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Aborto selettivo, una questione ancora aperta

di Giulia Rupi

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Aborto selettivo

RAVEENDRAN/AFP/Getty Images 2010

Uttarkashi è una città dell’Himalaya, abbastanza conosciuta dal punto di vista religioso poiché si trova sul percorso di un pellegrinaggio e in una zona popolata di templi e ashrams. Il motivo per cui è finita sui giornali, tuttavia, non è un motivo religioso o turistico, ma ha a che vedere con la pratica dell’aborto.

In particolare, la natura della notizia non è bioetica, ma di denuncia a livello sociale di una pratica applicata in maniera selettiva secondo il sesso del feto, spesso per ragioni politiche o pregiudizi culturali di stampo sessista radicati nella mente di molte persone, specialmente in alcuni paesi dell’Asia orientale. In diversi villaggi nella stessa regione di Uttarkashi sono state registrate 216 nascite fra marzo ed aprile, ma nessuno dei neonati sarebbe di sesso femminile, secondo quanto riportato.

Questi dati hanno fatto pensare all’ipotesi che questa pratica già ampiamente in uso in passato non sia stata estirpata, non solo in questa regione, ma nell’intero paese e in paesi vicini. Dal 1994 è illegale negli ospedali indiani rivelare il sesso dei nascituri, ma si crede che grazie a macchine ultrasuoni facilmente ordinabili online, molti siano riusciti ad aggirare la legge, scoprire il sesso del feto e agire di conseguenza. Il patriarcato è ancora talmente presente e attivo a livello sociale da portare migliaia di famiglie a compiere la scelta dell’aborto selettivo e quindi a preferire un figlio maschio a una figlia femmina, fino a provocare una squilibrio enorme fra le nascite di maschi e femmine. Una ricerca pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences parla di 23 milioni di donne “mancanti”.

La questione non è solo etica o sociale ma sfocia anche nella salute personale. Infatti, nonostante in India l’aborto sia legale fino a 20 settimane dal concepimento, le condizioni in cui si opera sono spesso e volentieri poco sicure e molte donne rischiano di perdere la vita sotto i ferri. Fino ad ora la percentuale di donne incinte decedute l’anno scorso nel tentativo di abortire è approssimativamente dell’8 o 9 %.

I paesi più interessati dalla questione sono Cina e India. In Cina, il rapporto fra nascite maschili e femminili dal 1970 al 2017 è sbilanciato di approssimativamente 11,9 milioni, in India approssimativamente di 10,6. Altri paesi dove la stessa selettività prenatale dettata da una mentalità generale di stampo patriarcale persiste, fra cui ad esempio Albania, Vietnam, Tunisia, Corea del Sud, vedono questo rapporto fra neonati dei due sessi ritornare poco a poco più bilanciato. Ma uno sbilancio forte c’è stato e continua ad esserci in altri paesi, anche se non sappiamo se sarà significativo a livello mondiale.

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