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Recensione “Parasite”di Boong Joon-Ho – Palma d’oro 2019 al Festival del Cinema di Cannes

di Giulio Montalcini

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La famiglia protagonista del film.

Può sembrare vagamente irresponsabile avvicinare la Resistenza a un film koreano. Eppure, in “Parasite” per qualche ragione ho visto alcuni richiami a quel periodo storico (anche se in chiave moderna, come è ovvio).

Molti significati espressi e non espressi della pellicola richiamano una rivalsa, un senso di sfruttamento, una battaglia (e i modi di combatterla) per la sopravvivenza contro la dittatura, che, in questo caso, è il capitalismo.

A differenza di Joker dove si assiste allo sgretolamento psichico dell’individuo contemporaneo all’interno del contesto urbano, qui davvero si vuole criticare un sistema economico violandolo con l’utilizzo di un singolare grimaldello: la famiglia.

Una famiglia povera, confinata in uno scantinato puzzolente di una grande città koreana, completamente disinteressata e disillusa verso il prossimo, unita nella battaglia per la sopravvivenza. Questa famiglia che ha incredibile bisogno di sopravvivere e di elevarsi e per farlo, deve “violare” appunto il benessere di un’altra, molto più ricca, terribilmente avvantaggiata.

Da qui il titolo “Parasite” che indica in effetti il modo in cui un organismo sopravvive grazie ad un altro, rubando le risorse a lui destinate per restare in vita.

Assistendo alla prima mezz’ora davvero viene in mente l’intervento di Pier Paolo Pasolini alla Rai, nel settembre del 1974, che, parlando della famiglia nella società tecnologica, la definiva un modo un po’ meschino per difendersi dal terrore. Ciò che di più orribile si produce nella società lo si fa all’interno della famiglia, ma anche ciò che c’è di più bello.

Ed in effetti i rapporti e il modo che questa famiglia ha di vivere inorridiscono per la loro contraddittorietà: la facilità con cui, in blocco, si insinuano in un contesto completamente diverso, sfruttando l’ingenuità altrui; la promiscuità di occasioni in cui i suoi componenti riescono a rubare informazioni preziose agli altri per portarle a loro vantaggio. E al contempo, l’unione incredibile fra i suoi componenti che si consolida con il susseguirsi degli eventi.

Fondamentale in questo senso è la scena del brindisi a tavola con cui la famiglia festeggia il ritorno del WIFI in casa (rubato a un negozio vicino).

Contemporaneamente Parasite è lo specchio interiore della famiglia moderna: genitori nullafacenti e ignoranti si affidano ai figli più giovani che sono generalmente più colti, più astuti e più spregiudicati di loro.

In seno allo stesso nucleo familiare si assiste a plurime forme di parassitismo.

E’ chiaro che il regista, ribaltando i ruoli all’interno della stessa famiglia, abbia voluto criticare il sistema tecnologico-capitalistico del suo Paese di provenienza: le generazioni più anziane restano tagliate fuori da un mondo in rapido mutamento ed è per questo che riescono a sopravvivere soltanto mediante lo sfruttamento di quelle giovani.

I genitori sono davvero la cosa più rivoltante della prima ora e mezza di film. Nessuna morale, nessun principio, solo sfruttamento del prossimo, inclusi i loro stessi figli.

La capacità pervasiva e onesta della narrazione provocherà verso la fine un ritorno straordinario agli equilibri. Il padre – l’elemento più fastidioso e meschino del nucleo – tornerà a svolgere un ruolo primario e di guida fondamentale nella lotta per la sopravvivenza della sua stessa carne. La madre, volgare e scialba, ritornerà a svolgere un ruolo di protezione e accettazione.

Ci sono plurime chiavi interpretative da fornire di fronte a questo film, che ho trovato davvero molto incisivo e bello, una di queste è anche la rappresentazione della società attuale attraverso il conflitto che si genera fra la famiglia protagonista e quella della vecchia governante della casa “parassitata”.

Il regista rappresenta gli opposti (povertà e ricchezza) letteralmente dividendo i piani narrativi del film: una parte si svolge nelle profondità della città (il seminterrato dove la famiglia vive, la zona dei cd. sobborghi) e l’altro sulla collina dell’upperclass urbana (dove vive la famiglia ricca e parassitata).

La struttura stessa della villa riflette gli strati della scala sociale: nel piano terra si incontrano saltuariamente poveri e ricchi e ivi si svolgono i maggiori punti di contatto fra le classi sociali; nelle cantine ha accesso la sola servitù; ai piani superiori i ricchi dormono e i poveri non accedono – se non per svolgere mansioni di servitù.

il minimalismo della Villa accentua la visione dei corpi al suo interno.

Davvero stupefacente il climax di violenza che si svolge nelle profondità dell’abitazione.

Con brillantezza assoluta si racconta della lotta folle e attuale di poveri contro poveri.

Poveri che vogliono essere ricchi e velocemente imparano da questi. Ricchi che una volta erano inaccessibili e ben barricati nelle loro case, ora sono visibili e conoscibili tramite una semplice ricerca online.

Poveri che accusano altri poveri di essere “scrocconi” dei ricchi; ricchi che vengono affascinati dalla saggezza popolare ma poi non riescono a rinunciare al privilegio del loro benessere (quanto è importante, in questo senso, lo vedrete, la scena in cui il miliardario proprietario di casa discute dell’importanza per i lavoratori domestici di non oltrepassare mai il limite).

Un uso brillante del suono e della cinepresa a lungo campo accentuano stupendamente il doppio piano di narrazione che si svolge durante tutta la durata del film.

La pellicola è stata premiata con la Palma d’oro a Cannes 2019.

Ve lo consiglio davvero!

Ecco il trailer.

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