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I doni di Edo, l’intramontabile fascino del Giappone tradizionale

di Erika Biggio

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I doni di Edo, Edo No Tamamono in lingua originale, è un’opera che parla di un mondo lontanissimo dal nostro, il Giappone feudale dell’epoca Tokugawa. Un mondo in cui l’onore, il nome della famiglia e tradizioni centenarie formavano la spina dorsale di una società che sembra restare immobile nel tempo; eppure le storie che ci racconta Koichi Masahara sono talmente umane, talmente vicine a noi, che lo spazio ed il tempo non hanno più importanza. Edo non è altri che l’antico nome di Tokyo, oggi capitale del Giappone ma all’epoca seconda all’elegante Kyoto, culla della cultura tradizionale: questa Edo è una città giovane ed animata, ricca di attività, fiorente di commercio e strabordante di forza vitale.

Questo manga è suddiviso in 9 capitoli, nove storie brevi che ci mostrano piccoli spaccati di vita quotidiana e grandi tragedie, con la delicatezza tipica della cultura giapponese: ogni tavola sembra pervasa dal pudore dell’autore nell’evidenziare i pensieri ed i sentimenti più intimi dei suoi personaggi. Ogni racconto ci porta in una fascia sociale diversa di quello che è comunque il ceto medio/basso della società, tranne pochissime eccezioni; incontriamo samurai squattrinati, mercanti ed artigiani, vedove ed orfani che cercano, come tutti noi, una vita felice.

Per capire esattamente l’ambientazione in cui si svolge quest’opera bisogna avere presente che l’epoca Tokugawa, detta anche Edo, indica un periodo di tempo che va dal 1603 al 1868, in cui il potere politico risiedeva nelle mani della famiglia Tokugawa, gli shogun, caratterizzato da una forte politica di isolazionismo nei confronti delle nazioni occidentali: gli strati più bassi della società giapponese vivono quindi in una specie di “bolla” quasi medievale, in cui la vita continua uguale a sé stessa per quasi tre secoli  (se volete sapere cosa successe dopo, leggetevi Kenshin Samurai Vagabondo).

Lo stile narrativo de I Doni di Edo è ispirato, come ci racconta lo stesso autore, al Jidai Geki: soprattutto dai primi del ‘900 in poi fiorì questo movimento culturale, film e opere teatrali, ispirato al periodo Tokugawa e in parte Sengoku ed incentrato per la maggior parte su racconti di vita quotidiana, samurai e combattimenti con le spade (dopo la fine del periodo Tokugawa era diventato illegale avere una spada, distruggendo così il perno fondamentale della vita dei samurai). Masahara ammette di aver preso ispirazione principalmente da alcuni appartenenti al Jidai Geki più orientati ad una rappresentazione realistica della vita, in contrapposizione alla narrazione più poetica a cui aderiva la maggior parte degli esponenti. In Italia e nel mondo è sicuramente Akira Kurosawa il loro rappresentante più famoso. Un figlio naturale di questo movimento è il Gekida: soprattutto a partire dagli anni ’60 si sente la necessità di una narrazione più orientata verso i più  grandi, manga che spaziano in ogni genere ma dedicati espressamente ad un pubblico adulto: I doni di Edo si aggiunge con grazia a questo filone.

I doni di Edo è davvero uno scrigno che racchiude nove piccoli gioielli, Bao come al solito riesce a fare uno splendido lavoro di selezione delle opere che presenta al suo pubblico; non fatevi trarre in inganno da un tratto di china che ad una prima occhiata può apparire grossolano e lontano dai canoni dei manga a cui siamo abituati, Masahara è bravissimo nel rendere ogni più piccolo dettaglio, dai tetti coperti di neve al bucato steso al sole, fino ai visi espressivi e realistici dei suoi personaggi, questo manga è una magnifica immersione nella parte più umana della storia giapponese, quella quotidiana del suo popolo.

 

 

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