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When They See Us – Cronaca di un’ingiustizia

di Elisa Tomasi

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When They See Us Poster

NETFLIX

When They See Us è una miniserie di Netflix che recentemente è stata nominata a ben 16 Emmy, in questo ultimo mese e mezzo forse l’avrete vista fluttuare sulla piattaforma di contenuti in streaming senza sapere bene cosa fosse o perchè vederla. D’altronde all’epoca dei fatti in cui è ambientata When They See Us il mondo non era poi così interconnesso come lo è ora e di un fatto di cronaca avvenuto a Central Park nella primavera del 1989 in Italia se n’è parlato ben poco se se ne è parlato ma soprattutto la dicitura Central Park Five è qualcosa che difficilmente si è impresso nella nostra memoria; al contrario in suolo statunitense questa riesce a tutt’oggi ad evocare un sentimento ambivalente che va a significare un momento della storia recente americana in cui la città di New York si era ritrovata divisa, squarciata e dilaniata dall’opinione pubblica che si presentava divisa su due fronti: quello degli innocentisti e l’altro dei colpevolisti.

Lo stupro e il tentato omicidio della jogger di Central Park, ritrovata in stato incosciente nella boscaglia del parco cittadino la notte del 19 aprile del 1989 aveva aperto una ferita profonda nella vita all’interno della Grande Mela, la cui coesitenza dei suoi abitanti con tutte le loro differenze era stata messa in precario equilibrio dal circo mediatico creatosi attorno al caso. Il clima di tensione sociale era stato inoltre esacerbato nel dar adito e spazio alle opinioni più estreme, è in quel particolare frangente che Donald Trump, allora semplice magnate newyorkese, decide di pagare 85mila dollari per far mettere  degli annunci sulla carta stampata per richiedere che la pena capitale venga applicata ai cinque ragazzini imputati per quell’odioso crimine.

When They See Us racconta di tutto questo e molto altro, non solo riesce a donarci l’immagine travolgente che accerchiava e avvolgeva le cinque figure di quei poco più che bambini accusati ingiustamente di qualcosa che non avevano commesso ma la miniserie mette in mostra anche la nascita e il processo di come quell’appellativo Central Park Five divenga un marchio di fabbrica, un’etichetta che indica un prodotto confezionato dal come quella vicenda è stata raccontata nei media e come questo racconto sia poi venuto a significare e alterare l’esistenza di quei ragazzini incarcerati divenuti poi uomini liberi.

When They See Us non riporta solo l’immagine mediatica distorta costruita ai tempi su quei cinque preadolescenti di Harlem, tessuta sul pregiudizio e il razzismo verso la comunità afroamericana e ispanica, che permettevano alla stampa di allora di disumanizzare i soggetti del loro discorso definendoli come “wolf pack”, parlando della loro presunta vittima come la loro “preda”, usando il termine gergale “wilding” come qualcosa di oscuro che definiva le loro presunte azioni come “savage”. Proprio per questo processo di disumanizzazione applicato sotto l’appellativo di Central Park Five, When They See Us si focalizza sul raccontare chi fossero e chi sono divenuti Yusuf, Kevin, Raymond, Korey e Antron, i cinque ragazzini neri e ispanici che dalla notte del 19 aprile del 1989 fino alla caduta di tutte le accuse nel 2002 sono stati ritenuti i colpevoli di un crimine di cui non avevano nessuna colpa.

La miniserie di Netflix ideata da Ava DuVernay, già candidata all’Oscar per Selma (2014), si concentra sul riraccontare quello stupro a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 che sconvolse l’America, riportandolo ad un esempio di ingiustizia perpetrata per anni sui quei cinque abitanti di Harlem e le loro famiglie. Facendoci entrare in quella che all’apparenza sembra un’ucronia per quanto, in quello che si vede nei quattro episodi che compongono la miniserie, è quasi inimmaginabile chiamare sistema giudiziario e penitenziario statunitense; When They See Us ci accompagna per mano a vedere il calvario di un processo messo in atto da prove insostanziali, che si basa sull’inconsistenza e la contraddittorietà di confessioni videoregistrate, di cui noi come spettatori siamo stati testimoni sul metodo coercitivo con cui queste sono state ottenute e siamo anche stati testimoni nel primo episodio della brutalità con cui la polizia si è scagliata sul gruppo di inermi ragazzini, un ricordo non troppo lontano di fatti di cronaca odierna.

Al terzo episodio ci si arriva come spettatori di un crimine che non è più quello di partenza avvenuto a Central Park trent’anni fa ma ormai stiamo assistendo ad una serie sistematica di ingiustizie e discriminazioni che proseguono nel corso di diversi anni di ingiusta detenzione e ci tocca ora vedere le conseguenze sui volti di quelli che erano preadolescenti e ora si ritrovano adulti in semilibertà che ritornano infamiglie consumate dal logorio di questa ingiustizia perpetua che non trova moto di riscatto.

Il quarto e ultimo episodio è il più straziante e quello che lascia il vero amaro in bocca per una vicenda che ha trovato la sua risoluzione ma ha lasciato dietro di sé una scia di sofferenza difficilmente rimediabile. When They See Us finisce e si concentra nella sua ultima ora di trasmissione sulla vicenda di Korey, l’unico dei cinque ad essere processato come adulto perché 16enne all’epoca dei fatti, il racconto della sua vita in penitenziario è straziane e un incubo da cui è difficile svegliarsi anche una volta riacquisita la libertà dopo la confessione di Matias Reyes, stupratore seriale colpevole anche della violenza di Central Park della primavera del 1989. Il quarto episodio di When They See Us è quello che evidenzia la brutalità del sistema penitenziario statunitense seguendo la vicenda di Korey e le sue reclusioni in diverse strutture, il lungo periodo di isolamento di questo è quello che dona alla miniserie il suo momento più umano e di ricerca poetica, intesa come strumento che avvicini tramite empatia ad un’esistenza altra dal proprio sé. Korey è delicatamente straziane, un lento logorio di sofferenza e malinconia, qualcosa che ti resta dentro.

Ed effettivamente lo scopo di When They See Us è proprio quello di rimanere dentro, di essere ricordato e devo dire che effettivamente ci riesce, lascia la sua impressione, la sua orma indelebile nella memoria.

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