Rubriche

Recensione – Dumbo (l’elefantino volante Disney secondo Tim Burton)

di Alessio Ottonello

Pubblicato il

Un film di Tim Burton, con Colin Farrell, Michael Keaton, Danny De Vito, Eva Green.

« Proprio quando pensavo di averle viste tutte! »

C’era una volta Dumbo, il classico Disney del 1941, l’elefantino volante che ha bonariamente tormentato l’infanzia di tutti quelli che, come il sottoscritto, erano piccoli durante gli anni ’80 e ancor di più le nostre povere mamme, che non riuscivano a farci mangiare senza dover metter su ogni volta l’ormai consumata videocassetta di questo cartone.

C’era già da capirlo allora che razza di adulti sognatori ma votati alla malinconia saremmo diventati, se la nostra storia preferita era quella di un piccolo emarginato, deriso da tutti e separato dolorosamente dalla madre!

Fortunatamente Walt Disney sapeva bene come ribaltare il difetto in qualità esclusiva e, dopo un’oretta di peripezie, il piccolo Dumbo volava in autonomia, amato e compreso da tutti, proprio come avremmo dovuto fare tutti noi.

Nella sua inarrestabile marcia revisionista del catalogo dei classici più amati, la multinazionale Disney si gioca la carta Dumbo in modo sorprendentemente astuto, lasciando da parte il remake fotocopia (che invece temo avremo con gli imminenti Aladdin di Guy Ritchie e Il Re Leone di Jon Favreau), ma piuttosto incastonando la malinconica e deliziosa piccola storia dell’elefantino volante in un contesto più grande, un mondo popolato di freaks umani tanto cari al regista Tim Burton.

La trama di Dumbo non è più fuori dal tempo, ma trova la sua giusta collocazione in un passato non remoto come il 1919, con un mondo segnato dalla crisi successiva al primo conflitto mondiale, ma in cui le persone sapevano rimboccarsi le maniche e ripartire e, soprattutto, erano ancora in grado di provare meraviglia.

Holt Farrer e figli si affezionano subito a Dumbo

Holt Farrer e figli si affezionano subito a Dumbo ©2018 Disney Enterprises, Inc. All Rights Reserved

Il domatore di cavalli da circo Holt Farrer torna dalla Grande Guerra, ha perso un braccio in battaglia e la moglie a causa di un’epidemia, gli restano un figlio e una figlia preadolescenti coi quali non riesce a rapportarsi e un lavoro degradante da manutentore degli elefanti.

Un giorno però una dei pachidermi partorisce un cucciolo, l’occasione giusta per ravvivare la partecipazione del pubblico agli spettacoli, ma l’entusiasmo dei circensi svanisce quando vedono che il piccolo è deforme, ha infatti un paio di orecchie esageratamente grandi nelle quali addirittura inciampa.

Il tema del circo ed il suo fascino antico è qui valorizzato con affetto dall’autore, con l’inserimento di personaggi buffi e carichi di umanità come il forzuto tuttofare, la donna sirena sovrappeso e il domatore di serpenti indiano; questi, insieme ai due figli del protagonista, sono i primi a capire che il cucciolo di elefante dalle orecchie giganti non è un mostro, uno scherzo della natura, ma piuttosto uno di loro, da proteggere e valorizzare.

La Sig.ra Jumbo abbraccia teneramente il suo cucciolo, ma durerà?

La Sig.ra Jumbo abbraccia teneramente il suo cucciolo, ma durerà?

Il resto del mondo ci arriva più tardi, perché assiste alla meraviglia dell’animale volante, che si libra in circolo all’interno del tendone e però finisce per attirare inevitabilmente la cupidigia di cui vuole sfruttarlo per far soldi.

Sappiamo bene tutti della separazione dolorosa di Dumbo da sua mamma, resa violenta dall’istinto protettivo, e la scena in cui lei, rinchiusa, lo culla e accarezza con la proboscide è rispettata e resa talmente bene nel film che nelle calde lacrime che ci bagnano gli occhi quasi intravediamo le nostre di mamme, che ci mettono in bocca un cucchiaio pieno di pappa.

Quello che nel classico non c’era è un secondo tempo più modernista, una specie di Babe Va In Città più focalizzato, in cui un magnate damerino interpretato da Michael Keaton compra in blocco il modesto circo e porta la star Dumbo ad esibirsi per i ricchi nel proprio parco di divertimenti a New York.

Dreamland, il parco di V.A. Vandevere, è un tripudio di design

Dreamland, il parco di V.A. Vandevere, è un tripudio di design

La mirabolante Dreamland dell’affarista Vandevere, tripudio di design e di elementi tipicamente burtoniani, è un riferimento nemmeno troppo velato a una Disneyland in cui il profitto prende il sopravvento sull’umana bontà.

Fortunatamente però, l’elefantino triste e impacciato riesce a toccare il cuore delle persone buone, che si coalizzano per liberarlo e farlo riunire alla maltrattata genitrice.

Alcune parti, specialmente verso l’inizio, sono tanto tristi da lasciare gli spettatori spiazzati, ma quando la trama ingrana il giusto ritmo le si perdonano anche un paio di inciampi di troppo.

Il protagonista umano interpretato da Colin Farrell, il buon padre vedovo che ha perso un braccio in guerra e a cui non ne va mai bene una, è inizialmente troppo patetico; troverà poi il modo di riscattarsi nel ruolo di genitore eroico e protettore dei più deboli, ma ci mette un bel po’ di tempo.

Michael Keaton e Danny DeVito tornano sul grande schermo insieme a 28 anni da Batman Returns

Michael Keaton e Danny DeVito tornano sul grande schermo insieme a 28 anni da Batman Returns ©2018 Disney Enterprises, Inc. All Rights Reserved

Va decisamente meglio con lo spiritoso direttore del circo Medici, ruolo cucito addosso a un DeVito redivivo, col villain sornione e caricaturale di Keaton e la sempre magnifica Eva Green, che dà vita al personaggio più sorprendente, nonostante entri in scena soltanto a metà film.

Il pubblico capisce che un’operazione del genere è riuscita quando si ritrova inconsapevolmente a soffrire e a fare il tifo per una creatura inesistente come Dumbo, completamente realizzata in digitale, ma viva e tenera più che mai!

I corvi afroamericani che cantavano « ne ho vedute tante da raccontar, giammai gli elefanti volar!» stavolta non ci sono, perché la storia del film ha un tono più realistico e non vi sono animali parlanti, ma i riferimenti al cartone animato originale sono tanti e assolutamente deliziosi da trovare all’interno delle scene: dal trenino Casimiro, identico a quello disegnato, il cui motivetto viene canticchiato dal direttore del circo, alla piuma magica dell’originale a cui viene dato un senso più ampio, quello di chiave di innesco del meccanismo di volo del cucciolo.

In questa GIF Dumbo risucchia con la proboscide la piuma magica e.. vola!!

In questa GIF Dumbo risucchia con la proboscide la piuma magica e.. vola!!

C’è anche un riferimento scherzoso (e politically correct) allo champagne, che nell’originale ubriacava il piccolo Dumbo facendogli vedere gli spaventosi elefanti rosa, che Burton trova comunque il modo di inserire, e per un attimo passa in cielo una cicogna, ma non è certo lei a portare il cucciolo a mamma Jumbo anche perché, rispetto agli anni ’40 del secolo scorso, a nessun bambino di oggi viene fatta credere qualche assurda storiella su come si nasce!

Il regista Tim Burton, nonostante negli ultimi anni abbia alternato successi riconosciuti a clamorose perdite d’ispirazione, qui dimostra come si possa realizzare un film d’autore anche coi paletti imposti da una mega produzione come quella Disney.

Fortunatamente egli ha imparato dal flop di Alice in Wonderland, pellicola nella quale il suo tocco personale era andato perduto nei meccanismi di una struttura imponente ma assolutamente artificiale.

Tim Burton ritratto a bordo del trenino Casey Jr.

Tim Burton ritratto a bordo del trenino Casey Jr.

Invece la versione 2019 di Dumbo è una vera Burton-fest in cui lo stile dell’autore fa capolino da ogni angolo perché, oltre a metter al centro dello spettacolo le figure degli emarginati, tanto cari al regista e di cui l’elefantino Dumbo è l’emblema, riunisce alcuni degli attori meglio valorizzati dal visionario di Burbank, ovvero Michael Keaton (Batman, Batman Returns e Beetlejuice), Eva Green (Dark Shadows, Miss Peregrine) e Danny DeVito, che è tornato a recitare sul grande schermo proprio per lui.

E poi le partiture del maestro Danny Elfman, musicista di riferimento del regista, sanno accarezzare le nuove avventure del cucciolo e dei suoi amici umani, richiamando al momento giusto le famose canzoni del cartone.

Completano il quadro i personaggi creati da Tim Burton che, fin dai tempi di Edward Mani di Forbice, sono inquietanti fuori ma pieni di calore umano all’interno, e danno un sapore nuovo a una storia datata ma amatissima come quella dell’elefantino dalle grandi orecchie.

Dumbo, esattamente come i suoi ormai numerosi fratelli e sorelle in live action riesce a farci tornare bambini per qualche prezioso istante, aggiornando con successo quelle storie che abbiamo amato tanto da consumare, proprio come i giocattoli preferiti di un tempo.

Diffondi lo spirito Millennial:

Lascia un commento

Lasciaci un commento

*

error: