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Il caso di Noa ci ricorda la battaglia contro il suicidio

di Benedetta Giagnorio

Pubblicato il

psicologia discorsivoIn questi giorni si è detto tanto sul caso di Noa Pothoven, la 17enne olandese morta suicida.

Potremmo parlare di come i media italiani e internazionali siano caduti nella trappola della disinformazione, facendo credere che la ragazza abbia ottenuto l’eutanasia dallo Stato. Possiamo discutere sul ruolo dei genitori nella decisione di rifiutare l’alimentazione forzata proposta dall’ospedale. Potremmo capire quali sono stati i fattori scatenanti, le risorse che questa ragazza avrebbe potuto mettere in campo, o la sua sensazione di inevitabilità rispetto a un atto estremo. Potremmo discutere per mesi su cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ed è quello che fanno giornalisti, psicologi, medici, insegnanti, politici e famiglie ogni volta che una notizia del genere sale all’attenzione del pubblico. Dopo qualche settimana, inevitabilmente, viene dimenticata. E via con il prossimo scandalo, in un infinito consumismo giornalistico.

Questo stesso articolo è stato scritto proprio cavalcando l’onda della polemica, è chiaro e non fatico ad ammetterlo. Ma se decidiamo di parlare di suicidio, sarebbe bello che se ne parlasse anche al di fuori delle notizie di cronaca e dibattiti politici da eterna campagna elettorale.

Oggi è il 12 giugno 2019. Se stai leggendo questo articolo in un periodo scandalo-free, ti offro una birra.

Il fatto è che casi come quello di Noa sono all’ordine del giorno, ma rimangono invisibili, senza voce. Ragazze e ragazzi giovani, non ancora maggiorenni, che decidono di togliersi la vita. Che poi, potremmo discutere per un altro mese e mezzo sul concetto di scelta: sono io che scelgo una strada o quella che ho davanti è l’unica strada che vedo? Ma non è questa la sede. Quello che vorrei osservare oggi è un piccolo pezzo di un puzzle complesso e cangiante, ovvero i fattori che possono influire sul tentativo di suicidio, al di là della sua effettiva riuscita.

Mi preme dire che non esiste un solo fattore che porta ad un tentativo di suicidio. I disturbi mentali non causano suicidio, così come solo la società o la genetica. Arrivare al suicidio è complesso ed è un intreccio di vulnerabilità genetica, storia familiare, storia individuale, esperienze, contesti sociali, ambientali, relazionali, economici e culturali. Insomma, è un vero casino.

A livello individuale, è chiaro che la patologia mentale sia un fattore importante, ma dobbiamo tenere in considerazione che non tutte le persone depresse tentano di suicidarsi, così come non tutti coloro che tentano il suicidio hanno un disturbo psichiatrico. La depressione maggiore è quello che ci viene in mente non appena parliamo di suicidio, ma anche il disturbo bipolare, il disturbo post traumatico (PTSD), la schizofrenia, il disturbo borderline o il disturbo antisociale di personalità possono portare alto rischio suicidario.

Discorso ancora più complesso, a mio parere, è per il caso dell’abuso di sostanze e dei disturbi alimentari, in particolare dell’anoressia. La morte per overdose o l’intossicazione estrema da alcool e sostanze, nonché la morte per malnutrizione anoressica, sono da annoverare tra le morti per suicidio oppure sono tutt’altro?

Pensate che esiste anche un fattore genetico rispetto al rischio suicidario. Studi recenti hanno visto che avere una storia familiare di suicidi aumenta il rischio di suicidio indipendentemente dalla presenza o meno di un disturbo mentale. Pare che ci siano diversi geni che intervengono nel comportamento suicidario, tra cui quelli legati alla produzione e al trasporto della serotonina, il cosiddetto “ormone della felicità”. Non esiste, quindi, il gene del suicidio, che causa deterministicamente la morte di un individuo. Esistono, però, tanti geni che possono predisporre l’individuo a intraprendere quella strada quando molte altre condizioni vengono soddisfatte.

Queste condizioni, spesso, sono sociali. Il sociologo Emile Durkheim ci ha regalato una visione interessante sul suicidio, tanto che era convinto che fosse quasi un atto sociale, ovvero il risultato di un certo tipo di relazione tra l’individuo e la società in cui si trova. D’altronde, non esiste una società o una cultura in cui il suicidio sia completamente assente. E aveva ragione. Durkheim, poi, classificò le motivazioni sociali del suicidio in quattro categorie:

  • Egoistico: è il caso in cui l’individuo è solo, isolato socialmente dal proprio contesto di riferimento, senza un posto o un ruolo che possano essere suoi. A quel punto, il senso di solitudine e inutilità rispetto al proprio contesto possono portare all’atto estremo.
  • Altruistico: al contrario, quando un individuo è troppo legato al proprio gruppo sociale e alle sue regole morali, potrebbe togliersi la vita in virtù di un dogma morale o di una tradizione rituale a beneficio del gruppo. Per esempio, le vedove Hindu che si bruciano vive nella pira funeraria del marito, o i suicidi rituali su base volontaria.

    La pratica del Seppuku

  • Anomico:  si verifica quando l’equilibrio sociale viene rotto. In questa categoria ricadono i suicidi per bancarotta o dei vincitori delle grandi lotterie. In questa categoria potremmo anche inserire i suicidi conseguenti a forti traumi, bullismo e violenze.
  • Fatalistico: quando una società risulta troppo rigida e regolata, la perdita o l’inaccettabilità di un ruolo assegnato può portare al suicidio. Per esempio, i servi o gli schiavi che commettevano suicidio, oppure, se pensiamo ad una società in cui il ruolo di madre è fondamentale per il tessuto sociale, una donna che si toglie la vita perché sterile. Altro esempio sono suicidi d’onore, come la pratica del Seppuku tra i samurai giapponesi.

Addirittura, pare che banalissimi fattori ambientali influenzino il numero di suicidi portati a termine a fronte di un tentativo effettuato. Pare che a Berna, da quando hanno piazzato le reti di protezione sul campanile della Cattedrale, non solo sia diminuito il numero di suicidi, ma anche la quantità di disturbi post-traumatici nei passanti che assistono a un suicidio. “Una persona va lì nel momento in cui l’impulso è forte e si sente pronto ad uccidersi. Trova la rete. Perde l’attimo. Gli passa la voglia. E spesso non ritrova le condizioni giuste. La sua vita è salva“.

Ma quindi a cosa è servita tutta questa filippica? Quale messaggio vorrei condividere con l’etereo mondo di Internet? Che quando si parla di suicidio si parla di una costellazione complessa di elementi, e che intervenire su uno di essi, o addirittura su tutti, non garantisce un risultato efficace. La lotta contro il suicidio è complicata, e ad armi impari, ma è necessario farla, continuamente e con tutta la forza che abbiamo.

Non soltanto quando la cronaca ci dice di farlo.

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