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Infermiere omicida in Germania: un caso che si ripete.

di Giulia Rupi

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Come in molti casi quando si tratta di eventi incredibili o atti atroci, la realtà può superare la finzione e non c’è bisogno di ricorrere a serie tv crime o fantascientifiche per rendersi conto di cosa può essere capace una persona. È sufficiente leggere i giornali e raccogliere notizie di cronaca nera per arrivare alla conclusione che molto spesso una profonda insicurezza o il suo contrario, il desiderio di sentirsi dio e avere il potere di decidere sulla vita o sulla morte di altre persone,  possono portare a eventi tragici.

Questi comportamenti portati all’estremo spesso sfociano in omicidi (a volte in serie) e sono turbanti poiché si percepiscono come reali, perché raccontarli attraverso uno schermo (come nel caso dei telegiornali) non è una garanzia di  protezione dalla realtà e dalla possibilità che possano verificarsi nuovamente e più vicino a noi. Questi eventi diventano ancora più turbanti quando sono perpetrati in luoghi pubblici e da personale addetto all’assistenza di persone che hanno bisogno di cure, come negli ospedali.

Infermiere omicida

Mohssen Assanimoghaddam/Agence France-Presse — Getty Images

Il caso più recente e più grave di sempre considerando i numeri delle vittime è avvenuto in un ospedale in Germania, a Oldenburg e a Delmenhorst. L’infermiere Niel Högel fu trasferito dal reparto di terapia intensiva dell’ospedale di una città a quello dell’altra con una lettera di referenze molto positiva che non rivelava nessun dubbio sul suo comportamento corretto e professionale. La verità era, invece, che gli era stato impedito di vedere pazienti ed era stato espulso dopo che diverse persone erano morte sotto le sue mani di infermiere o nel turno successivo al suo. Una stima approssimativa delle sue vittime, che ammonta a 300 persone dal 2000 al 2015, ne fa l’assassino più prolifico di una Germania in tempo di pace. Ci sono voluti però ben 15 anni per denunciare questo infermiere omicida.

Come cause minori ma concomitanti che hanno portato a tutto ciò, si è parlato di negligenza degli ospedali nel controllare il proprio personale e di connivenza indiretta da parte dei colleghi di Högel, che pur sospettando della sua condotta, per volontà di non intromettersi o per un rispetto eccessivo della privacy in un paese dove quest’ultima è considerata e praticata attentamente, non hanno voluto dare voce ai propri sospetti. O ancora, si è parlato dell’impossibilità di andare oltre agli ostacoli dettati dalla burocrazia e dalla gerarchia, malgrado la necessità e la gravità dei sospetti.

Infermiere omicidaIl New York Times avanza una teoria che prende in considerazione il caso senza fare del sensazionalismo e induce a pensare più in là del singolo caso, in particolare sull’identità dei paesi in cui si verificano questi crimini, sui tempi che stiamo vivendo e su dove ci possono condurre. Data la difficoltà di incastrare l’assassino e i numerosi anni che sono stati necessari a svelare la verità e raccogliere prove sufficienti, la domanda che ci si pone è se tutto ciò sia indicativo della sussistenza ancora oggi di quella deferenza cieca alla gerarchia e della predilezione per la procedura che giocarono un ruolo rilevante nelle dinamiche che portano in Germania alla Seconda Guerra Mondiale e alle stragi commesse durante essa.

Tuttavia, altri casi simili sono successi in Inghilterra con Harold Shipman, un dottore che nel 2000 è stato accusato di aver ucciso 215 persone. Non mancano omicidi dello stesso stampo in Italia: prima nel 2014 con Daniela Poggiali, un’infermiera che a Lugo uccise 38 pazienti usando quantità letali di potassio (che non lascia tracce dopo 48 ore) e che fece scandalo a livello internazionale per le foto in cui posava sorridendo con pazienti morti; poi un caso del 2016 risoltosi quest’anno nel 2019, con Fausta Bonino colpevole di quattro omicidi di pazienti gravemente malati ma non in punto di morte.

La domanda che pone il New York Times sull’identità della Germania, quindi, può e deve essere estesa ad altri paesi, al nostro compreso. Deve anche fare pensare alla possibilità che non ci siamo liberati di atteggiamenti mentali pericolosi, come manie di grandezza, di ordine, di pulizia sociale, di odio nei confronti dei più deboli percepiti come un peso e un fastidio, che nel loro risvolto più estremo danno vita a degli omicidi. Ed infine, alla possibilità che neppure ci siamo liberati di atteggiamenti egoistici che ci fanno chiudere gli occhi davanti a tragedie evitabili e scegliere una neutralità colpevole.

 

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