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Recensione de “Il professore e il pazzo” di Farhad Safinia (2019)

di Giulio Montalcini

Pubblicato il

Mel Gibson è il “professore” e Sean Penn è il “pazzo”. Protagonisti della nuova pellicola di Farhad Safinia chiamato anche P.B. Shemran, storico collaboratore di Mel Gibson.


Una metafora della pietà cristiana, sostenuta da una storia incredibile, di quelle indimenticabili. Un film, quello di Farhad Safinia, già visto, un po’ scontato nelle scelte registiche, con un interprete straordinario come Sean Penn, autentica icona del cinema americano, e un Mel Gibson in ritrovata forma d’attore.

Tratto da un romanzo omonimo di Simon Winchester e da una storia realmente accaduta.

La prima domanda che mi sono posto è stata: perché Mel Gibson è tornato a recitare? Da quanto è che non lo si vedeva sugli schermi? Sembrava da mille anni.

E di fatti ho passato la prima mezz’ora a tracciarne il profilo indugiando sui tratti invecchiati della sua pelle.

Alla fine, incredibilmente, ho scorto la sua filmografia e mi sono ritrovato a constatare la presenza di diverse partecipazioni negli ultimi dieci anni che probabilmente mi erano sfuggite.

Un personaggio controverso, l’ultracattolico integralista Gibson, passato alla storia per la sua reinterpretazione dell’integerrimo patriota scozzese William Wallace, ma anche per un mai sufficientemente celebrato The Passion of Christ (Film che mi è piaciuto molto, a dire il vero) che gli attirò le antipatie della casta ebraico-newyorchese  (quella che, a turno, viene crocifissa – per usare un termine pertinente – da una parte dell’opinione pubblica) per aver riportato in voga la millenaria accusa nei confronti degli ebrei deicidi.

Ebbene, dopo aver visto questo film, posso affermare con certezza che il buon Mel è tornato sul grande schermo come attore per reinterpretare esattamente se stesso!

D’altra parte, il regista di questo nuovo film è stato suo storico collaboratore in “Apocalyto” e, dunque, si può affermare che l’opera sia longa manus di Mel stesso.

Una coerenza talmente cocciuta da far quasi invidia, quella di Gibson – e lo affermo non da suo sostenitore – in un mondo dominato dal trasformismo e dall’insicurezza.

Di fianco al professore, Sean Penn, uno dei più grandi attori americani degli ultimi trent’anni, interpreta un uomo coltissimo, lacerato dal senso di colpa e devastato dalla malattia mentale che si manifesta in una forma schizo-paranoide.

Insieme formeranno una coppia agli antipodi che saprà regalarvi un paio di emozioni autentiche.

Il primo è un erudito ed ostinato professore di provincia scozzese – benché, solo di fatto – senza alcun titolo accademico, una sorta di Martin Lutero riformista all’interno del più che tradizionale ateneo di Oxford. Autodidatta e assetato di cultura, decide di buttarsi alla conquista di una delle imprese più difficili della storia: ricostruire il significato etimologico di ogni singola parola che sia capitata in un testo letterario in lingua inglese riportando ciascuna in un enorme vocabolario rilegato dall’Università più famosa del mondo. Un’impresa praticamente impossibile. Il professore è il padre di una famiglia tradizionalmente catto-medio-borghese, piena di bocche da sfamare, con una moglie stoica e innamorata, pronta al sacrificio per l’uomo che ama.

Il secondo, invece, è un ex capitano dell’esercito degli Stati Uniti, un uomo solo e coltissimo, in preda alle allucinazioni e ai tormenti della guerra. Perseguitato dall’immagine di un giovane sottufficiale che fu costretto a marchiare per tradimento, lo insegue per ucciderlo, in una metafora della rimozione psicologica piuttosto evidente, finendo invece per ucciderne un altro, innocente.

Proprio con l’assassinio, il peggiore dei peccati, si apre una sorta di percorso evangelico di redenzione, di amicizia virile fra due uomini illuminati nell’Inghilterra Imperiale Vittoriana e tardo-industriale, ancora alle prese con le innovazioni tecnologiche.

Uno spazio importante – e come poteva mancare? – è quello riservato al gioco folle dell’amore e dell’attrazione che tradizionalmente affligge coloro che si trovano di fronte al genio un po’ malvagio, un po’ tormentato.

La scelta registica è piuttosto semplice e si basa sulla biforcazione della trama, inizialmente del tutto scollata, fino al raggiungimento di un punto di sintesi comune che risulta ben ricucito.

Nell’incontro fra questi due uomini si consuma il miracolo cristiano dell’avvicinamento fra il male (che altro non è, poi, che contaminazione del bene) e il bene (la scelta altruistica).

Il terreno comune e più autentico in cui trova spazio l’incontro fra i due protagonisti è la passione per la conoscenza, l’umanesimo.

La passione creativa è, in effetti, storico baluardo dell’incontro fra le persone ed è giusto che, di tanto in tanto, qualcuno ne riparli. Ed è anche la parte, come dicevo poc’anzi, più autentica.

Gli incontri sulla panchina del cortile del manicomio, ripresi scrupolosamente dal regista utilizzando brevi e quasi impercettibili oscillazioni verticali della cinepresa, testimoniano la bellezza e la complessità della mente e della dialettica di due uomini che, lasciati soli in un immaginario statico e ordinato, innestano il gioco creativo rivoluzionario che è alla radice di ogni grande conquista scientifica o letteraria.

La panchina è, in effetti, l’immagine metaforica di un luogo semplice di condivisione dialettica, perfettamente cinematografico.

Al netto di una buona parte iniziale e centrale, la seconda parte del film, invece, mi è piaciuta di meno: il regista si è abbandonato a un tentativo eccessivamente moralizzatore, facendo ripiegare su se stessa (divenendo la solita storia di redenzione e pentimento) la trama di una pellicola che doveva reggere fino in fondo su alcuni concetti chiave esplorati nella prima parte, come la casualità dell’incontro fra le persone, la creatività, la psicologia e il dolore dell’uomo.

Alla fine, lo spettatore torna a casa col sapore di vecchio, di stantio. Attenzione: quando dico “vecchio” non intendo dire certo che alcune storie siano passate di moda ma, anzi, affermo la necessità che tali storie, nel loro fascino e nella loro bellezza, vengano rappresentate in modo diverso.

Buona visione!


La protagonista femminile del film, l’attrice Natalie Dormer.

 

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