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IT-2 uscirà il 5 settembre 2019. Perché Pennywise ci terrorizza ancora oggi?

di Giulio Montalcini

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IT o Pennywise, il pagliaccio ballerino.

Sono trascorsi 33 anni dall’uscita dell’omonimo romanzo di Stephen King e pochi di più dall’uscita della miniserie di Tommy Lee Wallace – meglio nota al pubblico come lungometraggio – tratta dalla storia di fiction ambientata nel paesino di Derry, piccola cittadina del Maine, stato di cui è originario lo stesso scrittore.

33 lunghi anni e ancora ci domandiamo dove nasca il successo di un romanzo lunghissimo, che si è meritato ben due diverse trasposizioni cinematografiche nell’ultimo trentennio e la fama di “film più pauroso della storia” durante la nostra adolescenza.

Nel 2017 un nuovo adattamento cinematografico, più vicino alle nostre esigenze contemporanee, ha riportato clamore mediatico attorno alla figura maligna di Pennywise, il Pagliaccio Danzante, entità malvagia che si manifesta ogni 27 anni nelle sue atrocità rivolte nei confronti degli innocenti.

Tutti conoscono il cliché del genere horror dell’associazione fra male interiore ed apparenza dall’aspetto innocente (si pensi alla Bambola Assassina). Eppure Pennywise ancora oggi è una figura in grado di trasmette inquietudine avvicinandosi alle immagini Cult della bambina posseduta da Satana ne L’Esorcista, o alle gemelle di Shining.

Non è ingiusto il clamore che la prima trasposizione cinematografica generò nel pubblico e l’influenza che ebbe sull’horror contemporaneo – genere che sappiamo essere sempre poco apprezzato dai critici ma molto dal pubblico, soprattutto dai giovani – .

Quando vidi “IT” la prima volta avevo 13 anni, poco più dell’età dei protagonisti del “Club dei perdenti”. Non v’erano state così tante occasioni in passato per rappresentare e osservare la violenza sui bambini. Ed io ne ebbi paura.

In quegli anni era effettivamente scandaloso e pauroso osservare un bambino adescato e rapito da un pagliaccio nascosto in un tombino (“Charlie”). Se oggi osservate il palinsesto di Netflix, invece, non trovate altro che thriller la cui trama trae spunto da un atto di violenza nei confronti di un minore.

Non sono un fan del motto ciceroniano “O Mores, O Tempora!“, ma certo dovrebbe farci riflettere questo interesse morboso per la violenza nei confronti dei bambini.

Allo stesso modo dovrebbe, credo, incuriosirci il nostro interesse per quello che in gergo si definisce genere “Young-Adult” che fonda il suo successo su storie che vedono come protagonisti gruppi di giovani costretti a crescere e a combattere le proprie paure proprio come in IT (Le similitudini fra “IT” e “Stranger Things” sono evidenti, tanto quanto è evidente che gli sceneggiatori abbiano tratto un po’ di ispirazione da Pennywise nel raffigurare il “Demagorgone”).

Chi vende questi prodotti, conosce i gusti umani e conosce le influenze che le storie come “IT” hanno prodotto nell’immaginario collettivo. Quello che sorprende, però, è l’incapacità contemporanea di indagare l’infanzia sotto un profilo rivoluzionario, tanto quanto fecero le storie e relative trasposizioni cinematografiche di Stephen King a cavallo fra gli anni 80 e gli anni 90.

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Il Club dei Perdenti. Ditemi se non è incredibilmente realistico: a sinistra l’unica ragazza un po’ mascolina in un gruppo tutto al maschile, il ragazzetto con gli occhiali e quello grasso (vi ricordano qualcosa?)

Stephen King fu un innovatore e non a caso associarono il suo nome a quello di un grande romanziere inglese come Charles Dickens.

I protagonisti delle sue storie sono ragazzi timidi, introversi, più spesso bullizzati e con alle spalle un vissuto tragico di abbandono. La capacità di declinare le loro paure nelle immagini mostruose dell’horror ha reso le sue storie fra le più celebri dell’immaginario collettivo.

In IT questa capacità è ancora più evidente se si pensa che Pennywise si serve delle allucinazioni (che sono create da retroterra di violenza, soprattutto nella fase infantile) per attirare a sé le sue vittime.

Ricordate la scena iconica della ragazza che, 27 anni dopo i fatti tragici della sua infanzia, torna a Derry e si ferma a prendere un tè con una vecchia vicina?

Cosa aspettarsi, dunque, dal nuovo capitolo che uscirà il 5 settembre 2019?

27 anni dopo il Club dei Perdenti si decide a fare un tremendo tuffo nel proprio passato alla ricerca di ciò che non si è fino a quel momento compreso e sconfitto: un male sotterraneo, alieno, che trae la fonte della sua malvagità dal contatto con le viscere più  profonde della terra.

27 anni, un intervallo davvero realistico – anche se non so quanto studiato – che sembra corrispondere al distacco fra l’età neonata a quella adulta o al passaggio dalla fase adulta a quella dell’inizio della vecchiaia.

Se ci pensate bene 27 anni è una fase molto tormentata della vita: ci si affaccia all’età adulta, guardando in profondità  ciò che si è stati prima. E spesso per molti non è un processo agevole.

Fra i 27 anni e i 54 si spiega l’età adulta e dopo i 55 s’inizia davvero a invecchiare.

Spesso ho sentito persone affermare che la seconda parte di IT – per intenderci il passaggio nella narrazione dall’infanzia all’età adulta – fosse quella peggiore e meno interessante.

Eppure, io ci vedo un potenziale molto più grande e spaventoso, se non fosse altro che ancora oggi si crede impropriamente che gli adulti abbiano meno paura dei bambini.

Rappresentare l’età adulta e l’inquietudine dell’irrisolto, rispetto ai traumi dell’infanzia, è decisamente più interessante rispetto ad indagare le vicende dell’età giovanile. Tuttavia, è molto più difficile e forse non allo stesso modo affascinante e commercialmente appetibile.

Per questo sono curioso di conoscere se questo secondo capitolo avrà successo come il primo.

Il merito di IT è quello di aver perfettamente ritratto, oltre alle modalità iconiche del paese di campagna americano e la compagnia dei ragazzini “Losers”, il terrificante salto indietro che ogni uomo deve affrontare nei confronti della propria infanzia, quell’orribile e nascosta inquietudine che si cela nelle storie di chi ha subito violenze quando era ancora un essere comprensibilmente felice e desideroso di continuare ad esserlo.

Dopo averlo rivisto integralmente 2 anni fa in montagna in una serata piovosa in compagnia di amici curiosi, mi sono messo un po’ a ridere (soprattutto per l’epilogo del film) ma nondimeno ho avuto paura e ho colto lo straordinario potenziale che ancora oggi racchiude.

Gustatevi il trailer e buona Visione!

 

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