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Parigi in fiamme. È tempo di cambi.

di Giulia Rupi

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Parigi in fiammeLe recenti vicende di ieri verificatesi a Parigi sono il segno che le proteste dei gilet gialli stanno sfuggendo il controllo: dei manifestanti hanno dato fuoco a diverse moto nei pareggi di Notre Dame. La reazione della polizia è stata dura e decisa, con gas lacrimogeno per sgomberare la zona e procedere a spegnere l’incendio.

Senza dubbio la morale della storia è che l’atteggiamento dei gilet gialli sta diventando sempre più violento, e che il presidente Macron dovrebbe concedere al più presto la possibilità di un dialogo serio che permetta di arrivare ad un compromesso fra il suo governo e lerichiestedei gilet gialli e di ridurre quindi le proteste e la sensazione di instabilità sociale che esse creano. Tuttavia, le immagini delle moto in fiamme richiamano alla mente altre scene dove il fuoco è stato protagonista, l’incendio di Notre Dame, avvenuto lo scorso 15 aprile, che ha lasciato il mondo intero attonito davanti ad uno schermo.

Parigi in fiamme

(Foto di LUDOVIC MARIN / AFP)LUDOVIC MARIN/AFP/Getty Images)

Il fuoco è presente in entrambe le situazioni, in maniera attiva, quasi come attore emblematico di una trasformazione di Parigi. In entrambi i casi, il fuoco assurge a simbolo di cambiamento. Da una parte rappresenta la rabbia di cittadini scontenti con la situazione economica e politica, disposti a distruggere pur di far sentire la propria voce e richiamare l’attenzione. Dall’altra, un fuoco ugualmente distruttivo ma agente solo e per questo molto più spaventoso che un incendio provocato da mano umana. Questo perché il fatto che sia scoppiato in un giorno qualsiasi, senza un motivo apparente, senza qualcuno che abbia reclamato qualcosa, si traduce nel terrore che solo l’imprevedibilità degli eventi può suscitare nell’uomo.

Qualcuno ha osato dare un significato ancora più simbolico all’incendio di Notre Dame, in chiave religiosa. Il New York Times riporta le parole di Alexandra DeSantis, secondo cui per molti cattolici è come se la Chiesa come istituzione abbia preso fuoco, non solo la cattedrale come opera architettonica o patrimonio culturale senza prezzo. Seppure la metafora sia molto estrema, è vero che per la Chiesa, quest’incendio possa avere un significato maggiore, soprattutto in questi tempi in cui l’adesione al cristianesimo è sempre molto diffusa, ma incredibilmente minore e meno fervente rispetto al passato.

Ragionando in termini più pratici, l’incendio della cattedrale certo rappresenta una perdita immensa a livello storico e artistico ed è stato un episodio seguito in maniera sofferta da gran parte del mondo, consapevole della sua unicità. Ma rappresenta anche l’opportunità forzata di aprire un dibattito più ampio, che abbraccia diverse questioni, come ad esempio di chi sia la responsabilità di ricostruire la cattedrale, dello Stato o della Chiesa, o se sia il caso di ricostruirla come prima o sfruttare l’occasione per renderla più moderna e appetibile ai gusti contemporanei dei turisti, eterna questione fra conservatorismo e conservazione. Secondo l’Atlantic quest’ultima questione rappresenta “la spinta tra il passato ed il futuro, fra un l’impulso a preservare e l’impulso ad innovare, che è anche il fulcro centrale della presidenza di Macron”.

Questi incendi ci chiamano ad un cambio, o almeno a prendere in considerazione la possibilità di un cambio e nonostante i danni, la distruzione e la confusione emotiva, ad affrontare il futuro in maniera attiva.

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