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Musica e psicologia: quando una canzone aiuta il cervello

di Benedetta Giagnorio

Pubblicato il

Per me la musica non è mai stata un mero passatempo frutto della noia. Scelgo accuratamente il genere da ascoltare a seconda di quel che sto facendo, del mio umore, del mio bisogno di cantare o di stare in silenzio o, semplicemente, ascoltare.

Come me, tantissimi di voi potranno dire che la musica non è paragonabile a nessun altro hobby. La musica è un linguaggio universale, che unisce popoli e trascende le lingue. Non stupisce, quindi, che il potere della musica venga studiato anche in psicologia. Perché? Ma è ovvio: perché la musica modifica il cervello!

Crescere a ritmo di musica

Fin dalla nascita siamo a contatto con la musica: dalle melodie del carillon alla ninna nanna della mamma. Persino all’interno del grembo materno, siamo in grado di riconoscere le melodie della voce umana, distinguendo il timbro specifico di quella della mamma dalle altre voci del mondo. Sappiamo ormai da anni che l’esposizione precoce alla musica è responsabile di un picco nello sviluppo cognitivo del bambino.

In che modo, vi chiederete? Sotto molti aspetti.

Prima di tutto, l’esposizione precoce all’ascolto e alla manipolazione della musica influenza lo sviluppo linguistico del bambino. Se ci pensiamo, l’italiano, così come il francese o il cinese, è un insieme di suoni specifici, con una intonazione specifica. Ogni volta che parliamo è come se emettessimo musica. Ascoltare musica fin dai primi mesi di vita, quindi, è come essere esposti ad una seconda lingua, e sappiamo bene come questo possa influire positivamente su tante abilità cognitive in via di sviluppo. A riprova di questo, uno studio del 2006 ha inequivocabilmente dimostrato che l’apprendimento della musica è correlato all’apprendimento del linguaggio.

La musica, poi, è una forma di interazione sociale: condividere la musica consente ai bambini di imparare le regole dello stare assieme. Secondo voi perché le canzoni dello Zecchino d’Oro sono così tanto amate dai bambini? E perché nelle recite scolastiche si insegnano balli di gruppo al ritmo di “Tutti a tavola”?

Imparare a fare musica

Peanuts, Schulz

I benefici della musica, però, non si limitano all’età dello sviluppo, ma si estendono anche all’adolescenza e all’età adulta.

Chi sa anche solo qualcosina di musica, avrà capito che per leggere uno spartito, o crearne uno, bisogna conoscere anche…un po’ di matematica. Pensate che grazie a questa premessa, sono stati condotti diversi studi per cercare di capire proprio la relazione tra musica e matematica. La ricerca è ancora in corso quindi chissà cosa ci dirà il futuro. Oltre a questi elementi, un ascolto interessato della musica può favorire sia memoria che attenzione.

Pensate che secondo le neuroscienze, i musicisti professionisti hanno una quantità maggiore di materia grigia rispetto ai non musicisti e ai musicisti amatoriali in varie aree del cervello, tra cui la corteccia sensomotoria primaria, il cervelletto e il lobo temporale inferiore, tutte collegate ad alcune abilità specifiche dell’apprendimento della musica, come quelle motorie, sensoriali, mnemoniche e uditive.

Ci potremmo chiedere quindi se queste differenze a livello cerebrale esistessero già prima di cominciare l’apprendimento di uno strumento musicale: in sostanza, si nasce portati per la musica? La risposta è no. In uno studio recente, venivano analizzate le caratteristiche cognitive di due gruppi di bambini tra i 5 e i 7 anni, uno dei quali ha successivamente cominciato l’apprendimento di uno strumento musicale. I due gruppi non mostravano differenze significative nella struttura cerebrale, nel quoziente intellettivo e nell’attitudine musicale. E’ chiaro, quindi, come le caratteristiche cerebrali dei musicisti professionisti adulti non siano innate ma acquisite grazie ad un intenso e precoce allenamento.

Emozioni in musica

Ma la parte più importante della musica, almeno per noi psicologi, è quella che permette a bambini, ragazzi e adulti di lavorare sulla propria intelligenza emotiva. Per farvi capire quanto la musica sia linguaggio universale, vi dirò che sono state svolte un sacco di ricerche sulla percezione della musica in diverse culture. Per fare un esempio, soggetti di cultura africana o occidentale che hanno ascoltato gli stessi brani musicali hanno attribuito a questi brani le stesse emozioni, come tristezza o paura. E’ sfruttando anche questa abilità innata che si è sviluppata una tecnica terapeutica chiamata musicoterapia: la terapia con e attraverso la musica.

Pare, inoltre, che ascoltare musica sia, per gli adolescenti, un vero e proprio strumento di regolazione emotiva. L’adolescente arrabbiato che mette su le cuffiette e avvia Spotify non è solo un ragazzo che vuole isolarsi, ma sta cercando attivamente di regolare un’emozione che in quel momento, probabilmente, è troppo forte e intensa e deve essere controllata.

Capirete quindi che ridurre la musica a un mero passatempo, o peggio un interesse élitario di pochi tecnici esperti, sarebbe un grande spreco di risorse e abilità non solo cognitive, ma anche emotive. La musica è in grado non solo di accrescere le nostre abilità cognitive, ma ci rende anche più abili a livello emotivo, aiutandoci a regolare e manipolare il nostro stato emotivo e a sviluppare empatia per il prossimo.

Viva la musica!

Fonti:

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