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Sorry, we missed you di Ken Loach (Gran Bretagna, 2019) – Amazon, ovvero il male.

di Giulio Montalcini

Pubblicato il

L’ultimo lavoro del regista e attivista britannico Ken Loach dimostra ancora una volta la necessità del
cinema come arte dell’impegno sociale, politico e umano.

Non tutti, peraltro, apprezzano le prese di posizione politiche dei registi quando si tratta di cinema, non
fosse altro che l’arte cinematografica dovrebbe essere a giudizio di intrattenimento puro e desiderio di
evasione. In effetti, il cinema può essere entrambe le cose perché riguarda l’uomo nella sua interezza, da sempre combattuto fra l’impegno e il disimpegno, il gioco, lo svago e il senso del dovere.

Un film di questo genere riguarda l’umano contemporaneo più di tanti altri, perché indaga sotto la lente
familiare (tema, peraltro, piuttosto ricorrente quest’anno, v. Parasite e Piccole Donne – link) un mondo
senza bussola, disorientato e sottomesso al sistema produttivo in cui l’individuo risulta piegato dalla ricerca sconsiderata di profitto delle multinazionali.

Colpisce al cuore duramente indagando l’intimità degli affetti ma si rivolge nel contempo a critica della società moderna nel suo complesso.
Con andamento cadenzato si seguono le vicende di una famiglia composta da quattro elementi (genitori, figlio adolescente e figlia piccola) molto unita, in cui la figura materna funge da soggetto equilibratore.

La donna che, nella prima parte del film, è quella che non perde mai la pazienza,  coscienziosa e disponibile, incline al perdono e all’accoglienza.
Una madre all’antica per il senso di protezione del proprio nucleo familiare, ma anche molto moderna nella capacità di affrontare i momenti di scompiglio e di difficoltà al suo interno.

Il padre, invece, è il tipico personaggio da film di Ken Loach: operaio medio tifoso di calcio, con la tendenza al masochismo e al desiderio di trascendere la propria frustrazione.

Ma è anche esattamente l’elemento maschile della famiglia, che detta le regole e s’infuria con il figlio maschio adolescente ed è invece clemente con la figlia più piccola.

Entrambi, tuttavia, sono genitori amorevoli, capaci di mantenere un equilibrio all’interno della famiglia assistiti anche da un profondo amore reciproco.

Con il passare dei minuti, tuttavia, si assiste a una frattura delle fondamenta con il rovesciamento del tavolo dei ruoli, man mano che la crisi occupazionale paterna prende voce e si dichiara allo spettatore.

L’equilibrio si spezza nel momento in cui diventano evidenti a tutti le conseguenze disastrose dell’accettazione del nuovo impiego (corriere evidentemente affiliato a Amazon) paterno.

Nella narrativa inizia pertanto, a prevalere il senso di totale precarietà.

Ecco che, in un sussulto temerario, il “compagno” Loach prende letteralmente a pugni lo spettatore
mostrandogli le crisi di nervi, le ribellioni e le angosce dei figli, il senso di abbandono della moglie, costretta a vagare a piedi per la città per fare visita a domicilio ai suoi pazienti disabili (è un’infermiera), generate tutte dal vortice folle del lavoro paterno.

14 ore di turno, un furgone preso a nolo a caro prezzo, una partita IVA imposta, senza alcuna garanzia contrattuale offerta dal datore di lavoro né un’assicurazione, con permessi non retribuiti e, anzi, sanzionati, per consegnare pacchi a gente ingrata e maleducata, vogliosa solo di ricevere il suo nuovo acquisto E-bay o Amazon.

Molto bello il confronto fra i terzi, clienti, incontrati dal padre e i terzi, pazienti, vissuti dalla madre durante le loro giornate lavorative. È evidente, infatti, la differenza fra chi, come i pazienti, ha l’esigenza umana di una visita a domicilio per sopravvivere e, chi, invece, non ha alcuna esigenza in tal senso se non quella di collezionare l’ulteriore oggetto pagandolo a un prezzo più basso.

Loach non mostra alcuna pietà del denunciare le follie dei nuovi colossi e, anzi, senza nominarli espressamente (una volta sola, a dire il vero), li umanizza nella figura odiosa del capo magazzino.

Anche il prosieguo del film, pur apparendo scontato, in qualche modo sorprende per l’accentuarsi della  crudeltà.

Loach non è certo un uomo da lieti fini, e con Sorry We Missed you, orchestra un film necessario, di una durezza profonda e, soprattutto, di un’autenticità sorprendente.

Non lo consiglierei a chi in questo momento sta soffrendo per qualcosa e vorrebbe liberarsene. Per vedere certi film bisogna essere liberi e capaci di assorbirne i messaggi sottotestuali senza rimanerne sopraffatti.

Con una regia come sempre non particolarmente innovativa ma estremamente realistica (quasi
giornalistica) e un montaggio molto convincente, Sorry we missed you, si iscrive con lode nella
pluripremiata filmografia del registra britannico.

Davvero importante e bellissima la denuncia (soprattutto contro AMAZON) oltreché, come accennavo poc’anzi, necessaria.

La scelta del titolo è una vera chicca: con quel “We” (“Noi”) la multinazionale offre un messaggio confortante al pubblico e si mostra esattamente per quello che non è: una comunità di individui.

Il regista, attivista e politico britannico Ken Loach

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