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Perché smetti di cercare lavoro? I fattori psicologici dell’inattività

di Benedetta Giagnorio

Pubblicato il

Siamo in tempi di crisi economica, giusto?

La ricchezza diminuisce, il divario tra ricchi e poveri aumenta. Lavoro non se ne trova se non sei raccomandato e ora neanche più il posto statale è garantito. E se contratti a tempo indeterminato non ne fanno più, nessuna banca concederà mai un mutuo o un prestito, quindi addio casa. E i giovani? Figuriamoci, non andranno mai in pensione.

Dopo aver letto queste frasi, quanta voglia avreste di cercare lavoro, se foste disoccupati?

Immagino ben poca. Ebbene, in Italia esiste un esercito silenzioso, quello degli inattivi, che ha rinunciato alla ricerca del lavoro. Ben tre milioni di italiani non mandano curriculum, non rispondono ad annunci di lavoro e, spesso, rinunciano anche alla formazione, sia professionale che scolastica.

Ma quindi perché le persone dovrebbero decidere di rinunciare alla ricerca del lavoro?

Il mondo è ostile…

La crisi economica del 2008 è un fatto oggettivo. Tuttavia, le sue ricadute sono diventate spesso questione di percezione individuale. E qui entrano in gioco le neuroscienze e come funziona l’attenzione. Già negli anni ’50 lo psicologo sperimentale cognitivista Broadbent descrisse i meccanismi dell’attenzione selettiva, ovvero come l’attenzione ci permetta di selezionare gli stimoli interessanti ignorando quelli che non servono. Il cervello umano, infatti, ha risorse limitate e deve necessariamente percepire ed elaborare solo un numero limitato di stimoli: ecco dove entra in gioco il “filtro” attentivo.

L’attenzione selettiva funziona quindi come i setacci dei cercatori d’oro del vecchio west: lasciano andare

Filtra e filtra…rimane solo l’informazione negativa

acqua, detriti e terra per selezionare solo il prezioso metallo giallo. Cosa succede se questo filtro è nero come la pece e filtra solo informazioni negative? Ecco, allora, che guardare i telegiornali diventa una conferma che di lavoro non ce n’è, mentre i vicini di casa che sono appena stati assunti a tempo indeterminato nell’azienda sotto casa vengono fatti scivolare via, come l’acqua dei ruscelli del Texas.

Chiaro che l’incessante martellamento del “non c’è lavoro“, “vengono assunti solo i raccomandati” e “non andremo mai in pensione” non aiuta a schiarire quel filtro.

…e io non ho controllo su di esso

La psicologia ha prodotto due teorie meravigliose: quella del locus of control e quella dell’impotenza appresa.

La prima, sviluppata dallo psicologo statunitense Julian B. Rotter, afferma che ognuno di noi ha degli “schemi di attribuzione”, se così vogliamo chiamarli, rispetto ai nostri successi e fallimenti. Se, per esempio, attribuisco i miei successi all’impegno e all’abilità, avrò un locus of control interno. Al contrario, se li attribuisco alla fortuna o a condizioni esterne (la prof. era di buon umore, il compito era facile,…) avrò un locus of control esterno.

L’impotenza appresa ci impedisce di liberarci anche quando ne avremmo le possibilità

Applicandolo alla ricerca di lavoro, le persone che credono di non avere il controllo sul proprio destino tenderanno a non provarci neanche. In balia degli eventi, queste persone potrebbero pensare che trovare un lavoro sia frutto di pura fortuna o di circostanze eccezionali. In questo caso, le proprie azioni, l’impegno nella stesura di un cv efficace, la sua consegna di persona piuttosto che via mail, agli occhi di chi la pensa in questo modo, non avranno alcuna efficacia e saranno, addirittura, uno spreco di tempo ed energie.

Purtroppo, spesso questi schemi mentali si sviluppano per un motivo. Le crisi economiche creano davvero disoccupazione, diminuiscono davvero le probabilità di cercare e mantenere un lavoro, spesso indipendentemente dall’impegno individuale. Se per settimane, mesi, anni, mando curriculum, faccio colloqui e mi impegno senza alcun risultato, può scattare la cosiddetta impotenza appresa. Martin Seligman nei lontani anni ’60 si rese conto che qualsiasi essere vivente, posto in situazioni negative totalmente incontrollabili, entrava in uno stato di profonda rassegnazione e passività: anche di fronte a frequenti scosse elettriche, i topi dell’esperimento di Seligman rimanevano immobili e rassegnati all’idea che tanto, indipendentemente dalle loro azioni, non c’era assolutamente nulla da fare. 

Il coaching e l’aiuto dello psicologo

Con tutto questo popò di roba, è chiaro che serva aiuto.

Esistono diverse figure professionali che possono aiutare una persona che rientra nella categoria degli inattivi (ma non solo!) a superare questi schemi mentali disfunzionali e rimettersi in gioco nel mercato del lavoro. Lo psicologo del lavoro, per esempio, può aiutare nell’opera di counselling e coaching specifico per l’orientamento al lavoro, così come, se serve, un intervento terapeutico specifico per modificare quelle strutture di significato e “regole mentali” che ci diamo da soli e che, spesso, ci tagliano le gambe.

Oltre agli psicologi, c’è bisogno anche di figure specializzate nella conoscenza del mercato del lavoro, come consulenti specializzati, sociologi e orientatori, che aiutino nella stesura del curriculum, nel prepararsi ai colloqui di lavoro, nel bilancio di competenze e nelle strategie di ricerca attiva del lavoro.

Quindi non fatevi prendere dallo sconforto e datemi retta: tantovale…provarci comunque!

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