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Golpe in Bolivia: l’importanza delle parole nel Sud America in fiamme

di Luca Rasponi

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Prima le elezioni, poi le accuse di brogli. Quindi gli scontri nelle piazze, l’intervento dell’esercito e le dimissioni di Evo Morales. Le notizie da La Paz si susseguono frammentarie, scatendando il dibattito sul golpe in Bolivia che infiamma il Sud America, già scosso dalle proteste cilene.

Mentre il Paese precipita nel caos e aumentano le vittime degli scontri seguiti all’autoproclamazione del nuovo governo, infatti, stampa e politica internazionali si dividono tra chi parla esplicitamente di colpo di Stato e chi si affretta a riconoscere la neo-presidente Jeanine Áñez.

Uno scenario difficile da decifrare e in continuo mutamento, che proviamo a chiarire partendo da una ricostruzione dei fatti per concludere con un’analisi delle possibili cause, non prima di aver preso in considerazione le divergenze sull’uso del termine golpe da parte dei media internazionali.

Golpe in Bolivia: il dibattito su Al Jazeera

Golpe in Bolivia: cos’è successo

Le prime notizie sulla situazione boliviana sono arrivate in Italia nella serata di domenica 10 novembre: il presidente Evo Morales si è dimesso su “suggerimento” dell’esercito, che per bocca del generale Williams Kaliman si era dichiarato pronto a intervenire per far «rispettare la volontà popolare».

Erano infatti trascorse appena tre settimane dalle elezioni del 20 ottobre, vinte da Morales ma pesantemente contestate da larga parte della popolazione boliviana, oltre che dalla stampa internazionale, in seguito ai presunti brogli segnalati dall’Organizzazione degli Stati Americani.

Pur in assenza di prove prove concrete a conferma dei brogli, Morales si trovava in una posizione già parzialmente compromessa in seguito alla forzatura che lo aveva portato – nonostante il referendum perso nel 2016 – alla candidatura per il quarto mandato, vietata dalla Costituzione.

Golpe in Bolivia: Evo Morales

Avendo perso in questo modo parte della sua stessa base storica, Morales si è trovato solo di fronte alla protesta popolare guidata dall’oppositore Luis Fernando Camacho, sfociata in atti violenti e intimidatori contro diversi esponenti del governo, indotti a dimettersi uno dopo l’altro.

L’intervento dell’esercito ha segnato il punto di svolta finale, con le dimissioni di Morales e la vice presidente del Senato Jeanine Anez a prenderne il posto in qualità di più alta carica dello Stato rimasta, nonostante l’assenza del numero legale per un’investitura da parte del Parlamento.

Golpe in Bolivia: il dibattito sui media

Partendo dal presupposto che le forzature di Morales all’ordinamento costituzionale boliviano – oltre a costargli buona parte del sostegno popolare – hanno spianato la strada alla situazione attuale, pare altrettanto evidente che siamo di fronte a una transizione tutt’altro che democratica.

L’intervento dell’esercito e le modalità a dir poco irrituali con cui si è insediato il nuovo governo spingono alcuni osservatori a tracciare un parallelo con il golpe cileno del 1973, la violenta deposizione di Salvador Allende che aprì la strada alla dittatura militare di Augusto Pinochet.

Golpe in Bolivia: Jeanine Áñez

Senza lanciarsi in paragoni storici inevitabilmente azzardati, appare condivisibile il punto di vista di Andrea Cegna, che su Q Code Mag ha parlato di «strano golpe boliviano» propiziato dagli ultimi passaggi imposti da Morales. Ma pur sempre di un golpe si tratta.

Eppure nessuno tra grandi media mainstream, specialmente statunitensi, parla esplicitamente di colpo di Stato. Il motivo lo spiega Alan McLeod su Jacobin, sottolineando il ruolo ambiguo dell’Oas e citando il rapporto del Center for economic and politicy research di Washington, secondo il quale «la vittoria di Morales al primo turno non era solo possibile, ma probabile» sulla base dei dati esaminati.

Golpe in Bolivia: cause e conseguenze

L’ombra lunga di queste rivelazioni rende ancora più importante individuare le cause profonde di quanto sta accadendo in Bolivia e nel resto del Sud America, dove proteste di massa agitano i governi di diversi Paesi e il sub-continente si ritrova spaccato in due sulla base dell’appartenenza politica.

Alla situazione drammatica ormai da mesi in Venezuela si sono via via aggiunte le tensioni in Cile, Brasile, Argentina, Ecuador, Colombia. Possibile che ci sia una ragione comune, un filo conduttore che unisce situazioni anche molto diverse tra loro?

Le proteste in Cile

Le proteste in Cile

Alcuni osservatori puntano i riflettori sulle politiche neoliberiste particolarmente aggressive che in alcuni Paesi, come il Cile, hanno progressivamente eroso i diritti delle persone, privatizzato i servizi e reso la vita economicamente insostenibile per le classi medio-basse.

Una situazione alla quale i governi progressisti sono riusciti a porre rimedio solo in parte, come dimostra la vicenda boliviana. Senza nulla togliere ai meriti per certi versi straordinari dei suoi primi dieci anni di governo, infatti, Evo Morales ha commesso alcuni errori politici – primo tra tutti il tentativo di bypassare il meccanismo democratico – che non gli sono stati perdonati da buona parte dei suoi stessi sostenitori.

Anche le migliori esperienze di governo possono generare frutti amari se non si concludono in tempi e modi appropriati, specialmente se tutto intorno c’è chi è pronto ad approfittarne per arrivare al potere, in un modo o nell’altro.

Questa è la lezione che si può trarre dalla complessa vincenda del golpe in Bolivia: forzare la mano e alienarsi il consenso dei cittadini, in un contesto democratico, non può che portare a forzature ancora più gravi. Non a caso, in queste ore di drammatica incertezza per il futuro del Paese, gli unici segnali di speranza arrivano proprio dai movimenti più autenticamente popolari.

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