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Piccole Donne: perché continuano a piacere?

di Celeste Satta

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piccole donne

Piccole Donne è tornato al cinema e lo ha fatto in grande stile. Il romanzo di Luisa May Alcott arriva al sesto riadattamento cinematografico: possiamo contare due versioni nel cinema muto del 1917 e 1918, quattro riadattamenti per la televisione tra gli anni ’50 e il 2017, due versioni anime della fine degli anni ’80 e altre tre versioni, quattro con questa del 2020, per il cinema con cast stellari e grandi differenze nel riadattamento.

Diretto e sceneggiato da Greta Gerwig, musicato da Alexandre Desplat e con un cast stellare anche questa volta: Saoirse Ronan (Jo March, l’alter ego di Luisa May Alcott), Emma Watson (Meg March), Eliza Scanlen (Beth March), Florence Pugh (Amy March) sono le protagoniste della storia, le Piccole Donne del titolo – nomignolo dato loro dal padre, interpretato da Bob Odenkirk (tutti in sala abbiamo esclamato “Ma è Saul!!!). Il cast include anche l’astro nascente Timothée Chalamet nel ruolo di Theodore Laurie Lawrence, Laura Dern in quello di Marmee, la madre delle quattro sorelle e, specialmente, Meryl Streep nel ruolo di Zia March.

Per i lettori provenienti da Marte, la trama ruota intorno alla vita delle 4 sorelle March: Meg, Jo, Beth e Amy, che affrontano quell’ostico passaggio tra l’infanzia e l’età adulta ai più conosciuto come adolescenza, sotto la guida di due genitori ibridi tra esseri umani e libri di pedagogia. La trama si sviluppa dal Natale passato in assenza del padre, trattenuto al fronte, passando per il forte legame instaurato dalle sorelle (in particolare Jo) con il giovane Laurie – ricco vicino di casa – il primo e unico vero amore di Meg, la malattia di Beth, l’avventura di Jo a New York e la conoscenza con il professor Bhaer, fino al viaggio di Amy in Europa e alla pubblicazione del libro di Jo.

I veri punti cardine della storia sono, tuttavia, il processo di crescita delle protagoniste e il rapporto di queste piccole donne con la società e i limiti imposti loro nello sviluppo delle loro capacità ed ambizioni. Non è, come spesso si pensa, una storia per ragazzine: i temi e i messaggi che arrivano al pubblico sono importanti per tutti, ma sono anche un modo per capire quali sfide e da quanti secoli le donne sono chiamate ad affrontare per dimostrare al mondo che avere dei sentimenti e avere sogni e ambizioni non si autoescludono.

La storia è sempre la stessa, ma come mai così tanti riadattamenti? Perché non è mai banale: anche le situazioni ordinarie, quando raccontate con spirito e forza, diventano importanti.

Nell’adattamento del 1933, diretto da George Cukor, con Katherine Hepburn nel ruolo di Jo, viene dato più spazio alle relazioni tra i personaggi con la società. Nella versione del 1949, ad opera di Mervin Leroy, con Liz Taylor nel ruolo di Amy, l’approccio è più introspettivo e si sviluppa maggiormente la caratterizzazione dei personaggi. Nella versione più recente, quella del 1994 di Gillian Armstrong con Winona Ryder, Kirsten Dunst, Susan Sarandon e Christian Bale, ci si concentra più sul racconto delle vicende del libro.

Greta Gerwig ha coronato questa catena con un film che racconta le vicende delle sorelle evidenziando la loro crescita interiore, le loro relazioni e il loro rapporto di sfida con le imposizioni sociali, mantenendo una caratterizzazione dei personaggi forte e ben delineata.

Le Piccole Donne della Gerwig sono 4, ben distinte: rappresentano ognuna un’arte, un archetipo e una personalità delineata ma mai piegata alle aspettative della società.

piccole donne

Meg, la maggiore, è un’attrice e sceglie l’amore all’agiatezza. Jo è la scrittrice, indomita e irrequieta. Beth è la musicista, timida ma buona. Amy è la pittura, che supera la sua frivolezza iniziale con concretezza.

La battaglia delle ragazze per l’emancipazione e la realizzazione dei propri sogni viene sviluppata con una trama nuova, non lineare ma fatta di ricordi intrecciati su diversi piani narrativi, che permette allo spettatore di percepire la crescita interiore dei personaggi in maniera nuova, fresca e sempre realistica. La soffitta dei giochi delle ragazze si spoglia ad ogni livello narrativo dei sogni d’infanzia e dei colori, diventando concretamente il luogo dove la loro storia prende forma nel romanzo di Jo, dedicato a Beth, che parla di loro: Piccole Donne, appunto.

I personaggi hanno trovato lo spazio e il modo di delinearsi alla perfezione, forse ad eccezione di Meg (mi avete sprecato Emma Watson, Greta…), con una contrapposizione di Jo ed Amy all’inizio aspra e poi complementare. Inutile dirvi che, in sala, abbiamo tutti sperato che Beth questa volta riuscisse a superare la malattia.

Spero un giorno di poter vedere Meryl Streep-Zia March battibeccare con Maggie Smith-Violet di Downton Abbey, perché sarebbe veramente il trionfo delle risposte pungenti e della recitazione magistrale! Quello che chiedo a voi, lettori, è di raccontarmi perché, alla fine, Jo e Laurie non finiscono insieme: tutta la sala, a quanto ho sentito, se lo aspettava.

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