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Suicide Club, un romanzo per chi sceglie di vivere

di Erika Biggio

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Suicide Club, edito da Editrice Nord, è il romando d’esordio di Rachel Heng, scrittrice singaporiana naturalizzata statunitense, che ci porta in un futuro distopico dominato dall’ossessione per la salute e la longevità. Lea Kirino ha cent’anni e ne dimostra quaranta, grazie agli straordinari processi della tecnologia che le permettono di rimanere giovane e bella: sì perchè ormai tutto è intercambiabile, dalla pelle al sangue, dagli arti agli organi vitali, per alcuni fortunati individui che sono stati scelti dal fantomatico Ministero della Salute per partecipare a questa rivoluzione della vita umana. Sembra un sogno diventato realtà, vero? E se vi dicessi che, per ottenere tutto questo, dovreste abbandonare tutto ciò che amate fare, o quasi?

Come un vero e proprio contrappasso dantesco, il prezzo da pagare per ottenere le necessarie modifiche dal Governo è infatti altissimo: preparatevi alla rinuncia a tutto il cibo che non sia un Nutripack (da mangiarsi rigorosamente con la cannuccia), dite pure addio a tutta la musica un pelo più vivace del classico motivetto da ascensore, e quelle meravigliose settimane bianche trascorse a lanciarsi giù per il fianco di una montagna su dei bacchetti di legno? Bandite! Tutti coloro che rompono queste regole sono etichettati come Empi, cacciati o reclusi, e ovviamente esclusi dall’intero processo: uno di questi esclusi è proprio il padre di Lea, Kaito, che lei non vede da ottant’anni, e sarà proprio lui, in un’affollata  strada newyorkese, che metterà in moto una serie di eventi che trasformeranno per sempre la vita, apparentemente perfetta, di Lea.

Protagonista secondaria è Anja, svedese, e Aspirante alla Terza Ondata, quella che porterà con sé l’immortalità, esattamente come Lea. Ma diversamente dall’altra donna Anja disprezza quello che è diventata, quello che la scienza senza controllo né etica sta facendo a sua madre: mantenere in vita un corpo esausto solo perché si ha il potere di farlo, rendere immorale la morte, tanto da non potersi nemmeno confidare con i propri amici, tanto da dover rinunciare ai propri sogni, alla propria stessa esistenza, per soddisfare l’egoismo altrui.

Lea e Anja sembrano diverse come il sole e la luna inizialmente, fino a che il loro incontro non scatenerà in entrambe la volontà di andare oltre, di cercare il Suicide Club. Sì perché in questo mondo dedicato all’immortalità ci sono alcune persone che scelgono la fine, una fine spesso terribile e dolorosa, eppure totalmente volontaria e agognata. Eppure il senso del Suicide Club non è la morte fine a sé stessa, ma una celebrazione della vita, da godersi appieno con tutte le sue avventure, senza doversi preoccupare dei livelli di cortisolo, delle rughe e dei chili in eccesso. Lea si rende conto che gli appartenenti al Suicide Club vivono più cose in un anno di quante lei ne abbia vissute nella sua lunghissima vita, mentre Anja cerca la forza di fare la cosa giusta, liberarsi dalle proprie catene.

Suicide Club non è un romanzo da affrontare alla leggera, bisogna essere pronti non solo ad affrontare tematiche soffocanti e assolutamente contemporanee, dato che tratta di un futuro poi non così lontano e improbabile, ma anche i numerosi rimandi a capolavori come 1984 e la Fattoria degli Animali di Orwell, oltre a Il racconto dell’Ancella, che ci fanno capire quanto grande sia il potere che questo fantomatico Governo esercita sulle vite dei propri cittadini: se sei un sub-100, ovvero una persona che non ha accesso ai “miglioramenti”, conti meno di zero, e casualmente in questa categoria ritroviamo le minoranze, i poveri e gli emarginati. Suicide Club si interroga sull’etica della scienza, sull’evoluzione della società civile e sull’accettazione del male da parte della massa attraverso gli occhi di due (non giovani) donne che hanno vissuto cent’anni senza vivere per nulla, e hanno finalmente intravisto la domanda fondamentale: Ne valeva davvero la pena?

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