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Il buio oltre la siepe – la graphic novel

di Erika Biggio

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Riadattare un grande romanzo classico a fumetti non è impresa da poco, ancora meno quando da esso è stato un film che ha fatto la storia del cinema: Il Buio oltre la siepe, ovvero How to kill a mockingbird in edizione originale, tratta una storia complessa, da qualsiasi punto di vista, e media, la si voglia guardare, e non perde nulla del suo potere allegorico nonostante siano passati quasi 60 anni dalla sua pubblicazione. Il romanzo di Harper Lee apre la porta su di un passato non poi così remoto dei modernissimi US of A che facciamo fatica a concepire, e qui ci arriva in aiuto il fumetto di Fred Fordham: pur mantenendo praticamente intatti i dialoghi del romanzo, questa graphic novel si sofferma in maniera magistrale sulle espressioni, i manierismi ed i movimenti dei protagonisti, trasmettendo in maniera diretta al lettore/spettatore il proprio messaggio. Le immagini delicatamente acquerellate e l’impaginazione sempre molto regolare, anche nei momenti più concitati, danno al lettore l’impressione di assistere ad un vecchio film, rendendo quest’opera di facile lettura senza dare un’impressione di stantia staticità.

Come nel romanzo sono gli occhi di Scout, all’anagrafe Jean Louise Finch, a raccontarci gli avvenimenti nelle torride estati di Maycomb, città di fantasia nel più che reale Alabama. Scout e suo fratello Jem sono orfani di mamma, ma hanno la fortuna di avere un padre fuori dal comune: Atticus è un avvocato, un uomo colto e posato, che ama i propri figli e tenta di crescerli nel migliore dei modi. Il fatto è che Atticus crede fermamente nell’uguaglianza di ogni uomo davanti alla legge, e applica costantemente questa sua convinzione, fuori e dentro il tribunale. I suoi figli crescono quindi dotati di un forte senso di giustizia e di una grande fiducia in sè stessi, anche se a volte peccano un poco di autocontrollo, e pur dando l’impressione di essere dei piccoli selvaggi, sono in realtà pieni di empatia e comprensione verso il prossimo, proprio come insegna loro il padre ogni giorno.

Le giornate dei giovani Finch trascorrono relativamente tranquille, quando il loro amico Dill li incita a fare un gioco pericoloso: cercare di stanare Arthur “Boo” Radley, giovane recluso che si dice venga tenuto prigioniero in casa dal fratello (o murato nel camino, non si sa bene). La casa dei Radley diventa uno spauracchio per i tre amici, che però iniziano a trovare piccoli doni nel tronco di un albero lì vicino: capiscono presto che Boo cerca di comunicare con loro, a modo suo, e che il buio oltre la siepe non è poi così pericoloso.

L’Alabama degli anni ’30 non è un luogo piacevole dove vivere, perlomeno se non si è bianchi e benestanti: benchè la schiavitù sia stata abolita ormai da decenni, la servitù di colore (o negra, se vogliamo adeguarci al linguaggio dell’epoca) è ancora la norma in tutte le case, compresa quella dei Finch, benchè la domestica Calpurnia venga ormai considerata una di famiglia e la de facto madre dei ragazzi. Il razzismo non è ancora fonte di imbarazzo per nessuno, ed un uomo bianco può mentire spudoratamente per accusare un uomo di colore  e nessuno metterà mai in dubbio la sua parola. Beh, nessuno eccetto Atticus Finch: ed è così che il clima in paese si fa sempre più teso, e voci di una difesa scandalosa giungono finalmente ai ragazzi; Scout e Jem credono fermamente nelle azioni del padre ma non possono fare a meno di affrontare un’amara realtà, che li porterà a ottenere una consapevolezza ben più matura della loro età anagrafica.

Una delle curiosità de il buio oltre la siepe è sicuramente il titolo: How to kill a Mockingbird è in fatti direttamente perchè fa riferimento a un uccellino che in Europa non esiste; viene tradotto con terminologie diverse, passero o uccello mimo, che vengono applicate sia a Boo che all’uomo difeso da Atticus per mantenere intatto il significato di quest’affermazione: come si può, infatti, uccidere un uccellino incapace di arrecare danno a chicchessia?

 

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