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La discriminazione nelle stanze di cura: unequal treatment e sanità

di Benedetta Giagnorio

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Viviamo in tempi bui.

Il riscaldamento globale avanza, ignorato da politici e grandi industriali, eppure il problema più grosso che sembra affliggere la mente di tutti è la migrazione. Aumentano i casi di discriminazione non soltanto razziale, ma anche di genere e di orientamento sessuale. In questo clima, conosciamo ormai bene gli effetti della discriminazione nell’ambito lavorativo e sociale, meno in quello sanitario.

Le indagini socio sanitarie dicono che…

La realizzazione intitolata “Psicodramma” di Marco Fusi si è aggiudicata il primo premio nella categoria delle vignette, al Concorso “Sapete come mi trattano? 2012

Nel 2003, l’istituto statunitense di medicina (Institute of Medicine IoM) pubblicò un report chiamato Unequal Treatment“. Psicologi del comportamento, medici e altri professionisti sanitari notarono che anche a parità di risorse economiche, le minoranze etniche e razziali ricevevano una peggiore assistenza sanitaria.

Detto brutalmente, gli scienziati si sono accorti che indipendentemente dalle risorse economiche, gli stranieri (o chiunque sembrasse straniero) veniva curato peggio rispetto ai bianchi caucasici.

Se pensate che questo fenomeno sia solo tipico degli USA, vi sbagliate di grosso. Nel 2013, infatti, è il turno della European Union Agency for Fundamental Rights (FRA) di pubblicare il suo report. In questo documento, scopriamo che questo tipo di discriminazione sanitaria è presente in maniera massiccia anche negli stati Europei nei confronti di donne, anziani, disabili e membri della comunità LGBQ+.

Un esempio molto recente, per capirci, viene proprio dall’Italia: ad Alessandria, un uomo accede al Pronto Soccorso con un mal di testa lancinante, ne esce con un esame per l’HIV e un referto medico con riportata nero su bianco la sua omosessualità. Altro esempio è l’indagine sui parti cesarei, sempre in Italia: se già la percentuale è scandalosamente più alta delle raccomandazioni dell’OMS del 12% (Organizzazione Mondiale della Sanità), si aggrava nel caso delle donne immigrate (21, 4%), in particolare nelle donne bengladeshi, filippine, peruviane (quasi il 100%).

Il giuramento di Ippocrate

Ma quali sono i meccanismi di queste discriminazioni? E perché è così importante capirle?

Per chi non lo sapesse, in ambito sanitario medici, infermieri e in generale gli operatori della salute si basano sul principio fondamentale di “non nuocere“. I medici in particolare fanno il cosiddetto “Giuramento di Ippocrate“, in cui possiamo trovare questi due interessanti passaggi:

“giuro […] di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale”

“[…] di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica e promuovendo l’eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario”

Cosa vuol dire nel concreto? Vuol dire che i medici giurano di mettere davanti il benessere fisico e psichico del paziente e di operare in assenza di giudizio. Perché questo? Perché ne va della vita e della salute di una persona. Se le mie azioni discriminatorie portassero alla morte, seppur involontaria, del mio paziente, la colpa è la mia. E qui c’è poco da discutere.

E la psicologia che ne pensa?

Mettiamo da parte i medici apertamente razzisti e discriminatori, che violano in modo evidente la legge e il giuramento di Ippocrate. Le condotte discriminatorie possono anche essere più subdole e meno evidenti, talvolta anche allo stesso medico. E’ per questo motivo che nelle ricerche psicologiche si misura non solo l’atteggiamento esplicito, ma anche il bias implicito, ovvero le idee meno consapevoli o meno socialmente accettabili (stereotipi e pregiudizi).

Per esempio, la ricerca firmata USA del 2003 nota come i medici con alto bias implicito tendono a parlare molto di più rispetto ai propri pazienti afroamericani, ad utilizzare un linguaggio paternalistico e a passare meno tempo con i propri pazienti malati di cancro, diminuendo così anche la quantità e la qualità di informazioni mediche e di supporto emotivo.

Va da sé che questo i pazienti lo vedano. La conseguenza è quindi una minore fiducia sia nel medico di riferimento sia nel proprio trattamento, nonché una scarsa memorizzazione delle informazioni date dal medico. In pratica i pazienti discriminati in modo implicito non si fidano del medico e delle cure intraprese e spesso dimenticano le informazioni date dal medico perché…non c’è mai! Da qui una minore probabilità di seguire il trattamento stesso e quindi un grave rischio per la salute.

Ovviamente, anche i medici sono esseri umani e sono perciò esposti ai meccanismi psicologici di cui abbiamo spesso parlato. La psicologia del razzismo, per esempio, si applica anche ai medici e proprio per questo motivo ne devono essere assolutamente consapevoli per poterli combattere e fare, così, il proprio lavoro con “scienza e coscienza”.

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