni dopo l’originale nello stesso mondo alternativo al nostro, ma con personaggi in buona parte nuovi.

Nonostante qualche spoiler qua e là, inoltre, qui non troverete uno spiegone. Perché per capire la serie tv basta leggere il fumetto, possibilmente prima di vederla: il mio consiglio è vivere quell’esperienza lasciandovi sorprendere dagli imprevedibili sviluppi della trama.

Tornando alla tv, come in un piano geniale orchestrato da Adrian Veidt, al timone della serie troviamo il co-creatore di Lost Damon Lindelof. Che in tempi non sospetti aveva definito Watchmen «The greatest piece of popular fiction ever produced».

Cosa ha cucinato per noi il buon Damon? Una versione aggiornata del mito, che nasce da domande simili all’originale ma rivisitate in chiave contemporanea, con le radici ben salde nel graphic novel a cominciare dall’estetica e dal rispetto della trama.

Non a caso, la serie è zeppa di citazioni: i titoli degli episodi sono frasi pronunciate nel fumetto, il personaggio di Pirate Jenny richiama sia il Corsaro Nero del graphic novel che la colonna sonora del film, Nostalgia e Millennium nell’originale sono due profumi delle Veidt Enterprises, eccetera eccetera eccetera.

Ma il tributo è sottile, non invadente. L’intento principale è attualizzare le tematiche politiche e sociali che facevano da impalcatura all’opera originale. Dove c’era la guerra fredda oggi ci sono i suprematisti bianchi: come a dire che anche in un mondo alternativo per molti aspetti “migliore” del nostro, certe traiettorie della Storia non sono comunque del tutto evitabili.

La scelta stessa di portare lo scenario principale degli eventi da New York a Tulsa (Oklahoma) sembra seguire la volontà di spostare il focus dalle tensioni globali di cui era intriso il graphic novel a un’analisi dell’anima profonda dell’America, che non poteva avere teatro migliore di uno Stato e di una città caratterizzati da una storia di discriminazioni e segregazione razziale.

In continuità con il fumetto, anche nella serie il tempo si conferma un elemento centrale della narrazione. Un tempo di volta in volta fermo o sul punto di finire, rappresentato dall’immagine onnipresente dell’orologio, ticchettante ambasciatore di catastrofi imminenti («The end is nigh»).

Mentre il fumetto copriva un arco temporale di mezzo secolo – dalla gioventù di Hollis Mason/Nite Owl I negli anni ’30 alla conclusione nel 1985 – la serie allarga ancora di più il respiro e lo sguardo sulla Storia americana, dal massacro di Tulsa del 1921 al 2019 dove si svolgono i fatti.

A uno sviluppo temporale più ampio corrisponde un minor numero di personaggi: la serie è molto meno corale rispetto al fumetto, anche perché offre meno occasioni di approfondimento collaterale. Ma riprende l’impostazione del graphic novel nella scelta di dedicare una puntata al background di un singolo personaggio, senza che la trama principale ne risenta.

A proposito di personaggi, il ritorno più eclatante è forse quello di Adrian Veidt/Ozymandias, che 34 anni dopo è ancora l’uomo più intelligente del mondo. È invece cambiata un bel po’ Laurie Blake/Silk Spectre II, cinica e divertente agente dell’FBI (!) che oltre al nome ha preso dal padre anche il piglio sarcastico.

Laurie non è più in compagnia di Daniel Dreiberg/Nite Owl II, soltanto citato in una puntata. Invece risponde presente il Dottor Manhattan, pur rimanendo sotto mentite spoglie per 7 puntate su 9… in qualità di personaggio del tutto ingestibile per uno sceneggiatore che non si chiami Alan Moore.

Come in un V for Vendetta rovesciato, Rorschach torna sotto forma di maschera, scelto come simbolo dal gruppo di suprematisti bianchi del Settimo Reggimento, degni eredi del KKK. E poi c’è Hooded Justice, protagonista di una sorprendente operazione di ret-con raccontata con un lungo flashback.

Nella storia alternativa di Watchmen il rapporto Uomo-Maschera mantiene la sua centralità, diventando nella serie tv il grimaldello utilizzato dal senatore Joe Keene jr – figlio del firmatario di quel Keen Act che aveva proibito le maschere nel 1977 – per capovolgere l’ordine costituito, dotando di maschera anche i “normali” poliziotti e creando vigilanti al servizio delle forze dell’ordine.

Watchmen: doc Manhattan

Proprio da Tulsa, infatti, parte l’elaborato piano con cui il senatore intende porre fine al governo pluridecennale di Robert Redford, eletto presidente con buona pace del suo collega hollywoodiano Ronald Reagan. Artefice di una sorta di utopia liberal, tuttavia, anche lui porta avanti il suo incarico ben oltre il secondo mandato, non differenziandosi in questo dal suo predecessore Richard Nixon.

Vi siete persi? Posso immaginarlo… del resto, Watchmen è il regno delle sottotrame, un luogo dove i piani più contorti diventano realtà, buoni o cattivi che siano… mentre al povero lettore/spettatore non resta che capire un pezzettino alla volta cosa sta succedendo (dannazione!).

La versione televisiva di questo strano e affascinante mondo risulta convincente grazie a ottime prove attoriali, tra le quali primeggia un sontuoso Jeremy Irons nei panni del crepuscolare Adrian Veidt, quasi shakespeariano nelle sue pose, sottolineate della musica classica che lo accompagna.

In generale, comunque, la colonna sonora si fa notare: sarà perché anche questa è una prova d’autore, con Trent Reznor dei Nine Inch Nails che torna sul piccolo schermo – dopo la partecipazione alla terza stagione di Twin Peaks – questa volta da maestro di cerimonie.

La serie orchestrata da Damon Lindelof riesce persino a recuperare brillantemente lo sfortunato prequel a fumetti Before Watchmen, trasformato in una “serie nella serie” che nonostante le sue pretese storiche è considerata spazzatura inattendibile dai protagonisti delle vicende che racconta.

Non avrei mai pensato di dirlo, ma Watchmen è una serie tv da vedere, che oltre a essere davvero ben fatta si innesta perfettamente nella trama del fumetto originale.

Ovviamente Alan Moore non approverebbe, e come dargli torto? Siamo ancora molto lontani dalla qualità del graphic novel, opera letteraria irripetibile che il Mago di Northampton avrebbe voluto rimanesse tale, invece di originare un’infinità di trasposizioni e spin-off. Ma una cosa è certa: prima di essere liquidata con un giudizio più o meno sommario, Watchmen di Damon Lindelof merita almeno una possibiltà.

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